Classe 2003, originario di San Giuliano Milanese, Cuta ha cominciato a fare battle nel 2021. Da lì ha girato l’Italia, vinto su tutti i palchi, e nel 2024 ha pubblicato Zero Alibi, il suo EP. Poi ha vinto Nuova Scena 2, il rap show di Netflix con Fabri Fibra, Rose Villain e Geolier in giuria. Oggi, a ventidue anni, pubblica il suo primo disco: Paraculo. E il titolo arriva da lì, da un commento di Fibra durante il programma. Sedici tracce con Axos, Nitro, Shade, Slava e altri, per un progetto che non cerca di essere gentile, che ti guarda in faccia e ti chiede di riconoscerti o sentirti chiamato in causa. Noi lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto cosa significa mettere una parola così al centro del proprio debutto, come si sopravvive tra il bisogno di raccontarsi e la paura di sembrare fragili, e cosa resta di quando faceva freestyle al Muretto di Milano.
«Oh, che paraculo.»
Partiamo dal titolo: Paraculo. È una parola che può far sorridere, ma anche mettere un po’ a disagio. Come ti è venuta l’idea di chiamare così il tuo primo disco? Cosa rappresenta per te, oggi, questa parola?
Allora, Paraculo nasce da una serie di cose. In Nuova Scena me lo dice Fibra, dice che sono un paracuta. Io ci ho ragionato un po’ su, mi sono chiesto se mi ci sento. Un po’ per quello, un po’ per alcuni avvenimenti della mia vita che mi hanno portato a riflettere sul termine. L’ho trovata una parola bizzarra perché attira l’attenzione, se ci sono 10 parole paraculo è una di quelle che leggi e ti ricordi. Ha un’accezione negativa nella nostra società. Se sei così paraculo da non sembrare paraculo, alla fine puoi piacere a tutti. Fare arte oggi, per me, è moltiplicare questa cosa per dieci. Non solo perché fare arte richiede di avere un pubblico, quindi quello che vuoi dire va mediato, paraculizzato in un certo senso per arrivare a più persone, ma anche perché oggi si fa arte proprio per avere attenzioni, e non c’è niente di male. Però ecco, tutto questo riflette secondo me un periodo storico. Ci tengo a dirti che io come persona non mi sento minimamente paraculo, so esserlo, ma se mi trovi al bar non penserai “oh, che paraculo”.

In Lui e lei racconti una storia d’amore che diventa ossessione, fino a un finale drammatico. È un brano molto cinematografico. Come hai costruito questa narrazione? Ti sei ispirato a qualcosa di realmente vissuto o osservato, o è nato tutto dalla fantasia?
Non è una storia vera, è chiaramente un’allegoria per descrivere la gelosia. Nella canzone dico “l’amore uccide, altro che se uccide” per lasciare spiazzato e far riflettere. Ci sono parti del testo che sono cose che ho vissuto sulla mia pelle e che mi hanno ispirato. Poi ti dico la verità, quest’idea mi è venuta come un lampo mentre ero sulla mia Matiz, la vecchina macchina. Guidavo e dicevo “questa è davvero una bella idea, un modo funzionale per descrivere la gelosia”. Me la sono tenuta per il momento giusto. Perché la gelosia è nelle nostre case, nelle nostre teste, ma siccome è nella testa di tutti, la si normalizza, perdendo di vista che è grave. Se dico “sono geloso” l’altra persona dice “così si vede che ci tiene”, ma se questa cosa è moltiplicata, portata all’estremo come nella situazione di lui e lei, allora non è più amore? È quello che vorrei far chiedere. Qual è il limite tra amare e controllare? Volevo porre il tema della gelosia, che per quanto si dibatta di salute mentale e temi relazionali, mi sembra un aspetto in cui si fa fatica ad andare avanti.
In Eva giochi con il mito di Adamo ed Eva per parlare di colpa e patriarcato. È un tema complesso e, purtroppo, ancora troppo attuale. Cosa ti ha portato a scegliere di affrontarlo?
In realtà a me diverte sviscerare questo tipo di cose. Non è mio interesse schierarmi di per sé, perché in un mondo così polarizzato schierarsi non è più prendere posizione. Però riflettere, sì. Mettere giù ciò che si pensa, sì. Eva parla di un tema importante, ma non ci ho riflettuto perché è importante, anche se sono contento di averlo fatto. In quel punto del disco c’è un climax. In qualche modo mi sono trovato anche a riflettere sulle mie relazioni passate. Sono domande che mi sono fatto sul perché io tenda a vedere le donne in un certo modo.
«Mi faccio tante domande e quasi tutte le metto nei testi.»
In Paraculo canti: “Voglio monetizzare il mio essere complessato”. È una frase ironica, ma anche molto onesta. Ti sei mai sentito in bilico tra il bisogno di raccontarti e la necessità di presentarti inattaccabile?
