Dopo il successo su Rai 1 de L’invisibile – La cattura di Matteo Messina Denaro, diretta da Michele Soavi, abbiamo incontrato Giacomo Stallone, volto di Dago, giovane maresciallo del ROS e pilota di droni. Una miniserie che ha scelto un punto di vista controcorrente: non la fascinazione per il boss, ma lo sguardo di chi lo ha cercato e arrestato, restituendo dignità a chi lavora nell’ombra.
Il percorso di Stallone non nasce oggi. Dalla rigorosa formazione teatrale al cinema e alla televisione, l’attore siciliano ha costruito negli anni un cammino fatto di studio, impegno e scelte precise. Lo abbiamo visto in Vita da Carlo 4 (2025), dove ha vestito i panni di un giovane drammaturgo, nel docufilm Il caso Pantani (2020), progetto dedicato alla figura del ciclista Marco Pantani e nel film Nuovo Olimpo (2023) diretto da Ferzan Özpetek. Senza dimenticare la musica, che porta avanti come cantautore, scrivendo e interpretando i propri
brani, in un dialogo costante tra palco e vita.
Dal teatro alla musica, dal sociale al set: con Stallone abbiamo parlato di ciò che lo accompagna nella vita e nel lavoro. E se c’è un filo che unisce ogni esperienza, è la perseveranza.

«Puoi togliere me dalla Sicilia, ma non la Sicilia da me»
Nato a Mazara del Vallo, Giacomo Stallone ha costruito la sua identità artistica attraverso anni di studio e palcoscenico. Vive a Roma da cinque anni, ma la Sicilia non è un capitolo chiuso, è una radice viva.
«È stato fondamentale per me, sia come persona sia come siciliano, poter partecipare a una serie che racconta chi combatte la mafia, non chi la incarna. Mi piace stare dalla parte dei buoni: restituire dignità a chi lavora nell’ombra era importante, anche per quello che rappresenta la mia terra.»
In un panorama audiovisivo che spesso ha spettacolarizzato il male – basti pensare al successo internazionale di titoli come Gomorra – La serie o Suburra – La serie – L’invisibile compie un’operazione diversa. Per Stallone, vestire i panni di Dago ha significato molto più che interpretare un personaggio: è stato scegliere da che parte stare. «Mi piace definirmi non solo un attore, ma un operatore culturale.»
Negli ultimi anni ha collaborato con Amnesty International per i diritti umani ed è stato coinvolto in attività con Libera contro le mafie, portando il teatro tra i giovani. Un impegno che non si ferma alle parole.
Quando il ciclone Henry ha colpito la Sicilia e l’attenzione mediatica è rimasta tiepida, Stallone non è rimasto a guardare: ha contribuito all’organizzazione di una serata di raccolta fondi a Roma. «Mi ha fatto riflettere e anche arrabbiare…essere un siciliano che non vive in Sicilia e chiedersi: cosa posso fare? Allora facciamolo! Magari partiamo in piccolo, ma da cosa nasce cosa».

Dago: volare, anche quando sembra impossibile
In L’invisibile, Stallone interpreta Dago, maresciallo operativo ed esperto di droni, presente nelle azioni sul campo ma spesso isolato, sospeso tra cielo e terra.
«Dago era un po’ dentro e un po’ fuori la squadra. È sempre all’interno delle operazioni, ma lavora anche in autonomia con il drone. Nel momento della cattura del boss è fisicamente distante dagli altri, ma in realtà tutta la squadra guarda quello che lui inquadra.»
Dago è sordo da un orecchio e ha dovuto rinunciare al sogno di fare il pilota. Ma trova un altro modo di volare. «Riesce a trovare il suo modo di stare tra le nuvole. Questa cosa per me è molto poetica. Nella vita succede spesso di dover trovare un altro modo per realizzare i propri sogni.»
Una riflessione che diventa autobiografica quando parla della musica: «Ho cambiato tanti progetti, ma il risultato è che continuo a scrivere e cantare le mie canzoni. In un modo o nell’altro lo sto facendo».
Sul set, Stallone racconta un clima di libertà creativa raro: «Michele Soavi, il regista ha scelto non degli esecutori, ma attori che contribuissero a costruire le scene». E ricorda una scena improvvisata dopo una missione fallita: «Quando il regista ti dice “improvvisate”, è come se un genitore dicesse a un bambino: vai al parco giochi, ci rivediamo tra un quarto d’ora».

Prima di andare in scena «sono una tigre in gabbia»
La sua formazione teatrale è la sua struttura. «Quei cinque minuti prima di andare in scena non li sopporto proprio. Non ho paura, fremo. Sono una tigre in gabbia.» Il teatro – spiega – è verità immediata: «È buona la prima». Il cinema invece è un altro linguaggio, più sottile, dove «la camera vede tutto. Se per un nanosecondo hai pensato a qualcos’altro, la camera lo vede». Per questo non ha paura dell’improvvisazione: «Se riesci a padroneggiare quest’arte vuol dire che hai davvero imparato il mestiere». La sua è una fiducia che nasce dallo studio. «Sono arrivato a Roma quando ero pronto per lei.» Una frase che dice molto del suo approccio: niente scorciatoie, niente hype fine a se stesso.
In un’epoca in cui visibilità e talento spesso vengono confusi, Stallone è netto: «Non mi interessa se non sono famoso, se mi conoscono o no. Per me l’importante è lavorare. Io sono innamorato di quello che faccio». Una dichiarazione che suona quasi controcorrente. Ma è coerente con tutto il suo percorso: studio, teatro, musica, impegno civile. Non un attore che rincorre l’immagine, ma un artista che cerca coerenza.

Chi è Giacomo fuori dal set?
La risposta arriva quasi senza bisogno di formularla. È un uomo che prova a fare la sua parte. «È molto importante anche l’esempio che diamo agli altri. Non puoi cambiare la mentalità delle persone, ma puoi fargli vedere che esistono delle alternative.»
La musica per Stallone è un modo di parlare senza filtri. «Quando suono e canto le mie canzoni mi metto a nudo. Succede qualcosa di simile con i personaggi che interpreto: anche quando il ruolo è scritto, bisogna sempre lasciare un po’ di sé. È uno scambio continuo e inevitabile.»
Forse è questo il filo rosso che tiene insieme tutto: arte e vita non sono compartimenti stagni. Si contaminano. Si alimentano.
In un panorama che spesso premia l’urlo, Stallone sceglie la sostanza. Non cerca di essere “di più”, ma di essere vero. E in un’industria che talvolta confonde il rumore con il valore, la sua voce è una forma di resistenza gentile.
Quando gli si chiede cosa conta davvero, la risposta è sempre la stessa: lavorare, studiare, restare dalla parte giusta. Anche quando è meno “glamour”. Anche quando è più difficile.
Crediti
Photographer Alessandro Rabboni
Grooming Cotril