Di skincare, negli ultimi anni, ne abbiamo parlato ovunque. Online, nelle pubblicità, nei podcast, a casa con le amiche. Abbiamo imparato a decifrare ingredienti, distinguere acidi da peptidi, capire la differenza tra un siero oleoso e uno bifasico. Per molte, la skincare è stata una rivoluzione: finalmente uno spazio in cui prendersi cura di sé, senza fretta. Una forma di attenzione quotidiana. Un rito personale, spesso intimo. Eppure, qualcosa si è incrinato.
Quando la cura diventa un imperativo silenzioso
Quella che doveva essere una coccola, oggi per alcune persone è diventata un’altra lista da spuntare. Un dovere. Una corsa a chi conosce più attivi, a chi stratifica meglio texture diverse, a chi si sveglia prima per fare i dieci step della famosa routine coreana. E se da un lato si parla sempre più di “cura”, dall’altro serpeggia un senso di ansia, sotterraneo ma reale. Uno stress da prestazione che si manifesta ogni volta che ci si guarda allo specchio e si sente di non essere “abbastanza”.
Il termine è già stato coniato: skin anxiety. È quel malessere sottile, quella sensazione di inadeguatezza che nasce quando la pelle non risponde come dovrebbe ai numerosi trattamenti cosmetici effettuati a casa.
Ma non solo, questa forma di frustrazione appare ancora più evidente quando si confronta la skin texture, normalmente caratterizzata da pori, rossori ed imperfezioni con la pelle ultra-levigata che appare grazie ai filtri sui social, dove molte influencer appaiono con un incarnato uniforme e luminoso, portando una parte degli utenti a sentimenti contrastanti che viaggiano fra inadeguatezza e ansia.

Il valore dell’imperfezione come atto di libertà e cura
Non è un caso se proprio da TikTok arriva anche la reazione opposta. Si chiama Cavemen ed è un trend in crescita: uomini e donne che mostrano la loro pelle al naturale, dichiarando con una certa fierezza di non usare nulla. Niente siero, niente crema, a volte nemmeno il detergente viso. Una forma di protesta ironica ma significativa contro la sovrastruttura della skincare moderna. Non tanto per demonizzare i prodotti, ma per prendersi la libertà di non fare, senza sentirsi in colpa. Senza giudizio. Il punto, forse, è proprio questo: rimettere la scelta al centro. Perché la skincare, come ogni altro gesto di cura, dovrebbe essere prima di tutto un piacere, non un obbligo. E invece troppo spesso diventa una performance da eseguire con rigore, da mostrare nei “get ready with me”, da giustificare con l’elenco degli ingredienti giusti. Ma prendersi cura della pelle non dovrebbe somigliare a un esame di chimica.
Non esiste una pelle giusta, esiste una pelle vera. Che cambia, che si irrita, che reagisce, che non sempre si comporta come ci aspettiamo. E va bene così. Forse, ritornare ad ascoltarla senza giudicarla, senza forzarla a corrispondere a un ideale perfetto e filtrato, è il gesto più potente – e più rivoluzionario – che possiamo fare oggi. Anche se significa usare meno prodotti. Anche se vuol dire prendersi una pausa. D’altronde, la cura non sta solo nei cosmetici. Sta anche nello sguardo con cui ci osserviamo. Se impariamo a renderlo più gentile, forse anche la pelle, col tempo, “respirerà meglio”.

Credits
Photographer Erica Fava
Styling Valeria K Marchetti
Make up Artist Samia Mohsein
Hairstylist Mattia Pongolini
Model Lilly Alden – Fashion Art Wise Management
Digital Carolina Smolec
Photographer Assistant Angela Arena
Production Muro Productions
Location Società del Travertino Romano