C’è un abito da sposa sull’altare. C’è una pop star truccata a puntino. E poi c’è Federica Abbate che scappa. È l’immagine con cui la cantautrice accompagna l’uscita di Superman, il nuovo singolo pubblicato lo scorso 29 Maggio, un brano che racconta la fragilità di chi cerca conferme all’esterno per poi scoprire che nessuno può salvarci o definirci se non noi stessi.
Scappa dalla finzione alla realtà, dal personaggio alla persona. C’è qualcosa di molto contemporaneo in questo approccio: non il cinismo della meta-narrazione fine a se stessa, ma una sincerità che passa attraverso l’ironia, il modo più onesto, a volte, per dire le cose vere. Federica Abbate non sta costruendo un personaggio irraggiungibile. Sta raccontando che il personaggio è uno scherzo e che la persona vera è quella con gli stivali che la mattina va a dare da mangiare alle galline, fuori Milano.
Perché poi è anche questo il dettaglio che conta: vive fuori città. Milano la usa come laboratorio, come palcoscenico, come luogo dove si gioca la partita professionale, ma il suo posto di pace è altrove. «Milano non è una città per vivere, è una città per vincere», dice. E lei ha trovato l’equilibrio raro tra le due cose: vincere restando se stessa.
La cantautrice che ha firmato Roma-Bangkok, Una volta ancora, Mambo Salentino e Per sempre sì (la vincitrice del Festival di Sanremo 2026) usa le armi del pop per smontarlo dall’interno. «È tutta una grande messa in scena tratta però da una storia vera.» Un singolo che parla di aspettative, di autosufficienza, di quanto sia inutile aspettarsi che qualcuno ci salvi. Perché anche questo è pop. Anzi: è il pop fatto bene.
Abbiamo parlato con lei di tutto questo e di molto altro.

«Il mio superpotere, quando scrivo per me, è l’autoironia»
Superman arriva in un momento molto particolare del tuo percorso. Che tipo di fotografia personale rappresenta?
Ho deciso di raccontarla attraverso un finto matrimonio. Perché? Perché adoro giocare con il pop, ci sono nata dentro, il pop mi piace davvero, non mi vergogno a dirlo. Però volevo giocare con le sue sovrastrutture in una chiave diversa: non per costruire un personaggio irraggiungibile, ma al contrario per mettermi a nudo. Federica pop star si trucca perfettamente, si veste perfettamente, ma per dire: ragazzi, è tutto uno scherzo. Il matrimonio è finto, la pop star è un personaggio. Perché appena si spengono le telecamere, Federica è a casa con le sue amiche a piangere per il malessere, a parlare delle proprie sfighe. Federica rimane se stessa.
Superman sei tu, quindi.
Assolutamente. Nessuno può salvarci se non noi stessi. Non puoi salvarmi tu, non sei Superman. E Superman non esiste tanto quanto non esiste il matrimonio. Questa Federica si diverte con le strutture del pop prendendole in giro: il vestito da sposa per me è un vestito da carnevale. Un modo per dire: tutto questo è una grande messa in scena. Però questa messa in scena è tratta da una storia vera, che è la mia.
Quando hai capito che scrivere canzoni sarebbe diventato il tuo lavoro?
Ci sono state due fasi. La prima con Roma-Bangkok mi sono detta: sto rendendo questa passione un lavoro. La seconda quando ho deciso di scrivere non solo per gli altri, ma per me stessa. Ed è arrivata in modo casuale quando è nata In Radio: quella canzone era destinata a qualcun altro. Poi l’ho cantata io. Lo stesso poi è successo con Niente canzoni d’Amore: all’inizio mi sono trovata a cantare ma senza essere preparata. E da lì il percorso da autrice a cantante è stato un percorso in divenire.
Cosa ti ha insegnato l’esperienza di autrice?
I codici del pop. Li ho appresi uno a uno. E adesso, un po’ come un hacker, entro nel sistema, conosco i codici, ma decido io che chiave di lettura dargli. L’autrice ha alimentato la cantautrice: mi ha dato gli strumenti per esprimere me stessa. Brano dopo brano, trovo sempre di più la mia formula.
Quando scrivi per te, ti togli qualche protezione in più?
Il mio superpotere, quando scrivo per me, è l’autoironia. Nel girare il video di Superman, appena si spegneva la telecamera ridevo di me stessa vestita da sposa. È stato un giorno divertentissimo. Quando scrivo per gli altri, uso quei codici invece per costruire il loro racconto — non per smontarlo come faccio io. A me piace costruire per poi destrutturare. Ragazzi, è tutto finto. Federica pop star è uno scherzo. Il matrimonio è finto. Superman non esiste.

