Kel Giordano: «Estranei è un traguardo; abbiamo bisogno di storie che ci fanno sognare»

Intervista al protagonista della nuova serie che arriva su Rai Due da venerdì 9 ottobre

Quando ha scelto di abbandonare l’aeronautica per la strada della recitazione Kel Giordano non inseguiva la fama, il successo o il denaro. Il suo obiettivo era quello di raccontare storie e di dare voce a chi una voce non l’ha mai avuta. Quando sceglie di sposare un copione lo fa perché crede fortemente nel valore che quel progetto può dare prima a sé stesso e poi al pubblico. Il ruolo di Bisan in Estranei, la nuova serie in partenza venerdì 9 ottobre su Rai Due co-prodotta da Rai Fiction ed Eagle Pictures, rientra perfettamente in questa categoria.

Italiano di seconda generazione Bisan torna a Correggio, la città in cui è cresciuto ma in cui non si è mai sentito davvero a casa, quando suo cugino Manraj scompare nel nulla insieme a Camilla. Bisan è irruento e impulsivo e vorrebbe condurre le sue indagini in assoluta solitudine perché non crede nel valore delle forze dell’ordine. In un mondo pieno di pregiudizi Manraj rappresenta il colpevole perfetto e la soluzione più semplice del caso. Si ritroverà a collaborare con Laura Macchi (interpretata da Elena Radonicich), carabiniera negoziatrice per il comando provinciale tornata a Correggio per prendersi cura del padre malato. Insieme i due scaveranno a fondo per giungere alla verità.

«Spero che le persone si appassioneranno a questa storia perché ha veramente tanto. Non è soltanto un Romeo & Giulietta un po’ moderno, non è soltanto un crime o un thriller. C’è tanto di più – rivela Kel Giordano a Next Gen Magazine – si va ad esplorare tanto dell’animo umano. Non vuole dare risposte ma sollevare tante domande.»

«Mi sono divertito molto a esplorare l’irruenza di Busan»

Estranei

In Estranei interpreti il ruolo di Bisan, cosa puoi raccontarci del tuo personaggio?

Bisan vive all’estero e torna in Italia per un motivo spiacevole, cioè investigare sulla scomparsa del cugino. Non lo fa a cuor leggero. Questo per lui significa riaprire vecchie ferite e ritornare in un luogo in cui non si è mai sentito a casa. Ma da buon soldato è abituato ad avere sempre un piede in guerra. Capisce che in quel momento la priorità è un’altra e fa di tutto per riuscire a trovare una soluzione a questo problema.

Bisan è in realtà un doppio outsider perché non si è mai sentito davvero accolto né dal paese in cui vive né dalla sua comunità d’origine…

È proprio così. Torna in quella casa che lo ha respinto che da un lato è proprio la sua famiglia d’origine e dall’altro la comunità. È qui che si sente un “estraneo”. 

Bisan è impulsivo e irruento. Quanto ti somiglia in questo? 

Sono caratteristiche che vedo molto in me. Bisan è impaziente, è un fiume in piena e molto impulsivo. Mi piace questo suo lato e mi ritrovo molto in questo. Negli anni però ho dovuto imparare a mediare per coesistere con la società. Mi sono divertito molto a esplorare la sua irruenza.

Bisan appare per la prima volta nel secondo episodio, intitolato “I soliti sospetti”. Un titolo che descrive anche ciò che accade quando in un fatto di cronaca c’è di mezzo uno straniero. A causa dei pregiudizi diviene il colpevole designato. È ancora così?

Purtroppo sì. Oggi ancora più di prima. Quindici anni fa questa cosa era andata un po’ a scemare, adesso invece sta ritornando. Si punta molto più velocemente il dito e si traggono conclusioni affrettate. Questo non è solo sbagliato ma è anche un peccato. La tecnologia evolve ma alcuni comportamenti sociali vanno per il verso opposto. Ed è triste.

«La recitazione per me è stata ed è terapeutica»

Estranei

E con l’avvento dei social questo fenomeno è aumentato ancora di più…

Assolutamente, con i social questo fenomeno si è amplificato. Se una volta erano 100 persone ad avere parola ora ce l’hanno un milione. È un amplificatore di tutto, nel bene e nel male. Detto questo ci sono dei rari fari di speranza ma, d’altro canto, c’è anche un sottofondo molto presente che ci investe negativamente tutti i giorni. Io sono molto ottimista ma è innegabile che c’è.

I pregiudizi hanno fatto parte della tua vita? 

Sì, indubbiamente ma mi reputo molto fortunato. Mi sono sempre messo nella parte della ragione, non ho mai fatto nulla per mettere in discussione la mia integrità. È brutto dirlo ma un caucasico può sbagliare di più. C’è una lente di ingrandimento sul resto. E, dato che fa sempre più rumore un albero che cade di una foresta che cresce, questo alimenta il pregiudizio. Il mio obiettivo è sempre stato quello di cercare di disinnescare questo pensiero.

