Oasis: Don’t Look Back In Anger, quando la nostalgia diventa presente

Il 10 settembre arriva al cinema il documentario sulla reunion di Liam e Noel Gallagher. Dopo il tour Oasis Live ’25, il film racconta un ritorno che ha riunito generazioni diverse attorno alle stesse canzoni. E che dice qualcosa anche sul modo in cui oggi viviamo la musica

Ci sono band che appartengono a un’epoca precisa e altre che, pur essendo profondamente legate al proprio tempo, riescono a superarlo. Gli Oasis sono entrambe le cose. La loro storia nasce nella Manchester dei primi anni Novanta e si intreccia con l’esplosione del britpop, con Definitely Maybe e (What’s The Story) Morning Glory?, con il successo internazionale e con una stagione del rock britannico diventata parte dell’immaginario collettivo. Eppure, quando Liam e Noel Gallagher sono tornati insieme sul palco nel 2025, sedici anni dopo la separazione della band, il loro ritorno non è sembrato rivolto soltanto a chi li aveva già ascoltati negli anni Novanta. Oasis Live ’25 ha riportato al centro della scena una musica capace di attraversare generazioni, dimostrando quanto sia ancora forte il legame tra gli Oasis e il loro pubblico.

È da questo fenomeno che parte Oasis: Don’t Look Back In Anger, il nuovo documentario prodotto da Magna Studios e presentato da Sony Music Vision, ideato da Steven Knight e diretto da Dylan Southern e Will Lovelace. Il film sarà presentato in anteprima mondiale il 5 settembre alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Venice Open – Out of Competition, e arriverà nelle sale italiane il 10 settembre, prima della distribuzione internazionale in streaming su Disney+ entro la fine dell’anno. Il progetto non si limita a documentare i concerti: attraverso immagini inedite, prove, backstage e interviste ai protagonisti prova a raccontare anche ciò che è accaduto attorno a quel palco e il significato che la reunion ha assunto per chi l’ha attesa per anni.

Il ritorno che sembrava impossibile

Per comprendere il peso di Oasis Live ’25 bisogna tornare al 2009, quando la storia della band si interrompe dopo anni segnati da un rapporto sempre più conflittuale tra Liam e Noel. Da allora, l’ipotesi di rivedere i due fratelli insieme era rimasta una possibilità quasi teorica, alimentata periodicamente da dichiarazioni, smentite e speculazioni. L’annuncio della reunion ha quindi avuto un significato particolare: non si trattava semplicemente di riportare sul palco una band di enorme successo, ma di ricomporre una frattura che per anni era sembrata definitiva.

Il tour è partito il 4 luglio 2025 dal Principality Stadium di Cardiff e ha attraversato Regno Unito e Irlanda, Nord America, Asia, Australia e Sud America. Le date hanno portato gli Oasis in alcuni dei più importanti stadi internazionali, da Wembley a Toronto, da Los Angeles a Tokyo, fino a Melbourne, Buenos Aires e São Paulo. La dimensione globale del tour è stata uno degli elementi che hanno trasformato la reunion in un appuntamento culturale oltre che musicale.

Il documentario osserva quel ritorno dall’interno, mettendo insieme la dimensione spettacolare dei concerti e quella più intima delle prove e del backstage. Al centro ci sono inevitabilmente Liam e Noel, ma anche le persone che hanno condiviso con loro quel momento e il pubblico che ha trasformato il tour in un’esperienza collettiva.

Una storia che continua oltre gli anni Novanta

Gli Oasis sono spesso raccontati attraverso la loro epoca più iconica, quella compresa tra il debutto di Definitely Maybenel 1994 e il successo mondiale di (What’s The Story) Morning Glory? del 1995. È una narrazione inevitabile, perché in quegli anni la band ha contribuito a definire il suono e l’attitudine del britpop, diventando rapidamente uno dei nomi più importanti della musica britannica.

Il primo album conteneva brani come SupersonicLive Forever e Cigarettes & Alcohol e diventò il debutto più rapidamente venduto nella storia britannica dell’epoca. Un anno dopo, (What’s The Story) Morning Glory? avrebbe portato la band a un livello ancora più alto grazie a canzoni come WonderwallSome Might SayChampagne Supernova e Don’t Look Back In Anger. Il sito ufficiale degli Oasis indica oltre 22 milioni di copie vendute per l’album e più di 70 milioni di album venduti complessivamente dalla band.

Ma fermarsi ai numeri e alla nostalgia significherebbe perdere la parte più interessante della storia. Gli Oasis continuano infatti a essere ascoltati anche da chi non ha vissuto quella stagione musicale in prima persona. Le loro canzoni sono passate dai CD alle piattaforme di streaming, dalle collezioni dei genitori alle playlist di nuove generazioni, continuando a essere riconoscibili anche fuori dal contesto nel quale sono nate.

È qui che la reunion assume un significato particolarmente contemporaneo. Il pubblico che ha riempito gli stadi durante Oasis Live ’25 non può essere ricondotto semplicemente a una generazione che voleva rivivere la propria adolescenza. Accanto a chi aveva aspettato per anni di rivedere Liam e Noel c’erano anche persone per cui gli Oasis rappresentavano una musica ereditata, scoperta successivamente e diventata propria. La nostalgia, in questo senso, non è necessariamente memoria personale: può essere anche qualcosa che si riceve, si reinterpreta e si sceglie di vivere nel presente.

