MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: CINZIA TH TORRINI PREMIATA MIGLIOR REGISTA CON IL BIOPIC “SEI NELL’ANIMA”

Il 31 agosto, durante la quarta giornata della kermesse, la regista riceverà il Premio Kinéo 2024; un riconoscimento che celebra la sua straordinaria sensibilità nel portare sullo schermo storie vere

Il 31 agosto verrà consegnato il Premio Kinéo 2024 durante la 81ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Per il cinema, assoluto mattatore di questa edizione è il film Netflix Sei nell’anima, biopic sulla rock star Gianna Nannini, che si aggiudica tre premi: Cinzia TH Torrini è la miglior regista, Letizia Toni la miglior attrice protagonista, mentre Noemi Brando ottiene il riconoscimento come Giovane Rivelazione. Tra gli altri premiati: Alessandro Tedeschi come miglior attore protagonista per il film Dieci minuti di Maria Sole Tognazzi; Alice Arcuri come miglior attrice non protagonista per Holiday di Edoardo Gabbriellini; Mattia Carrano come miglior attore protagonista per Prisma (Prime Video), dove interpreta contemporaneamente due gemelli; Giusy Buscemi come miglior attrice per Vanina – Un vicequestore a Catania. 

Cinzia TH Torrini, premiata come miglior regista per Sei nell’anima, nasce con i documentari e poi passa al cinema, due linguaggi che le consentono di raccontare storie. Ha diretto attori e attrici come Stefania Sandrelli, Helmut Berger, Robert Duvall, John Savage, Rachel Ward, Massimo Troisi, Piera Degli Esposti. Per tutti è stata la regista di Elisa di Rivombrosa, con la coppia Puccini-Preziosi. In Germania ha lavorato con maestri del calibro di Fassbinder, Herzog ed Edgar Reitz.

A Venezia 81, Cinzia TH Torrini parla del documentario Sei nell’anima: «Per Gianna era importante raccontare non tanto i suoi successi, ma cosa si cela dietro ad essi, la strada per raggiungerli»

Come è nato il progetto di Sei nell’anima?

Il documentario per me è stato importante. Ho fatto l’Accademia di Cinema in Germania; il documentario e il cinema erano due linguaggi che mi consentivano di osservare la realtà. Gianna Nannini la conosco da più di 40 anni, perché le nostre mamme facevano parte di un’associazione di donne manager, entrambe disperate per avere una la figlia che voleva fare la cantante e l’altra una che voleva fare la regista. Era il 1973-74. Ci hanno presentate e da allora, negli anni, ci siamo sempre connesse. Quando lei faceva un concerto, anche in Germania, io andavo a vederla; io facevo un film e l’avvertivo così lo vedeva.

Quando lessi il suo libro Cazzi miei, pensai che sarebbe stato bellissimo farne un documentario. Feci Pezzi Unici (serie televisiva italiana del 2019) e a Gianna piacque molto. E mi scrisse: quando vieni a Milano fatti sentire ché ti devo chiedere una cosa. Mi dissi: ora o mai più. Ricordo che mi avvicinai a uno scaffale di vinili e ne presi uno a caso. E, tra tutti gli LP che c’erano, mi capitò proprio G.N., Gianna Nannini.

Guardo sempre i segnali quando ne ricevo uno e pensai: adesso glielo chiedo. Un giorno ero a Milano da Indiana Production, con cui avevo fatto una serie, per parlare di progetti futuri e dissi: vi devo lasciare, ho un appuntamento con Gianna Nannini, mi piacerebbe chiederle se è d’accordo sul fare un film riguardante la sua vita. Loro la trovarono un’ottima idea. Sono arrivata da Gianna e tutte e due, un po’ tipo flick e flock, avevamo avuto la stessa idea. Lei non lo disse per prima perché non le piace essere autoreferenziale. Per Gianna era importante raccontare non tanto i suoi successi, ma cosa si cela dietro ad essi, la strada per raggiungerli, i problemi che ha avuto vivendo sempre sotto stress. Lei voleva realizzare un qualcosa per parlare anche alle nuove generazioni: una storia che raccontava il passato, ma che doveva essere un percorso formativo per i giovani.

Sei nell’anima è per la televisione, ma per Netflix, quindi è un prodotto theatrical. Con questo film torni sia al cinema che al documentario. Quando nell’87 uscì Hotel Colonial – nonostante il successo venne ritirato in anticipo perché bisognava fare posto a un altro film, La famiglia – per te fu un grande dolore. Andasti in tv. Ti sei mai pentita di quella scelta?

In realtà avvenne per caso. Il mio primo film per la televisione fu Plagio, una collaborazione italo-tedesca, una storia molto forte sulle sette religiose e non. Essendo in due parti non potevo farlo per il cinema e tagliarlo era un peccato. Diventò un film per la televisione. E da lì è partito tutto. Poi mi proposero Dalla notte all’alba, un’altra storia forte, con un chirurgo che per superare lo stress della sala operatoria faceva uso di cocaina.

