Quest’estate il suo timbro risuona due volte sul grande schermo, sempre dietro al volto di Tom Holland: è la voce italiana dell’attore in Spider-Man: Un nuovo giorno, nelle sale dallo scorso 29 luglio, e lo è anche nei panni di Telemaco nell’attesissima Odissea di Christopher Nolan, già campione di incassi al botteghino mondiale. Ma Alex Polidori, classe 1995, nel doppiaggio ci è arrivato quasi per caso, o meglio, per gioco: prima notato da Mike Bongiorno da bambino, poi lanciato da Nino Frassica sul palco di Sanremo 2003, quando aveva appena cinque anni. Da lì, un percorso che passa per Il bello delle donne, i cartoni Disney più amati (Nemo, Koda – Fratello Orso), fino a diventare oggi una delle voci di riferimento della sua generazione, capace di dare corpo tanto a Timothée Chalamet quanto a Tom Holland, gli attori suoi coetanei con cui è cresciuto professionalmente in parallelo.
In questa intervista, Polidori ripercorre 25 anni di carriera: dall’infanzia sul set alla sala di doppiaggio, dal rapporto con l’intelligenza artificiale al futuro della scuola italiana di doppiaggio, fino ai suoi progetti musicali.

«Un doppiatore deve essere un attore ancora più versatile di un attore normale»
Partiamo dall’inizio. Cosa hai provato a essere stato notato da Mike Bongiorno da bambino?
È stata un’esperienza bellissima, anche se dovrei dare più merito a Nino Frassica. Avevo cinque anni quando lavorammo insieme al Festival di Sanremo del 2003, in uno sketch molto ricordato in cui Nino faceva il sindaco di Sanremo. Con lui avevo già lavorato in altri sketch quando avevo due o tre anni. Poi arrivò l’opportunità con Mike Bongiorno, importante perché da lì ho iniziato davvero a entrare in questi ambienti, il set, e poco dopo sono arrivate le prime fiction da attore.
Quanto quell’esperienza ha influenzato la scelta di farne una carriera?
Vivevo tutto come un gioco, ma già in qualche modo professionale: mi dicevano che dovevo dire delle battute, le dicevo, facevamo le prove. Non c’è stato un bivio, una scelta netta: avevo anche mio fratello maggiore, Gabriele Patriarca, attore affermato che aveva iniziato prima di me con Lo Zecchino d’Oro. Lo vedevo in televisione e volevo farlo anch’io.
Dal Sanremo 2003 al doppiaggio: come sei passato dalla recitazione davanti alla macchina da presa al lavoro, in un certo senso invisibile, della voce?
È stato un passaggio abbastanza naturale, anche se non lo è per tutti. Capita spesso, anche recitando in presa diretta, di dover fare delle integrazioni in sala doppiaggio: fuori campo, problemi di audio, cambi di battute. Mi sono ritrovato quindi a ridoppiare me stesso. L’ambiente lo conoscevo già, perché anche mio fratello aveva fatto lo stesso percorso e spesso lo accompagnavo in sala insieme a mia madre.
Tra i tuoi primi personaggi, quale ricordi con più affetto: Nemo o Koda?
Con Koda mi sono divertito ma mi sono anche messo più alla prova. Nemo è un personaggio importante nel film, ma ha battute sempre piuttosto brevi, tecnicamente non troppo complesse, a parte qualche momento più emotivo col padre.
Koda non smette mai di parlare dall’inizio alla fine: aveva tirate lunghissime, veloci, perché doveva rendere l’idea di questo personaggio a cui l’altro protagonista non riesce a stare dietro, tanto da dirgli “non stai mai zitto”. Avevo sette anni e mezzo, forse meno, e non è stato affatto facile: è stato un lavoro ricercato, e ho imparato tantissimo perché era la prima volta che parlavo così tanto in un ruolo.

Dopo 25 anni di carriera, cosa significa oggi essere la voce ufficiale italiana di Tom Holland e Timothée Chalamet, due attori praticamente tuoi coetanei?
Mi sono emozionato molto seguendo la loro crescita in questo mondo, continuando a dargli voce quasi sempre, anche se all’inizio, una decina d’anni fa, capitava che li doppiassero anche altri colleghi. Da Chiamami col tuo nome in poi, che è il film in cui Chalamet è sbocciato, l’ho fatto praticamente sempre.
Mentre avevo doppiato Tom Holland prima di Spider-Man, in un film Netflix con Chris Hemsworth, Don’t Worry Darling: all’epoca lui era conosciuto negli ambienti per aver fatto il musical di Billy Elliot da ragazzino e The Impossible, ma non era ancora la star che sarebbe diventato. Ho iniziato a seguirli quando avevamo entrambi vent’anni, più o meno nello stesso periodo. Con Spider-Man ho pensato subito che potesse aprirmi qualche possibilità in più come attore; con Chalamet non mi aspettavo un successo così grande, e invece ha iniziato a lavorare a ritmi altissimi, anche due film l’anno per anni. Mi ha dato tantissimo ed è stato un vero onore.