Liam e Noel, al centro della storia

La storia degli Oasis è impossibile da separare da quella dei fratelli Gallagher. La loro relazione ha contribuito tanto alla forza creativa della band quanto alla sua dimensione pubblica e alla sua leggenda. Nel corso degli anni, gli scontri tra Liam e Noel sono diventati parte integrante del racconto degli Oasis, fino alla separazione del 2009.

Per questo uno degli elementi più significativi del nuovo documentario è rappresentato dalle interviste congiunte ai due fratelli. La produzione parla della prima intervista congiunta dopo oltre vent’anni, mentre la Biennale di Venezia specifica che si tratta delle prime interviste insieme in oltre 25 anni. Il film permette quindi di osservare la reunion non soltanto attraverso le immagini dei concerti, ma anche attraverso le parole dei suoi due protagonisti principali.

È un aspetto che rende Don’t Look Back In Anger qualcosa di diverso da un semplice film-concerto. Il palco resta centrale, ma intorno al palco si costruisce il racconto di una relazione, di una separazione e di un ritorno. Non viene cancellato ciò che è successo negli anni precedenti; al contrario, la reunion acquista significato proprio perché arriva dopo un’assenza così lunga.

Il significato di una canzone

Il titolo del film arriva da una delle canzoni più rappresentative della storia degli Oasis. Don’t Look Back In Anger, pubblicata nel 1996 come quarto singolo estratto da (What’s The Story) Morning Glory?, è diventata nel tempo uno dei brani più riconoscibili della band e uno dei momenti più corali dei loro concerti.

La canzone ha inoltre sviluppato una vita propria al di fuori della discografia degli Oasis. È diventata un brano cantato collettivamente, capace di assumere significati diversi a seconda del contesto e di essere riconosciuto anche da chi non si considera necessariamente fan della band. Il suo titolo, applicato oggi alla reunion, sembra quasi suggerire una chiave di lettura dell’intero progetto: il passato non viene negato, ma osservato da una prospettiva diversa.

È una dinamica che riguarda anche il modo in cui le nuove generazioni si rapportano alla cultura del passato. Recuperare un artista, un album o una scena musicale non significa necessariamente voler tornare indietro. Può significare prendere qualcosa che apparteneva a un’altra epoca e inserirlo nel proprio presente.

Il concerto come esperienza collettiva

Anche la scelta di portare il documentario nelle sale prima dello streaming contribuisce a questa idea. Un concerto degli Oasis è per sua natura un’esperienza collettiva, costruita sulla partecipazione del pubblico, sui cori e sulla sensazione di appartenere per qualche ora a qualcosa di più grande del singolo spettatore.

Don’t Look Back In Anger prova a trasferire quella dimensione sul grande schermo. Il film ha una durata di 122 minuti e combina le performance del tour con materiale proveniente dalle prove e dal backstage. Alla regia ci sono Dylan Southern e Will Lovelace, già autori di Shut Up and Play the Hits, mentre la fotografia è firmata da Haris Zambarloukos. Il team audio comprende inoltre James Mather e Tarn Willers, entrambi premiati con l’Oscar.

La première veneziana del 5 settembre sarà quindi il primo passaggio di un film che, pochi giorni dopo, arriverà nelle sale italiane. Una scelta che restituisce alla reunion una dimensione condivisa: prima ancora di essere un contenuto da vedere individualmente in streaming, il ritorno degli Oasis viene nuovamente trasformato in un’esperienza da vivere insieme.

Quando la nostalgia diventa presente

Forse è proprio questo il motivo per cui gli Oasis continuano a essere rilevanti oltre la loro epoca. La loro musica appartiene certamente agli anni Novanta, ma non è rimasta lì. Ha attraversato decenni, formati e generazioni diverse fino a tornare nel 2025 su palchi enormi davanti a un pubblico che non aveva necessariamente la stessa età quando quelle canzoni sono state scritte.

La reunion di Liam e Noel non dimostra semplicemente che una band può tornare dopo sedici anni. Dimostra quanto possa essere duratura una relazione tra musica e pubblico quando le canzoni riescono a uscire dal proprio contesto originale. Per chi c’era, Oasis Live ’25 è stato il ritorno di qualcosa che sembrava perduto; per chi è arrivato dopo, è stata la possibilità di vivere per la prima volta un pezzo di storia musicale che fino a quel momento conosceva soltanto attraverso i dischi e la cultura pop.

È questa forse la dimensione più interessante di Oasis: Don’t Look Back In Anger: non raccontare soltanto ciò che gli Oasis sono stati, ma osservare cosa sono diventati nel momento in cui hanno deciso di tornare.

Perché la nostalgia, quando funziona davvero, non è il desiderio di tornare indietro. È la capacità di portare qualcosa del passato nel presente e scoprire che, a distanza di trent’anni, quelle stesse canzoni possono ancora appartenere a tutti.