Cresciuta in una famiglia di musicisti, diplomata al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli e perfezionatasi tra la Berklee School di Boston e il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, Alessandra Tumolillo ha costruito negli anni un percorso che intreccia ricerca musicale, tradizione e scrittura contemporanea. Accanto al suo progetto da cantautrice, ha collaborato dal vivo con artisti come Negramaro, Tosca, Venerus e Jake Sherman, è apparsa in programmi televisivi come Bar Stella e Radio2 Social Club e ha firmato musiche per il cinema, fino a entrare nella colonna sonora del film Romeo è Giulietta di Giovanni Veronesi con la sua interpretazione di Si t’o ssapesse dicere.
Dopo Postcards From Naples, il progetto in cui ha reinterpretato alcuni classici napoletani in una veste essenziale di chitarra e voce, Alessandra inaugura un nuovo capitolo con Sai che c’è. Il singolo racconta un amore che cambia forma senza esaurirsi, trasformando la distanza in un legame ancora più profondo. Parallelamente è impegnata nel Sacro Tour di Serena Brancale, dove alterna il ruolo di chitarrista e cantante a uno spazio dedicato alla sua musica originale.
In questa intervista ci racconta il significato del nuovo brano, il rapporto con la vulnerabilità, la sua idea di modernità legata a Napoli e il sogno che continua a inseguire: portare le proprie canzoni sui grandi palchi.

Sai che c’è racconta un amore che resta e lascia il segno. È una canzone nata da un’esperienza precisa o da un’emozione che hai osservato attorno a te?
Sai che c’è nasce dalla somma di esperienze vissute in prima persona. Dentro ci sono anni di riflessioni, di cambiamenti, di amore che muta, si trasforma e trova nuove forme. Racconta sicuramente un distacco fisico, ma non emotivo: anzi, in qualche modo l’amore continua a crescere, a moltiplicarsi. È una dinamica che riconosco molto nel rapporto con un genitore: arriva un momento in cui ci si allontana, si prendono strade diverse, emergono differenze e divergenze, ma il legame resta. Non rimane uguale a prima, cambia pelle. E a volte, proprio attraverso la distanza, diventa ancora più forte.
Dopo aver reinterpretato brani che fanno parte della tradizione e della memoria collettiva, pubblicare un inedito espone in modo diverso. Ti senti più vulnerabile quando canti una tua storia rispetto a quando rileggi quella di qualcun altro?
Cantare i miei brani mi ha sempre fatto sentire molto esposta, quasi nuda. C’è una vulnerabilità diversa quando porti sul palco o in studio qualcosa che nasce davvero da te, dalla tua storia, dalle tue fragilità. Con il tempo, però, ho imparato ad accogliere questa sensazione. La vulnerabilità fa parte dell’essere umano e credo che riconoscerla, senza giudicarsi troppo, sia un passaggio importante. Essere più indulgente con me stessa mi ha aiutata ad accettare meglio anche questa parte. Oggi cantare le mie fragilità non è più qualcosa di sconosciuto o spaventoso: sta diventando qualcosa di familiare, quasi un luogo in cui riesco a riconoscermi.
In Postcards From Naples hai scelto una formula essenziale, chitarra e voce. In un momento in cui molte produzioni puntano su arrangiamenti sempre più ricchi, perché hai sentito il bisogno di togliere invece che aggiungere?
In realtà non credo che gli arrangiamenti di Postcards From Naples abbiano poco. È vero, la forma può sembrare essenziale perché ci sono solo chitarra e voce, ma dentro quel suono c’è tantissimo lavoro. Ogni accordo è stato pensato, riflettuto, ponderato. Ogni nota della melodia, anche quando cambia rispetto all’originale, cerca comunque di rispettare l’essenza del brano. Quindi non parlerei tanto di minimalismo, quanto di concentrazione: togliere elementi non significa svuotare, ma dare più peso a ciò che resta.In questo progetto c’è anche molta libertà, soprattutto grazie all’improvvisazione. È una libertà che mi ha regalato il jazz e che mi permette di abitare ogni brano in modo personale, senza tradirne la memoria.
Negli ultimi anni Napoli è tornata al centro del racconto musicale italiano. Da artista che ci è nata e cresciuta, ti riconosci nell’immagine che oggi viene raccontata della città o senti che ci siano ancora aspetti poco esplorati?
Napoli è una città in continua evoluzione e ha infinite sfaccettature. Quando si parla di “Napoli moderna”, credo che il concetto di modernità vada sempre contestualizzato. Anche ai tempi di Pino Daniele quella musica era modernissima, perché raccontava Napoli guardando molto oltre Napoli: c’era uno studio profondo di ciò che accadeva fuori dall’Italia, fuori dal continente, dentro mondi musicali lontani. Penso alle influenze internazionali, al soul, al funk, a gruppi come gli Earth, Wind & Fire, e al modo in cui Pino Daniele è riuscito a far dialogare tutto questo con una radice fortissima. Allo stesso tempo, alle nostre spalle abbiamo una tradizione
enorme, da Roberto Murolo a Salvatore Di Giacomo. Per me la vera modernità sta proprio lì: nel ripercorrere il passato a modo proprio, con la propria personalità, senza imitarlo e senza rinnegarlo. Essere moderni non significa cancellare ciò che c’è stato, ma trovare una voce originale per farlo vivere ancora.
