EP5 nasce nel buio intermittente dei club, là dove le luci stroboscopiche tagliano i corpi e l’abito diventa parte dell’esperienza. «Fino all’arrivo della pandemia i club rispecchiavano cosa succedeva per strada», racconta Emanuele Pepe founder del brand. «Mi sento fortunato ad aver vissuto gli “ultimi” grandi eventi della vita notturna nei club della riviera romagnola. Alcune serate riportavano indietro di trent’anni, dove la libertà e la leggerezza erano alla base della serata».
È proprio quella libertà a tradursi in forma e funzione. «Mi ha influenzato tantissimo nel cercare di trasmettere quel vestito libero, indipendente e scomodo a volte», spiega. «Per essere “fighi” molte volte servono dei capi scomodi». Non esiste un capo simbolo unico, ma un’immagine precisa resta impressa: «Non riesco a trovare un capo che incarni perfettamente questa connessione, ma in mente più di altri mi arriva una t-shirt oversize
con un oblò di plastica trasparente sulla schiena. Il sudore che si vedeva scivolare lungo la schiena tra le luci e il sound nelle piste era interessante».

Quando il design diventa identità e dichiarazione
Il design unisex di EP5 non nasce come scelta di marketing, ma come conseguenza naturale di un approccio alla vita. «Fa parte del mio stile di vita pensare in un certo modo», afferma. «Il gioco sta in pochi centimetri: giromanica, spalle, maniche e tagli». Poi sorride e aggiunge: «Non posso aggiungere i miei segreti, come mia mamma non mi ha mai detto la ricetta segreta della sua torta di mele». Se sulle parti superiori il linguaggio è ormai definito, sui pantaloni la ricerca resta aperta: «Sui pantaloni non sono ancora riuscito a trovare il fit giusto, è decisamente più complesso».
EP5 è anche un mezzo per prendere posizione su tematiche diverse tra cui anche quelle sociali. «Nasce soprattutto per dire la mia attraverso l’affascinante ma complesso mondo della moda», spiega. Un percorso che ha portato a gesti forti e simbolici: «Dopo aver scoperto con sorpresa di essere stato il primo stilista, almeno in Italia, ad aver realizzato un abito da sposa contro il femminicidio, mi fa riflettere su quanto ancora c’è da fare». E tra le immagini della collezione compare un riferimento preciso: «Tra le foto qui invece c’è il mio omaggio a Pier Paolo Pasolini nella famosa via del Mandrione a Roma».

I valori di EP5
Il percorso personale che conduce alla nascita del brand è tutt’altro che lineare. «Nella vita mi sono sempre sentito un funambolo», confessa. «Pur essendo un 33enne ho vissuto molte esperienze, anche difficili». EP5 nasce come risposta a un’urgenza interiore: «È nato per gioco, da una forte esigenza personale, come se fosse terapeutico. Stavo bene quando creavo». Un benessere che nessun altro percorso riusciva a garantire: «I percorsi fatti in analisi non mi davano la stessa forza e voglia di migliorarmi».
Anche la sostenibilità, oggi pilastro del brand, ha avuto un’origine concreta. «All’inizio era per abbattere alcuni costi», racconta. «Cominciai dipingendo sui blazer». Da lì, un’immagine che ritorna costantemente nel suo lavoro: «Mi immagino sempre gli abiti come delle tele».
Il tema della sostenibilità resta complesso e non idealizzato. «Hai ragione, la sostenibilità è ancora un grosso limite da alcuni punti di vista», ammette. «Ma per me è fondamentale». Il suo interesse va oltre il prodotto: «Non mi interessa la moda in sé, ma quello che c’è dietro». E chiarisce: «Se si ha un’identità, un’etica e codici ben precisi, si possono raccontare attraverso le proprie collezioni». Il giudizio sul sistema è netto: «Il fashion
system spende milioni di euro in comunicazione per raccontarci il suo impegno nella sostenibilità e nell’inclusività, ma se dietro quelle mura qualcuno parlasse si smonterebbe questa illusione». Nel processo creativo, spesso è la materia a dettare le regole: «Sono spesso i materiali a farmi buttare giù gli schizzi».
Sul fronte della sostenibilità, le priorità sono chiare. «Ambientale e sociale prima di tutto».
Le difficoltà non mancano, ma qualcosa si muove: «Ci sono molte difficoltà ancora, ma per fortuna stanno nascendo diverse realtà solide come Zerow, dove esiste anche la tracciabilità». Guardando indietro, riconosce i limiti degli inizi: «Nei primi tre anni, occupandomi solo di upcycling e recycling, non sarei stato in grado di rispondere a questa domanda».


Il futuro resta aperto e volutamente protetto. «La testa si riempie di possibilità, ma le tengo per me per scaramanzia». Qualche direzione, però, affiora: «Parlare di mafia e un progetto da realizzare con dei carceri femminili». L’espansione è legata alla realtà economica: «Ci sarà quando arriverà un investitore». E aggiunge senza filtri: «Sfatiamo il mito che chiunque abbia un brand sia ricco. Spesso occorre fare un altro lavoro per finanziarsi. Tante validissime realtà medio-piccole tutti i giorni falliscono». A tenere insieme tutto è un’attitudine profonda. «Per quanto mi riguarda la curiosità mi ha sempre salvato e spero che mi accompagni anche in futuro». E la chiusura è affidata a una frase che diventa manifesto: «Come dice il mio compagno, per essere felici ci vuole coraggio. E quello non mi manca».
Credits
Photographer Marialuisa Paciolla
Model Nathalie Rapti Gomez
Make-up Virna Smiraldi