Che infanzia hai avuto? 

Sono cresciuto i primi tre anni di vita in un orfanotrofio in Sri Lanka e poi sono stato adottato da una famiglia di Torino insieme a mio fratello gemello. Ho vissuto un’infanzia meravigliosa. Mi sento molto fortunato e non mi sono neanche mai visto come ‘un ragazzo di colore’. Me ne frego molto di quello che pensano gli altri. Devo dire che non sono testimone di episodi che mi hanno traumatizzato ma ho tanti amici che non possono dire la stessa cosa. È solo fortuna. Fortuna di avere determinate amicizie ed essere cresciuto in determinati ambienti. E forse anche un po’ di pretty privilege. È tutto più complicato se non si è belli. Tante volte avere un bel sorriso aiuta.

E la tua famiglia? Ti sostiene e ti ha sostenuto in questa scelta?

Io arrivo dal mondo dell’aeronautica. Ho preso il brevetto di volo. Quando ho deciso di cambiare rotta i miei genitori erano molto preoccupati e mi facevano notare la precarietà di questo mestiere. C’era tanta preoccupazione e apprensione che rimanessi deluso e ferito dal risultato. Ma la ragione che mi ha spinto a fare questo lavoro non era diventare famoso. Volevo semplicemente iniziare a esplorare me stesso. Non sono partito con nessuna velleità o ambizione. Volevo solo divertirmi, giocare e raccontare storie e messaggi importanti. Questo aspetto secondo me è importante. La recitazione per me è stata ed è terapeutica. 

«I Goonies. È uno dei primi film dove, una volta eliminata la sospensione dell’incredulità, ho pensato quanto sarebbe bello portare delle emozioni nel mio modo»

Estranei

Quando hai capito che la recitazione era la tua strada?

Al termine del mio primo viaggio in Sri Lanka da adulto. Quel viaggio mi ha segnato. Ho capito che il mondo dell’arte, dell’imprevedibilità e dell’intelligenza emotiva mi incuriosiva ma soprattutto mi apparteneva. Quando sono tornato a casa l’ho fatto con il pensiero di ritornare a me stesso. E l’unica risposta che mi sono data è stata questa. Ho sempre amato la recitazione, sin da quando ero bambino. Andavo al cinema tantissimo. A casa mi ero costruito una mini videoteca, facevo le imitazioni delle pubblicità. Alle superiori la mia tesina era stata su The Aviator. È sempre stata presente, solo che non ho avuto il coraggio di ascoltarla sin da subito. 

Qual è stato il primo film che ti ha fatto sognare di essere dall’altra parte?

I Goonies. È uno dei primi film dove, una volta eliminata la sospensione dell’incredulità, ho pensato quanto sarebbe bello portare delle emozioni nel mio modo. Che è poi quello che fa la recitazione, raccontare qualcosa. Sento di avere urgenza e bisogno di raccontare delle cose attraverso le mie emozioni. 

Quando parli di questo fai riferimento a storie che hanno bisogno di luce e non ne hanno mai avuta una? 

Esatto. Adesso sta uscendo al cinema la storia di Sylvester Stallone e già solo il trailer mi emoziona tantissimo. Pensare che quella storia è vera è meraviglioso. Il cinema e la tv hanno un’enorme responsabilità che è quella di far sapere alle persone che ci sono storie bellissime e drammi. E in tutte queste storie ci sono dietro personaggi che danno vita e trovano parole per spettatori che magari provano la stessa sofferenza. Persone che quando guardano quel film o quella serie tv si sentono meno sole. Quando è finito Stranger Things ero triste, mi mancavano quei personaggi. Adesso sto facendo un rewatch e non voglio finirlo. Ed è pazzesco perché, da tecnico del settore, dovrei essere più distaccato. Invece riesco ad abbandonarmi al 100% e mi godo queste storie. Questo significa che abbiamo bisogno di storie che ci fanno sognare. Estranei racconta delle minoranze in un modo non nuovo ma originale per la Rai, molto attuale. Oggi c’è bisogno di raccontare determinati argomenti perché danno alle persone un punto di vista diverso.

Un sogno che sei riuscito a realizzare grazie al tuo lavoro?

Sono riuscito ad apprezzare tanto il fatto che, nel mio lavoro, sono riuscito a vivere una vita diversa dalla mia. È come se la mia vita di attore maturasse e invecchiasse e io rimanessi un Peter Pan. Trovo divertente questo contrasto. Estranei è un traguardo, perché mi metto tanto in discussione. Di questo sono fiero. Sento di portare un personaggio molto divisivo e discutibile. Alcuni lo detesteranno, altri no. E questa dualità mi piace.

Progetti futuri?

Ho in ballo un po’ di progetti e stiamo lavorando per capire quale può essere la strada più interessante da seguire. Ho esigenza di portare qualcosa di valore, anche solo per me. Sono molto ottimista.