Li hai mai incontrati di persona?
Soprattutto Chalamet, sì. All’epoca non c’era ancora tutta questa iper-esposizione mediatica di oggi tra social e content creator, quindi fu abbastanza semplice: una conferenza stampa organizzata da Sony mi permise di parlargli un paio di minuti. È stato strano, perché quando li vedi dal vivo ti sembrano quasi delle persone irreali, hanno un’aura particolare. Lui parlava con quella voce che io uso come riferimento per le sue battute, quindi era come incontrare per la prima volta una persona che però già conosci, che ti sembra quasi un parente. Ovviamente lui non aveva idea di chi fossi, ma noi doppiatori ci affezioniamo molto ai personaggi, anche se non conosciamo davvero chi li interpreta.
In Marty Supreme hai dato voce a un personaggio ispirato a Marty Reisman, valso a Chalamet il Golden Globe. Come ti sei preparato per un ruolo così fisico e specifico?
In realtà per il doppiaggio non ci si prepara mai troppo prima: vedi il film, leggi la scena, guardi come viene recitata e la adotti. Il lavoro vero si fa in sala, sulle sfumature, rifacendo le scene più volte, a pezzi. È stato un lavorone perché il personaggio aveva una frenesia continua che dovevamo ricreare, con tanti cambi di ritmo e di interlocutore anche all’interno della stessa battuta. Sono molto autocritico con me stesso: raramente riascoltiamo le scene appena doppiate, ci fidiamo del giudizio del direttore di doppiaggio e scopriamo il risultato solo al cinema.
Nonostante la difficoltà, sembra un’esperienza che ricordi con piacere.
Con questo personaggio mi sono divertito parecchio, anche perché ho lavorato in un ambiente disteso, cosa che non capita sempre visto che spesso le produzioni mettono molta pressione. In questo caso invece c’era spazio anche per un po’ di estro personale, cosa sempre più rara: ultimamente si chiede tanta aderenza all’originale, lasciando poco margine di interpretazione. Secondo me un’edizione italiana deve differenziarsi in qualcosa, non solo nella lingua: altrimenti tanto vale farla fare a un’intelligenza artificiale.
Quest’estate sei contemporaneamente al cinema con Spider-Man e con Tom Holland nell’Odissea di Nolan. Come si gestisce l’uscita quasi in contemporanea di due progetti così importanti?
È stata un’estate molto calda, in tutti i sensi. Sono state due lavorazioni completamente diverse.
Su Spider-Man c’era tutta la segretezza tipica dei cinecomic per via degli spoiler, versioni curatissime e blindate. Sull’Odissea invece, paradossalmente, la sicurezza era ancora più estrema: la storia la conoscono tutti, ma per la visione in sala ci veniva mostrato solo lo schermo nero con un piccolo cerchio intorno al volto del personaggio, senza sfondo. Difficilissimo anche solo capire le distanze tra i personaggi nelle inquadrature. Ci guidava il direttore di doppiaggio, Marco Mete, che doveva ricordarsi tre ore di film da una sola visione.
«Come doppiatori restiamo secondo me ancora bravissimi, e ce lo riconoscono anche all’estero»
Spesso si pensa che doppiare sia “solo” prestare la voce. Quanto conta invece la recitazione vera e propria in questo mestiere?
Conta moltissimo, ed è un aspetto spesso frainteso dal pubblico. Un doppiatore deve essere un attore ancora più versatile di un attore normale, perché deve riuscire a recitare seguendo esattamente il modo di recitare di un altro attore, in un’altra lingua, che quella interpretazione ci piaccia o meno.
È una doppia difficoltà: reciti solo attraverso la voce, senza l’aiuto del corpo, che normalmente ti accompagna nel movimento della battuta. Devi anche avere la sensibilità di accodarti a un’interpretazione che magari non rispecchia il tuo modo di vedere quel personaggio. È vero che in sala il doppiatore fa l’attore, ma con meno responsabilità legate all’aspetto fisico.
Con esperienze come The Boys e Young Sherlock ti sei confrontato con registri molto diversi, dal comico al drammatico. Come cambia il tuo approccio da un genere all’altro?
Se il personaggio è un po’ più simpatico e ironico, come può esserlo anche Spider-Man sotto la maschera, sono nella mia comfort zone: penso a Usopp di One Piece, quando fa un po’ lo scemotto, mi diverto e mi viene naturale.
