È un’inedita nostalgia quella che ha spinto Nashley a scrivere Sempre soli. Il rapper vicentino, classe 2000, torna a due anni di distanza dal suo ultimo album Dimenticare il mondo con un brano crudo e profondamente personale che anticipa un nuovo percorso artistico. In Sempre soli è la scrittura a prendersi il centro della scena. Il cantautore fotografa uno stato d’animo preciso in cui trionfa una sensazione di solitudine che gli permette di raccontare la sua città mentre tutto corre troppo veloce ed è difficile fermarsi.
«È una canzone che parla dello scorrere del tempo, delle persone che cambiano, dei treni che passano e di quella strana sensazione che si prova quando, crescendo, ci si ritrova a cercare qualcosa che forse non esiste più», spiega Nashley. Un ritorno alle origini con uno sguardo nuovo e più maturo che lo hanno trasformato nell’uomo e nell’artista che è oggi.

Torni dopo due anni dal tuo ultimo album con Sempre soli, un brano in cui racconti una parte di te…
È un pezzo che parla di un preciso momento della mia vita a Vicenza, tra i 14 e i 18 anni. C’è un po’ di nostalgia di quegli anni e dei miei amici. Anticipa un disco molto introspettivo con molti ricordi e immagini.
Sempre soli è il primo passo di un nuovo percorso artistico. I tuoi fan dovranno aspettarsi una parte di te inedita rispetto al passato?
Secondo me non è inedita. Quando scrissi Nuovi jeans ormai otto anni fa c’era già una parte di me molto nascosta. È semplicemente la stessa parte ma maturata, con ragionamenti diversi dietro, nuove esperienze e nuove ferite che prima non c’erano. È solo l’evoluzione adulta della mia introspettività. Ci saranno anche pezzi più leggeri. Il punto principale del disco è la scrittura, è la cosa a cui voglio dare più rilievo.
Un brano scritto a quattro mani con Nesli. Che esperienza è stata e cosa apprezzi di questo artista?
È stato un onore. Per me La fine è tra i 10 brani più belli della musica italiana degli ultimi vent’anni. Sono sempre stato un suo grande fan. Quando me l’hanno detto ero parecchio agitato ma anche gasato. Di lui apprezzo il fatto che lasci molto spazio all’artista. Mentre molti autori cercano di entrare troppo nella sessione di scrittura, Nesli sa lasciare lo spazio senza invaderlo aggiungendo la cornice che manca.
C’è chi il passato spera di dimenticarlo e chi sogna di poterlo rivivere. Tu che rapporto hai con la nostalgia?
Non sono un grande nostalgico. Non so neanche perché ho scritto un pezzo così nostalgico. Ho avuto un periodo qui a Milano in cui mi mancavano tante cose. Era inverno, ho visto mie vecchie foto da piccolo, ho sentito alcune persone che non sentivo da tempo e mi sono reso conto che stavo provando quella nostalgia. È stata una sensazione nuova per me.
E ti ha aiutato? Ha avuto un effetto terapeutico scrivere ciò che provavi in quel momento?
Sicuramente sì. Uno dei primi motivi per cui faccio musica è aiutare gli altri aiutando me stesso. Quando scrivi una canzone riesci ad analizzare delle cose di te. È come una sessione di terapia. Passi ore a trattare un argomento, a scrivere una frase nella maniera giusta. E mentre lo stai facendo fai delle riflessioni su quell’argomento. Ci sono alcune cose in cui mi do risposte, altre che racconto come già risolte. È molto terapeutico scrivere pezzi così.
Come è stato il tuo passato? Che bambino e che adolescente eri?
Posso dire una testa di c**o? (ride, ndr). Ho avuto un’infanzia abbastanza difficile. Ho cambiato tante case. Ho avuto dei problemi con mio padre, sono andato a vivere dai miei nonni e poi ho avuto problemi anche con loro. Ho vissuto con mia madre, che si è sbattuta in quattro. Con gli anni ci siamo un po’ rasserenati ma all’inizio non è stato facile. Questa pesantezza arriva negli anni, quando inizi a capire le cose. Sono delle ferite che ho curato con il passare del tempo. Durante l’adolescenza ero un gran ribelle, in mezzo a gente abbastanza sbagliata. Ne parlo anche nel brano, nella seconda strofa: «Il mio amico non ce l’ha mai a fatta a cambiare vita. E ogni tanto lo penso davvero. Poteva andare in un modo diverso». Ho avuto un momento, a 17 anni, in cui è arrivata la musica. Ho mollato scuola e ho lasciato la mia vecchia vita. Ho perso quasi tutti perché sono uscito da quel giro.

Per cosa senti di dover dire grazie alla musica?
Io alla musica devo dire sia grazie che vaff***. È un rapporto di amore/odio. Ci sono dei giorni in cui sono grato e contento, altri in cui sono arrabbiato perché non è un mondo facile. Bisogna saper reggere i colpi e i colpi sono tanti. Sicuramente però sono molto più grato perché vivo grazie alla mia passione e mi ha tirato fuori da una situazione che poteva diventare veramente insoddisfacente.
Molti rapper in questi giorni si sono esposti pubblicamente e hanno commentato i recenti fatti che riguardano il nostro paese. Qual è la tua posizione in merito? Secondo te gli artisti hanno un dovere civico di esprimersi?
Tocchi un tasto dolente. È una settimana che penso a questa cosa in maniera profonda. È complicato dare una risposta secca. Io credo che gli artisti debbano esporsi. Io non sono uno di quelli che lo fa tantissimo perché, prima di parlare, voglio informarmi molto bene. E spesso capita che nel tempo in cui impiego a farlo si è iniziato a parlare di altro. È giusto che il fan che ti ascolta sappia che posizione hai per scegliere se continuare a seguirti oppure no. È diritto dell’ascoltatore sapere da che parte sta l’artista, anche se si può intuire già dalla sua musica.
Detto questo, penso che l’Italia stia andando a put*ane. Ho molti amici stretti che stanno facendo fatica e non riescono ad arrivare a fine mese. Credo che ci voglia una rivoluzione ma non credo che sia questo il modo. Sono d’accordo con chi dice che le manifestazioni pacifiche servono ma non smuoveranno mai niente. È giusto alzare la voce. Il limite però si supera quando ci sono persone che scendono in piazza non per manifestare per quei diritti ma per fare casino e mettere in mezzo persone innocenti.
C’è un artista con cui ti piacerebbe collaborare?
Ora come ora artisti che metterei nel disco potrebbero essere o Chiello o Silent Bob. Mi piacciono entrambi. Li sentirei bene nel mio nuovo progetto.
Il primo concerto a cui sei stato?
Zucchero all’Arena di Verona quando avevo sei anni. L’avrò visto quattro volte.
L’ultimo brano che hai ascoltato su Spotify?
Scar Tissue dei Red Hot Chili Peppers. Io ascolto solo roba vecchia.