«Il sogno? Fare Sanremo»
Quale canzone, scritta per altri, senti profondamente tua?
Una delle mie canzoni preferite è Due.
In un mondo di viralità e trend, come si mantiene l’autenticità?
Non sono qui a negare di avere una campagna di marketing, uno stylist, un social media manager. Ce l’ho. Ma sono qui a dirti che tutta questa apparecchiatura esiste e io la uso per dirvi che è tutto un di più sopra la musica. E che quel personaggio è palesemente autoironico. Quando guardi il video capisci che è uno scherzo. E che quello scherzo è tratto da una storia vera. Perché la Federica svestita di quegli abiti, con l’autoironia, ti dice: eccola buffa, goffa, incapace di fare la pop star secondo certi standard. Un giorno mi son detta: perfetto. Me lo scrivo su.
Tra gli artisti con cui hai collaborato, che sono tantissimi, quali ti hanno sorpreso da un punto di vista umano e affini alla tua visione delle cose?
Artisti come Samurai Jay e Achille Lauro sono sicuramente molto simili a me a livello umano, infatti sono persone con cui mi trovo molto bene. Cito i maschietti perchè in realtà con le ragazze mi trovo veramente bene con tutte, e sono tutte meravigliose. Le conosco meglio. I maschi li conosco un po’ meno e loro sono quelli che ho imparato a conoscere di più e sono persone speciali.
Milano. Che rapporto hai con questa città?
Milano non è una città per vivere, è una città per vincere. È il posto dove lavoro, dove accolgo le sfide. Io vivo fuori, in campagna. Lì è il mio luogo di pace. Ma l’ispirazione? Viene da entrambe. C’è bisogno di silenzio e di rumore. Per apprezzare il silenzio devi vivere il rumore, e viceversa.
Hai mai avuto un blocco creativo?
Non ho mai avuto tempo per averlo. La mia mente fluisce sempre molto veloce. Ho momenti in cui cambia la chiave di lettura, si interrompe un algoritmo e se ne introduce un altro. Un mio rituale di relax è stare con i miei colombi: entro nella voliera, faccio le pulizie, cose molto concrete che mi permettono di staccarmi dalla parte creativa.

Che consiglio daresti alla Federica degli esordi?
Di viverla con un pelo più di leggerezza. Spesso è un ingrediente che manca nella contemporaneità. C’è tempo per tutte le cose. Quando non arrivano c’è un motivo, e quando arrivano c’è altrettanto un motivo.
E alla Federica del futuro?
Spero realizzi i suoi sogni di vita e lavorativi. E spero che si esprima sempre di più attraverso se stessa, non solo attraverso gli altri. Il sogno? Fare Sanremo. È il contenitore pop per eccellenza. Spero si avveri.
Il tuo rapporto con la moda è cambiato nel tempo?
In passato era pessimo. Non capivo il collegamento tra personaggio e musica. Poi mi son resa conto di quanto un abito possa comunicare un’emozione, renderla più leggera o viceversa più intensa. Travestirmi da sposa per comunicare qualcosa di me. Adesso c’è una ricerca visiva che va di pari passo con la musica. E penso che la musica abbia bisogno di un linguaggio anche visivo per esprimersi al cento per cento.
Superman è nata da qualcosa di preciso?
Mi è stato detto: Federica, tu non puoi fare la pop star. Sei goffa, sei buffa. E io ho detto: esatto. Federica Abbate, pop star chi sarebbe? Ho pensato a Superman. A questa ragazza che si mette in posa per la telecamera, perfetta. Ma nel momento in cui si spegne, percepisci che è tutto uno scherzo. Rimane solo la verità. Non avrei mai potuto reggere i panni della pop star patinata. Posso reggere quelli della Federica un po’ buffa, un po’ goffa, che ride di se stessa e monta e smonta il giocattolo a suo piacimento.