Nelle parti drammatiche devo impegnarmi molto di più, restarci con la testa, magari cercando una voce più calda e matura. Con l’esperienza si riesce comunque a cambiare registro, ma ci sono personaggi in cui ti riconosci meno, in cui non ti senti a tuo agio: il lavoro va fatto comunque, e bisogna trovare il modo giusto.
In Italia la tradizione del doppiaggio è lunghissima e molto rispettata, basti pensare a nomi come Roberto Pedicini, Massimo Lodolo o Francesco Vairano. Cosa rende secondo te la scuola italiana diversa da quella di altri Paesi?
Devo essere onesto: in alcuni Paesi il doppiaggio si sta evolvendo, magari studiando meglio alcuni aspetti tecnici. Ma sull’aderenza all’originale e sullo spessore recitativo restiamo secondo me ancora bravissimi, e ce lo riconoscono anche all’estero.
Il doppiaggio però è cambiato molto. Non è più come una volta, quando ogni film usciva doppiato con tutti i crismi. Oggi, con la mole di produzioni e piattaforme, i ritmi sono serratissimi e spesso non si riesce a dare quel qualcosa in più. Le produzioni stesse a volte si accontentano di un risultato mediocre, forse per omologarsi ad altri Paesi che fanno un doppiaggio più piatto, più simile all’originale in senso tecnico. Per noi però è un danno, perché rischiamo di regredire mentre altri Paesi, che fino a pochi anni fa doppiavano poco, stanno migliorando parecchio.
Oggi si richiede, per esempio, che la lunghezza della battuta sia identica, che la forma d’onda coincida esattamente con quella della voce originale. Inseguire troppo la sincronia col suono rischia di produrre un doppiaggio fuori ritmo.

«Da questo autunno vorrei tornare a pubblicare canzoni con una maturità diversa rispetto all’ultimo disco»
L’intelligenza artificiale si sta affacciando sempre di più al doppiaggio, tra voci sintetiche e cloni vocali. Cosa ti preoccupa di più?
È già realtà in ambiti come pubblicità e documentari, dove serve un parlato pulito e poco emotivo: lì l’IA può togliere lavoro all’essere umano. Un problema concreto è quello della tutela della voce: capita che colleghi si ritrovino la propria voce clonata su contenuti che non hanno mai registrato, con conseguenze anche legali. Sul fronte della recitazione vera e propria, per ora non ho visto risultati convincenti: alcuni prodotti realizzati con l’IA sono stati bocciati. Non credo che ridoppiare un intero film con l’IA convenga davvero in termini di tempo e qualità. Può invece essere utile per piccoli interventi di post-produzione, correzioni dell’ultimo minuto. Non la vedo come una minaccia devastante nell’immediato, ma nel lungo periodo, dove manca la componente emotiva, è più semplice che una macchina possa sostituire il lavoro umano.
Con oltre mezzo milione di follower complessivi, che rapporto hai con chi ti segue sui social, e che consiglio daresti invece a un giovane che si affaccia a questa professione?
Sono felice di avere un seguito, perché non era scontato in un mestiere che per tanto tempo è rimasto avvolto dal mistero, forse per preservarne la magia. Oggi è giusto dare più visibilità a chi presta la voce ai personaggi che tutti amiamo, anche se secondo me non se ne dà ancora abbastanza: spesso agli eventi vengono invitati solo i doppiatori più seguiti sui social, non necessariamente i più autorevoli. Detto questo, il consiglio che darei a un giovane che si affaccia a questa professione è uno su tutti: prima di tutto bisogna studiare per diventare attori, non doppiatori. Il doppiaggio è una specializzazione dell’attore, non puoi doppiare senza saper recitare. Io stesso mi porto dietro tutto quello che ho fatto da bambino sul set: conosco cosa vuol dire interpretare un personaggio, e questo mi aiuta quando devo ridoppiarlo. Chi parte direttamente dal fandub in cameretta e arriva in sala di doppiaggio senza essere mai passato dalla recitazione fa un salto troppo veloce.
Per chiudere, cosa ti aspetta nel futuro, anche dal punto di vista musicale?
Da buon cantautore mi sono preso del tempo per scrivere. Conciliare musica e doppiaggio non è difficile, ma con la musica preferisco un approccio meno produttivo e più autentico: accumulo materiale, scrivo di cose reali, senza la pressione di dover far uscire un pezzo entro una scadenza. Da questo autunno vorrei tornare a pubblicare canzoni con una maturità diversa rispetto all’ultimo disco. È un’esigenza che sento da sempre: sono nato con la musica, mio padre è musicista, ho sempre scritto canzoni. È un modo per essere più reale, per esprimermi al di fuori di un personaggio, cosa che con la recitazione e il doppiaggio non capita mai davvero.