La tua versione di Si t’o ssapesse dicere è diventata la colonna sonora del film Romeo è Giulietta di Giovanni Veronesi. Come si affronta un testo così iconico come quello di Eduardo De Filippo senza lasciarsi intimidire?
C’è da premettere che non ho una grande memoria: ce l’ho sugli automatismi della chitarra, ma non altrettanto sui testi. In questo caso, però, Si t’o ssapesse dicere faceva parte della mia adolescenza e soprattutto della mia infanzia. I miei genitori cantavano spesso questi brani, tratti dai testi di Eduardo De Filippo musicati da
Antonio Sinagra nello spettacolo Pensieri miei, in cui le poesie erano recitate da Luca De Filippo, figlio di Eduardo. Avendo questo spettacolo costantemente nei miei ricordi, e avendo ascoltato tante volte quei brani, era come se li avessi già interiorizzati. Esibirmi interpretando questa canzone, quindi, non è stato altro che riportare alla luce ricordi che facevano già parte di me. Per questo, in qualche modo, non mi sono sentita intimidita. Anzi, ho scelto consapevolmente di proporre a Giovanni questo brano perché mi sembrava perfetto
per un film che parlava anche di teatro. Per me cantarlo, con il testo di Eduardo De Filippo, è stata davvero una liberazione.

Oggi sei impegnata nel tour di Serena Brancale come chitarrista e cantante, ma hai anche uno spazio dedicato alla tua musica inedita. Com’è passare dal ruolo di musicista al servizio di un progetto a quello di artista che racconta il proprio mondo?
Sono molto grata a Serena, perché mi ha dedicato uno spazio in cui le mie doti da chitarrista non restano legate soltanto al repertorio del Sacro Tour, ma possono incontrare anche la mia musica. Spesso le persone, conoscendo la mia passione per il riarrangiamento delle cover, dei brani storici e soprattutto del jazz, e sapendo quanto mi sia sempre impegnata nello studio della chitarra, molto più che della voce, tendono un po’ a confondersi rispetto al mio percorso.Serena, invece, conosce tutti gli aspetti del mio rapporto con la musica: il mio essere cantautrice, chitarrista, compositrice, il mio essere innamorata di questo mondo. Proprio per questo ha voluto mettere in mostra questa molteplicità di scelte e di identità. Poi è chiaro che la vita ti
mette davanti tante possibilità. Chissà, magari un giorno scriverò musiche per il cinema, forse perché sarò troppo stanca per i tour. Tra l’altro sono appassionata di cinema, quindi sarebbe un sogno per me, e in parte mi è già capitato. Per me cantare e suonare la chitarra, oppure suonare soltanto la chitarra, fanno parte dello stesso filo conduttore: in entrambi i casi riesco sempre a essere me stessa.
Hai condiviso il palco con artisti molto diversi tra loro, dai Negramaro a Tosca, fino a Serena Brancale. C’è una lezione che hai imparato osservando da vicino altri musicisti e che oggi porti nel tuo progetto?
Sì, c’è una lezione che mi porto dietro. Credo che il comune denominatore tra gli artisti con cui ho avuto il piacere di lavorare sia la costanza e la perseveranza. È probabilmente anche uno dei motivi per cui sono riusciti ad arrivare così in alto. Questo è ciò che mi ha colpito di più: la capacità di portare avanti la propria poetica, di farla valere nel tempo, senza smettere di studiare e sperimentare. Sono molto grata alla vita per avermi dato la possibilità di confrontarmi con persone così. Credo che non ci sia mai fine alla sperimentazione e allo studio. Di conseguenza, non credo esista un momento in cui si smette del tutto di essere insicuri. Però penso anche che proprio il confronto e la condivisione siano fondamentali per crescere.
La chitarra è molto più di uno strumento nel tuo percorso: è parte della tua identità artistica. È sempre stato importante per te essere riconosciuta prima di tutto come musicista, oltre che come cantautrice?
Molto spesso le persone si sono concentrate sulla mia voce, perché in un certo senso era quella ad avere più volume della chitarra, anche metaforicamente. È la prima cosa che si ascolta quando si interpreta un brano. La realtà, però, è che quando mi dicono che sono una bravissima chitarrista mi emoziono molto. Sono più attratta dall’idea di poter fare la differenza con la chitarra che con la voce, perché ho scelto da anni di studiare questo strumento e il fatto che questo si noti, si veda e arrivi alle persone mi rende orgogliosa. Per me i complimenti legati alle skill da musicista hanno un valore enorme. Poi a volte arrivano anche commenti un po’ particolari, del tipo: “Sei brava a suonare per essere una donna”. Ho imparato a coglierli con ironia e simpatia, ma la realtà è che l’universo femminile è potentissimo anche in ambito musicale.
Hai già attraversato esperienze che molti artisti inseguono per anni: grandi palchi, cinema, televisione e collaborazioni importanti. Guardando avanti, qual è il traguardo che oggi ti entusiasma di più e che non hai ancora raggiunto?
Il mio sogno è cantare le mie canzoni su palchi grandi. Mi ricordo un’intervista di Ed Sheeran in cui raccontava che desiderava arrivare al Madison Square Garden, e poi ci è arrivato, anzi è andato anche oltre. Ecco, per me uno stadio come il Maradona sarebbe un sogno: potermi esibire nella mia città, che mi ha dato tanto e dove si trovano i luoghi della mia vita.