A quei tempi non c’era l’Auditel e si potevano raccontare storie forti. L’Auditel, messo dai pubblicitari, ha un po’ limitato queste tematiche, perché l’importante era vendere prodotti reclamizzati. Questo è un po’ il motivo per cui piano piano si è andato tutto addolcendo nei racconti.

«A me principalmente piace che il pubblico veda i miei lavori perché ci metto l’anima»

Proprio perché vieni da tematiche forti, socialmente impegnate, l’etichetta di Signora della televisione penso ti sia stata stretta…

Molto. Se penso a Venezia con Robert Duvall, al mio primo film con recensioni bellissime sui principali quotidiani, da Tullio Kezich a Morandini…

Tornare a Venezia, per un premio, è una rivincita?

È chiaro che il sogno mio e di Gianna era di uscire in sala con questo film. Ma la nostra idea si è infranta con il post-Covid: la distribuzione, nonostante il progetto piacesse a tutti, non aveva i mezzi per dare un supporto distributivo forte.

Io poi sono una che non ama remare contro. Sono sicura che avrebbe incassato tantissimo, questo lo posso dire, anche vedendo i risultati che ha raggiunto su Netflix. Gianna ha un grande seguito. Però Netflix mi ha dato la possibilità di uscire in 190 paesi ed è stato bello aver visto il film in cima alla top ten Netflix, in Italia ma anche in Germania, Austria, Malta e tanti altri paesi. A me principalmente piace che il pubblico veda i miei lavori perché ci metto l’anima. Mi ci dedico sempre al meglio delle mie possibilità per non dovermi mai pentire di averli fatti.

Ai tempi di Hotel Colonial ero diventata famosissima, mi riconoscevano per strada, ma devo dire che quella vita non fa per me. A me piace che sia conosciuto il mio nome, che venga apprezzato. Spesso mi dicono: se ci sei tu è una garanzia. Ma voglio essere libera nella vita, perché non faccio l’attrice; viaggio in metropolitana, mi piace osservare le persone, come si muovono, come interagiscono. Il tutto rimanendo nell’ombra.

Cinzia TH Torrini: «Le storie ti devono prendere, toccare»

Parlavi di budget per fare i film. Nell’ultimo anno la sala è stata salvata dai blockbuster statunitensi, Disney in testa. L’unico titolo del ‘23 che ha incassato il triplo di quello che è costato, è stato quello della Cortellesi; gli altri sono in perdita in modo imbarazzante. Quelli usciti nel ‘24 sono tutti pesantemente in perdita. Qual è la tua analisi sul cinema italiano da persona che lo vede dall’interno da tanto tempo?

Questo declino l’ho visto arrivare. È evidente che l’egemonia americana c’è nel cinema come sulle piattaforme. Sono film e serie che circolano in tutto il mondo e che hanno alle spalle budget importanti. In Italia poi parliamo di un pubblico che al cinema ha sempre preferito vedere commedie. E col tempo ho anche capito che il tipo di racconti che volevo fare io non avrebbe funzionato. Mi ricordo un esercito di amici, attori e registi, che facevano film diciamo comici; e in quel caso l’investimento ritornava. Ma lo spettatore medio italiano non è pronto a vedere il cinema come qualcosa che rispecchia la realtà, anche in modo drammatico. Per lo spettatore medio il cinema è un modo per distrarsi, è intrattenimento. Anche nel film della Cortellesi, che tratta un argomento forte, la genialità nella scrittura è stata quella di ammorbidire la sceneggiatura con un po’ di fantasy.

Mi ricordo Monicelli, in un certo senso un po’ il mio mentore, che mi disse: “guarda anch’io ho diari pieni di storie che mi piacerebbe raccontare, ma al pubblico che gliene frega delle mie cose?”. Poi, ogni tanto, qualcuno ci riesce, ma bisogna capire quali sono i momenti storici che viviamo. Adesso, secondo me, c’è la voglia di riconfrontarsi con la realtà. Ho letto un diario di mia mamma dove diceva: sono stata al cinema, ho pianto tanto, quanto mi è piaciuto. Quindi non è ridere o piangere, il punto è che le storie ti devono prendere, toccare.

Il cinema indipendente ci sta approvando…

Sì, e ci sono bellissimi esempi di cinema indipendente, anche se al momento scontano problemi di distribuzione. Uno spettatore che spende dieci euro, tra l’andare a vedere un blockbuster per poi parlarne con tutti, e il recarsi a vedere un film italiano del quale tratterà con pochi, temo scelga il blockbuster.

Un aneddoto sul film Sei nell’anima?

Letizia Toni, che interpreta Gianna Nannini, non era mai stata su un palco. Chiesi a Carmen Pignataro dell’OffOff Theatre di Roma se potevamo andare in teatro a provare. Volevo che Letizia provasse il sapore, l’emozione del palco. Abbiamo messo insieme un po’ di amici, collaboratori, abbiamo fatto salire Letizia sul palco mentre suonava e cantava, muovendosi in modo sgangherato come Gianna. Abbiamo fatto il tifo per lei per farle provare un po’ di quell’adrenalina che si prova sul palco. Carmen ci ha lasciato poco tempo dopo, un anno fa. In tanti erano per lei in Campidoglio. Il suo nome è nei ringraziamenti nei titoli di coda.