Per fortuna ho perso l’ideale “dell’uomo” abbastanza presto, mi ha aiutato il freestyle in questo. Però sì, sono costantemente in bilico, mi faccio tante domande e quasi tutte le metto nei testi. In questo pezzo scherzo, cerco di spiegare che fare così è un po’ paraculo. Far vedere la collana, dire ho fatto questo, ho fatto quello, alla fine è il discorso di prima: vogliamo tutti attenzioni, vogliamo tutti dire la nostra. Non so se è più paraculo o meno. E comunque si parla sempre di compromessi, è linguaggio. Anche parlare in italiano è un compromesso, magari uno pensa dei versi ma deve spiegarli a parole. Nella musica bisogna trovare un linguaggio per arrivare, e si dà una forma alle emozioni che abbiamo.
Sei partito dalle battle, dal Muretto di Milano, dall’improvvisazione. Poi sei arrivato a scrivere un disco intero, che è un lavoro molto più ragionato. Cosa ti manca di quei primi anni, e cosa invece sei felice di aver lasciato andare?
Io il movimento continuo a viverlo, anche ieri sera ero al muretto, anche se non come freestyler. La cosa che mi manca del freestyle è quell’adrenalina delle battle che per anni ha segnato il mio misurarmi con me stesso. Nelle battle devi costantemente metterti in gioco, vinci una grossa la settimana prima ma quella dopo ce n’è un’altra e puoi perdere e devi accettarlo. Quella cosa ti mette davanti alla realtà, perché se rosichi non migliori. Questo mi manca, era un modo per misurarmi. All’inizio è stato difficile spostare quell’abitudine che avevo da anni. Però sono contento che la vita presenti opportunità per cambiare e crescere, e la possibilità di lavorare a tempo pieno sulla mia discografia è stata la scelta che in quel momento trovavo più stimolante artisticamente. Sono contento di essere riuscito a tirare fuori questo progetto con tutto il lavoro che c’è stato.


«È difficile spiegare l’odio che si prova per se stessi.»
Con Axos in Santi e preghiere affrontate l’odio per sé stessi e le bugie che ci raccontiamo. È un brano molto personale. Come nasce una collaborazione del genere? Vi siete confrontati sui testi o ognuno ha scritto la sua parte?
Io e Axos siamo molto amici, spesso vado a mangiare da lui e parliamo tanto di questi temi. La cosa bella del pezzo è che il mio è l’odio per me stesso, il suo è il non amore per l’altro. Quando ho scritto la mia strofa in studio autonomamente, ho detto “ok, questa roba deve esserci Andre”. Poi è venuto in studio, e anche se non l’abbiamo fatta nello stesso momento, abbiamo voluto lavorarla insieme. L’ha fatta in mia presenza e mentre lui faceva la strofa io scrivevo il ritornello. Non è un tema facile perché è difficile spiegare l’odio che si prova per se stessi. Le persone intorno non pensano necessariamente bene o male di noi, ma sicuramente non penseranno quello che pensiamo noi. Noi abbiamo molti più strumenti, e molti anche inesistenti, più paranoie per farlo. Quindi non solo è difficile il rapporto con sé stessi quando ci si odia, ma è ancora più difficile riuscire a spiegarlo.
L’ultimo brano, Paraculo, può essere descritto come un pezzo “frammentato, quasi schizofrenico”. Tu, dopo aver finito il disco, senti di esserti smascherato, almeno in parte?
La volontà era sicuramente quella di smascherarsi, l’idea del concept era di smascherare il mio concetto, ma anche quello degli altri, della credibilità nel fare musica. Allo stesso tempo bisogna capire se l’essersi smascherati deriva da quello che dico io o da quello che percepiscono gli altri. E io non so ancora cosa percepiranno. Sicuramente, ascoltandolo penso “sta roba sono io, è la mia vita nel periodo in cui ho scritto questo disco”. Senza filtri. Bisognerà vedere come verrà preso per capire se ha effettivamente smascherato. Su di me io mi smaschero tutti i giorni anche senza dirlo a nessuno, bisogna vedere se tra tutte le cose anche questa è passata. Bisogna capire se lo smascherarsi è positivo perché è una mia volontà e continuano a seguirti. È il paradosso del paradosso.
Hai ventidue anni, hai vinto Nuova Scena 2, esce il tuo primo album. In Ce la faremo canti: “Amore mio, guardami, ce la faremo”, quasi dicendo da solo. Oggi, guardando indietro al percorso che hai fatto, cosa diresti a quel Cuta che nel 2021 cominciava a fare freestyle senza sapere dove l’avrebbe portato?
Farcela è molto relativo. Secondo me ce la si fa tutti i giorni, non c’è un obiettivo. Per me farcela vuol dire riuscire a continuare a difendere quello che del fare musica mi piace, mi diverte, mi fa stare bene. E non tutti i giorni ci si riesce, tanti giorni si fa più fatica. Quello che direi al me del passato, che in questo è stato più resiliente di me talvolta, è: divertiti e continua a divertirti. Perché è quello che mi ha fatto ottenere le cose che ho. Io ho ottenuto quello che ho dal mio percorso sempre, mai quando lo volevo, ma sempre quando mi sono divertito e non ho pensato al resto. Quindi mi direi: continua a divertirti sempre, con correttezza, e se qualcosa deve succedere, succederà.