Stiamo vivendo in un’epoca di collisione: analogico contro digitale, umano contro intelligenza artificiale. Nel cinema, più che altrove, questa tensione prende forma visiva e narrativa. L’AI non è più solo uno strumento invisibile nascosto nei software di montaggio o negli effetti speciali, ma un nuovo interlocutore creativo, capace di generare immagini e sceneggiature, persino stili visivi. La domanda non è più se il cinema cambierà, ma come riuscirà a farlo restando umano. Secondo uno studio di Daniel Kokotajlo, ex ricercatore di OpenAI, entro il 2027 i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero raggiungere il livello di un ricercatore autonomo, capace di sviluppare e migliorare se stesso.
Questa prospettiva, riportata dal New York Times, apre un dibattito urgente anche nell’ambito cinematografico: cosa succede quando una macchina diventa co-autrice di un film? Una risposta concreta l’abbiamo avuta lo scorso settembre, durante la 82ª Mostra del Cinema di Venezia, con l’evento Venez(IA), organizzato da EDI Effetti Digitali Italiani insieme a HAI – Human & Artificial Imagination.

La fusione tra cinema e algoritmo
Professionisti, giornalisti e autori hanno discusso non tanto del rischio di sostituzione, quanto di integrazione. L’obiettivo non è creare film “scritti da un algoritmo”, ma utilizzare l’AI per espandere la libertà creativa, accelerare i processi produttivi e aprire nuovi immaginari. Come ha sottolineato EDI, l’intelligenza artificiale può ridurre del 30-50% i costi di produzione grazie a strumenti per set extension, crowd simulation o previsualizzazione, senza eliminare il lavoro umano: lo trasforma, lo specializza e lo rende sicuramente più strategico.
Il cinema, d’altronde, ha sempre vissuto questa dialettica tra paura e fascinazione per la tecnologia. Ogni rivoluzione– dal sonoro al digitale, dalla pellicola al montaggio virtuale– ha sollevato timori di “fine del cinema”, puntualmente smentiti dalla vitalità del mezzo. L’intelligenza artificiale non è diversa: può essere vista come un prolungamento della mano umana, non una sua sostituzione, ma il rapporto tra AI e cinema è anche tematico, narrativo e simbolico.

Le realtà parallele dello schermo
Fin dalle origini, la settima arte ha anticipato i dilemmi che oggi viviamo. Metropolis di Fritz Lang (1927) immaginava già una città governata dalle macchine e una donna-robot capace di confondere l’umano e l’artificiale. Con 2001: Odissea nello spazio (1968), Stanley Kubrick ha dato volto alla coscienza artificiale attraverso l’occhio rosso di HAL 9000, una macchina che pensa e prova angoscia. Negli anni ’80, Blade Runner di Ridley Scott ha spostato il discorso sul terreno dell’identità: cosa significa “essere umani” se anche i replicanti possono provare empatia? Più recentemente, film come Her (2013) di Spike Jonze o Ex Machina (2014) hanno reso l’intelligenza artificiale una questione intima e relazionale, interrogando la capacità delle macchine di amare, comprendere, o manipolare. In Transcendence (2014) o nella saga di Matrix, il confine tra reale e virtuale diventa così labile da dissolversi del tutto.

El Eternauta e Atlas rappresentano due approcci opposti all’intelligenza artificiale nel mondo Netflix. Nel primo, adattamento dell’iconico fumetto argentino di Héctor Germán Oesterheld, l’AI è stata utilizzata dietro le quinte, per la prima volta in una produzione della piattaforma, con strumenti capaci di supportare la creazione di ambienti digitali e migliorare il processo visivo senza sostituire la regia umana. Atlas, invece, porta l’AI al centro della narrazione: il film con Jennifer Lopez racconta di un’analista costretta a collaborare con un sistema artificiale per salvare l’umanità, riflettendo sui limiti e le potenzialità del rapporto tra uomo e macchina.
Due prospettive diverse che mostrano come l’AI stia trasformando, dentro e fuori dallo schermo, il linguaggio cinematografico contemporaneo. Il cinema ha previsto la nostra epoca, quella in cui il Sé si disincarna, vive tra schermi e codici, rischiando di perdersi nel digitale. Eppure, come il cinema ci insegna, la soluzione non è il rifiuto della tecnologia, ma la consapevolezza del suo uso. L’intelligenza artificiale, se governata, può ampliare le possibilità espressive e narrative del cinema, così come un tempo il montaggio digitale o il green screen rivoluzionarono la produzione.

La vera sfida oggi è mantenere il controllo estetico e umano di ciò che vediamo. L’AI può generare infinite immagini, ma non può ancora– e forse non potrà mai– restituire l’imperfezione di un gesto, l’improvvisazione di un attore o il ritmo emotivo di una scena. Per questo il cinema rimane un’arte umana, anche quando dialoga con la macchina. Non consideriamo, quindi, questo ‘rapporto’ come una guerra di sostituzione, ma come un dialogo di visioni. Se l’AI può espandere i confini della rappresentazione, spetterà all’uomo mantenerne il senso. Il futuro del cinema non sarà né totalmente umano, né totalmente artificiale, ma sarà ibrido, come la nostra epoca. Un’era in cui l’immaginazione si moltiplica, ma lo sguardo umano resta il suo centro irripetibile.