C’è un momento preciso in cui la vita accelera. Può succedere a diciassette anni, quando ti rendi conto che il palco non è più un gioco e le luci sul set non sono più un sogno. Per Giuseppe Pirozzi, il salto è arrivato presto.
Cresciuto nel ventre antico del Rione Sanità, figlio d’arte ma senza alcun obbligo di successione, ha scelto da sé di abitare i personaggi. Non li interpreta: li studia, li difende, li conosce.
Sul palco ci è salito da bambino. In tv e al cinema è arrivato quasi per caso. Ma è stato il suo Micciarella in Mare Fuori — ragazzo fragile e impavido al tempo stesso — a trasformarlo in un volto simbolo di una generazione che lotta per raccontarsi in modo diverso. Napoletano verace, attore di talento e ragazzo normalissimo: Giuseppe è la prova che si può crescere sotto i riflettori restando fedeli alla propria luce interiore.
In questa intervista, ci ha raccontato il percorso, gli incontri, i maestri, la passione per il teatro e l’amore viscerale per il suo quartiere. Ma soprattutto ci ha raccontato — con la leggerezza e la profondità di chi non ha ancora vent’anni — cosa significa, oggi, essere se stessi in un mondo che vuole metterti in scena.

«Il palco ha una magia tutta sua. Mi sento a casa lì sopra»
Sei un “figlio d’arte”, la tua scelta di fare l’attore è stata una conseguenza della professione di tuo padre?
No, è stata una mia scelta. Mio fratello, per esempio, fa tutt’altro; non gli è mai piaciuto recitare. A me invece sì, da sempre. Non sono stato “costretto” per portare avanti una dinastia, no. È proprio una cosa mia.
Il primo ruolo in Benvenuti al Nord. Eri piccolo, cosa ricordi?
Avevo tre anni. Non ricordo nulla. Solo un rottweiler enorme che mi spaventava.
E qual è il primo ricordo vero su un set?
Non è su un set, ma a teatro. Mio padre faceva spettacoli e io lo seguivo. Salivo sul palco, interrompevo le prove per recitare i monologhi che imparavo dai videogiochi. Ricordo in particolare Prince of Persia sulla PSP: recitavo il monologo iniziale.
Il teatro ti è rimasto dentro?
Sì, assolutamente.
Hai abbandonato il teatro per il cinema?
Ho finito da poco una tournée teatrale. Se arrivano lavori teatrali li faccio con piacere, amo il teatro. Ma anche il cinema. Ho fatto tanto cinema e forse sono più abituato alla macchina da presa. Ma il palco ha una magia tutta sua. Mi sento a casa lì sopra.

«Micciarella ha avuto un glow up, sta crescendo, ha coraggio. E questa crescita è una cosa che sto vivendo anche io»
Mare Fuori il musical non è stata la tua prima esperienza teatrale?
No, prima del musical Mare Fuori ho fatto almeno 3-4 spettacoli diretti da mio padre. Anche uno con Nello Mascia, su testi di Raffaele Viviani. Avevo un piccolo ruolo nell’ultimo atto, ma fu una bella esperienza.
Vai ancora a scuola. Come concili le due vite: attore e studente? E come ti vedono i tuoi compagni?
Sì, vado a scuola, ma frequento da remoto. L’anno scorso ero in tournée e ho perso l’anno. Prima andavo in presenza. La vivevo bene, anche con i compagni. A volte, quando uscivo dalla classe trovavo i più piccoli che volevano una foto. Ma niente di strano. Anzi, mi faceva piacere.
Certo, mi manca la scuola in presenza, mi manca svegliarmi la mattina, anche il nervosismo delle interrogazioni che poi svanisce con gli amici, le risate. Comunque l’anno prossimo finisco…
E dopo?
Voglio continuare a lavorare. Non penso all’università. Non vedo la recitazione come un lavoro in senso stretto perché mi diverte. Se fai quello che ti piace è come se non lavorassi mai. Sono fortunato.
In Mare Fuori sei Micciarella. Quanto c’è di Giuseppe in Micciarella?
Niente, davvero. Quando mi fanno questa domanda rispondo sempre così. Non ci assomigliamo per niente. Ma in quest’ultima stagione, Micciarella ha avuto un glow up, sta crescendo, ha coraggio. E questa crescita è una cosa che sto vivendo anche io. Sto diventando più responsabile. Quello sì, lo condividiamo. Il resto no.

