C’è una traiettoria che attraversa Torino, Berlino e Milano e che in Francamente non è solo geografica, ma anche linguistica, politica e sonora. Un percorso fatto di spostamenti reali e di trasformazioni interiori, in cui la musica si è costruita fuori dai circuiti più lineari: dalla strada, dai collettivi, da una pratica quotidiana e artigianale che tiene insieme scrittura, ricerca e presenza.
Dopo i primi brani pubblicati a Torino, l’esperienza berlinese segna un passaggio decisivo: il confronto con la scena elettronica, il rapporto diretto con il pubblico attraverso il busking, l’urgenza di occupare spazio — fisico e simbolico — in un contesto che spesso non lo concede facilmente. Parallelamente, l’impegno nei collettivi transfemministi contribuisce a definire una visione della musica come luogo condiviso, non competitivo, in cui identità e linguaggi possono coesistere senza semplificazioni.
Il ritorno in Italia e l’approdo a Milano aprono una nuova fase: la collaborazione con il produttore Goedi, un lavoro in studio costruito nel tempo, e una scrittura che si fa sempre più stratificata, capace di tenere insieme cantautorato ed elettronica, memoria personale e tensione collettiva.
Bitte Leben, il suo album d’esordio, nasce dentro questo processo. Un disco che non cerca una forma stabile, ma che si muove tra contrasti e contaminazioni, tenendo al centro un’idea precisa: vivere come atto consapevole, attraversando anche ciò che è scomodo, senza ridurre la complessità.
Ne abbiamo parlato con lei.

«Mi piace immaginare ogni traccia come un segmento che va a comporre il perimetro della mia identità»
Bitte Leben significa “per favore vivi”, ma nel disco sembra anche un invito ad accettare tutto quello che vivere comporta, anche ciò che è scomodo o difficile. Che significato ha oggi per te questa frase, dopo aver scritto l’album?
Letteralmente Bitte Leben significa “per favore vita” oppure “per favore vivere”. In questa molteplicità di significati risiede l’intento dell’invito rivolto a chi ascolta: attraversare la vita sapendo che si possa continuare anche “nonostante” qualcosa o qualcuno.
Ogni brano sembra legato a un luogo o a una fase della tua vita. Ce n’è uno che rappresenta meglio il punto in cui sei oggi?
Penso che il punto dove mi trovo oggi sia proprio la loro somma. Mi piace immaginare ogni traccia come un segmento che va a comporre il perimetro della mia identità. Perimetro che continuamente cambia e che è pronto a modificarsi rispetto a quello che verrà.
5 di mattina racconta un’immagine molto concreta dell’adolescenza. Quanto è autobiografica e quanto invece è uno sguardo più collettivo?
Entrambe. C’è tanto dei balconi e parcheggi frequentati in adolescenza come tanti di noi insieme al desiderio di dare una voce a chi è cresciuto tra palazzi.

«La competizione non è feconda e sono felice di vedere una scena musicale rigogliosa e che spesso punta alla cooperazione»
Zagara e Nuda di bossa parlano di amore in modi molto diversi. Che tipo di evoluzione raccontano, anche personale?
Sono riferiti a situazione diverse. Zagara è l’amore che produce un timore reverenziale, che paralizza per la potenza che possiede. Nuda di bossa è invece la fine di un amore ma con la pace di chi si saluta e promette di ricordarsi.
Telephone Tango e La casa dei miei nonni toccano due mondi opposti: libertà e radici. Ti
senti più in movimento o più legata a ciò da cui vieni?
Sicuramente più in movimento, sono molto curiosa. Allo stesso tempo sono grata delle mie radici intese come i miei affetti. Mi sento sempre ben ancorata.
Nel tuo percorso c’è stato un passaggio molto forte tra strada, collettivi e studio. Cosa ti ha insegnato quel modo di vivere la musica che oggi porti ancora dentro questo disco?
La condivisione, la mescolanza dei generi musicali e delle storie, la potenza delle singole biografiche trasformate in canzoni. Questi sono tutti fattori che provo a portare con me e a tradurre in una visione plurale. La competizione non è feconda e sono felice di vedere una scena musicale rigogliosa e che spesso punta alla cooperazione.

Nel tuo lavoro convivono musica e attivismo. Quanto queste due dimensioni si influenzano a vicenda, anche nelle scelte artistiche che fai?
Penso siano lati delle mia persona, dunque sia nella musica, sia nello scendere in piazza ci sono parti di me: l’essere musicista e l’essere cittadina.
L’outro Per favore vivi chiude il cerchio. Se qualcuno dovesse ascoltare il disco dall’inizio alla fine, qual è il viaggio che vorresti fargli fare?
Se già riuscisse “a farsi un viaggio” ascoltandolo, sarebbe una grande bellezza.
Crediti foto 1 e 3:
Fotografo Cosimo Buccolieri
Stylist Simone Guidarelli
Hairstylist Daniel Manzini
Make up Artist Elija Guttierrez
Special thanks to The AP Archive
Crediti foto 2:
Fotografo Valentina Mirto
Stylist Yosephine Melfi
Hairstylist Daniel Manzini
Make up Artist Martina Giudice
Assistente fotografo Dario Vitale