Comprendere appieno le molte sfaccettature celate nell’animo umano è una missione persa in partenza. Carpire l’essenza dei suoi tanti risvolti diventa un’impresa quasi paradossale: nel momento in cui si pensa di esser finalmente giunti a una chiave di lettura, ecco aprirsi un nuovo enigma; un rompicapo nel rompicapo tanto intricato quanto affascinante. Nella sua complessità, l’essere umano si divide tra diverse anime che coesistono, pur essendo talvolta in conflitto l’una sull’altra. Come questo è possibile? E come possiamo noi amare ciascuna di esse senza provare vergogna? Siamo in grado di far pace con l’animale che vive in noi, in contrasto con il nostro lato più razionale?
Proprio a partire da queste riflessioni, un nuovo film firmato Halina Reijn prende forma, trovando spazio nella prestigiosa cornice dell’81esima Mostra del Cinema di Venezia. Intrigante e sensuale, la pellicola Babygirl porta sullo schermo una storia di lotta interiore, dominata da dualismi, impulsi tormentati e necessità maniacale di controllo. Al centro di tutto ciò troviamo Romy – magistralmente interpretata dalla stella di Hollywood Nicole Kidman – una potente CEO, da anni ingabbiata in un matrimonio che non la soddisfa. Con il marito Jacob (Antonio Banderas), infatti, la donna si sente limitata, prova il bisogno di sperimentare una passione travolgente che, forse, non ha mai vissuto prima.

Babygirl accende Venezia 81 con un appassionante gioco di potere
I desideri repressi di Romy trovano poi sfogo nell’incontro con Samuel (Harris Dickinson), giovane stagista da poco entrato nell’azienda di cui l’amministratrice delegata è a capo. Tra i due ha inizio una relazione clandestina che contribuirà in breve tempo a distruggere la maschera patinata costantemente indossata dalla protagonista, agli occhi degli altri moglie e madre impeccabile. Romy appare così in modo duplice: da un lato essa si mostra come la perfetta donna in carriera, sempre in grado di tenere in pugno le situazioni; dall’altro la donna libera il suo lato più irrazionale, vivendo con Samuel la sensazione (per lei nuova) di perdita del controllo.
Guardando alla relazione segreta venuta a crearsi tra l’autorevole boss e il suo audace stagista, lo spettatore viene coinvolto in un appassionante gioco di potere. Sebbene la protagonista sia una donna matura e ricopra una posizione professionale eminente, il giovane Samuel riesce a toccare in lei i giusti tasselli, disarmandola completamente. «La vita di Romy appare costantemente rigida e controllata» dice la Reijn. «Vuole essere una madre ineccepibile, quasi come Mary Poppins. E allo stesso tempo veste il ruolo di amministratrice delegata di un’azienda di automazione, una metafora che riflette la sua mente, sempre portata a voler controllare tutto».

«Sentirsi libera di lasciarsi andare, sfogando i suoi impulsi interiori: ecco il bisogno di Romy. Non c’è niente di sbagliato in questo. Ma non molto tempo fa tutto ciò era considerato una malattia. Un qualcosa di patologico». Così conclude la regista che, attraverso uno sguardo sapientemente studiato, femminile e contemporaneo, restituisce un thriller magnetico, dallo sfondo erotico. Una narrazione per immagini che evidenzia quanto la psiche umana sia multiforme, spesso prigioniera di una lotta – come direbbe Freud – tra Es e Super Io, irrazionale e razionale.