«Che mi somigli o no, io faccio conoscenza con il personaggio, lo studio, lo interpreto»
Portare in scena qualcuno che non ti somiglia è stato difficile?
Ci sono difficoltà anche se interpreti un personaggio che ti somiglia. Ogni personaggio è una persona a sé. Che mi somigli o no, io faccio conoscenza con il personaggio, lo studio, lo interpreto. Giuseppe Pirozzi non c’è mai in un film o una serie. Quando recito, Giuseppe resta fuori. Quando si torna a casa, torna Giuseppe e il personaggio resta sul set o sul palco.
Sei cresciuto nel Rione Sanità. Un pezzo del cuore di Napoli…
Sì, è vero. E la Sanità per me è un posto magico. C’è storia: le catacombe, la chiesa… ma anche un’energia particolare. Quando entri nella Sanità è come se non fossi più a Napoli. È un mondo a sé. Io non me ne andrei mai. Anche se dovessi prendere casa altrove, questa resta. È qualcosa che è dentro di noi, non cambia tra le generazioni. Bisogna nascere qui per capirlo veramente. Io sono nato qui, le mie fondamenta sono state costruite qui…
Hai lavorato con grandi registi: Garrone, Andò, Marcello, Silvio Orlando, Lino Guanciale…
Per Garrone ho fatto un piccolo ruolo, un compagno di classe di Pinocchio. Però è stato figo. Ci siamo rivisti mesi fa e si è ricordato di me! Non pensavo neanche che mi riconoscesse…
Con Andò è stata un’esperienza che mi ha segnato. Il bambino nascosto l’ho girato a dodici anni. Mi ha cambiato, fatto crescere, fatto conoscere persone che ho amato alla follia. Silvio Orlando per me è un maestro. Diventare coprotagonista con lui a dodici anni è stato un sogno che si avverava.
Poi Piano piano di Nicola Prosatore: un’esperienza bellissima. Nicola per me è stato come un fratello maggiore.
Ne Il commissario Ricciardi ho lavorato con D’Alatri. Avevo già lavorato con lui in una puntata de I bastardi di Pizzofalcone. Sul set disse che la nostra era la sua puntata preferita. È stato bello sentirlo. Alessandro era una persona d’oro, eccezionale. Sono orgoglioso di aver lavorato con luI. Alessandro Siani era mio padre in Benvenuti al Nord; ci siamo ritrovati anni dopo nel musical. È una persona che fa morire dal ridere, spontaneo. Rende il lavoro leggero e divertente. Lo porto nel cuore.
E poi Fino ad essere felici, con Paolo Cipolletta. Ero il figlio di Francesco Di Leva, che fa la drag queen. È una storia stupenda, controversa, bella, toccante, che fa scendere la lacrimuccia. Ti arriva.

«Non è tutt’oro quello che luccica, però bisogna renderlo tale»
Chi è Giuseppe fuori dal set?
Un ragazzo normalissimo. Vivo come un qualsiasi diciassettenne. Esco con gli amici, rido, sono tranquillo, solare. Cerco di vivere la vita nel modo più semplice possibile. Faccio tutte le esperienze che posso. Sto prendendo il patentino per il 125, poi a gennaio compio 18 anni e prendo la patente.
Magari molti pensano: “Che vita la tua!”. Ma è davvero tutto oro quello che luccica?
Non è tutt’oro quello che luccica, però bisogna renderlo tale. La mia è una bella vita perché me la vivo bene. Se c’è qualcosa di brutto cerco di trasformarlo in qualcosa di bello. Faccio quello che mi piace, sono stato fortunato a riuscirci. Vivo una vita normale, tranquilla, non faccio nulla di strano. Le cose strane le fanno persone come Cristiano Ronaldo o le rock star. Le mie “cose pazze” sono cose normali da ragazzi.