C’è una dolcezza malinconica nella voce di Godwin, una calma che sembra venire da lontano – forse dalle strade polverose di Kaduna, la città nigeriana dove è cresciuto, o forse da un luogo più profondo, quello in cui si fa pace con se stessi. Con il suo nuovo album ATONEMENT, Godwin mette completamente a nudo la sua anima: racconta il perdono, la perdita, la vulnerabilità e, infine, la guarigione.
Nato come un dialogo interiore ma diventato un viaggio universale, ATONEMENT è un racconto di amore, conflitto e riconciliazione. Le canzoni si muovono come capitoli di una storia che si apre con la ferita e si chiude con la liberazione, accompagnata da sonorità soul e afrobeat e da una scrittura visiva, quasi cinematografica.
Lo incontriamo a Milano, poche ore dopo il suo debutto europeo al JazzMi Festival, dove ha portato sul palco il suo universo sonoro.

«Se non avessi perdonato certe persone o situazioni che mi avevano ferito, non sarei mai stato in grado di amare davvero.»
ATONEMENT è un progetto molto personale e intenso. Da dove nasce l’idea di raccontare una storia di affetto, conflitto e guarigione?
Credo che tutto nasca dal momento della mia vita in cui stavo scrivendo l’album: stavo vivendo in prima persona molte delle emozioni che racconto nel disco. ATONEMENT è ispirato direttamente alla mia esperienza e, in particolare, alle mie origini native.
Il primo brano, che dà anche il titolo all’album, parla proprio di perdono. In quel periodo ho capito che, se non avessi perdonato certe persone o situazioni che mi avevano ferito, non sarei mai stato in grado di amare davvero. Così ho trasformato quel sentimento in musica e da lì è nato tutto il progetto. È un lavoro profondamente autobiografico.
I brani sembrano seguire un ciclo emotivo: dall’incontro alla perdita, fino alla liberazione. Quale canzone rappresenta meglio la catarsi del progetto per te?
Direi due, non una sola: Atonement e Self Conscious. Entrambe sono brevi, ma racchiudono i momenti emotivi più forti del disco.
Atonement parla di perdono, redenzione e del desiderio di aprirsi all’amore. Self Conscious, invece, esplora la vulnerabilità di chi non si sente “abbastanza” in una relazione. In un certo senso, tra i due brani si percepisce l’evoluzione del mio modo di concepire l’amore: dall’idealizzazione alla consapevolezza. È un viaggio emotivo, ma anche narrativo, costruito come una vera storia.

«Alla fine, tutto si intreccia in un’unica grande storia. Abeke è il filo rosso che lega i brani e dà forma a questo universo emotivo, ma dietro c’è sempre la mia vita.»
Hai detto che l’album è strutturato come un dialogo tra te e un personaggio immaginario, Abeke. Chi è Abeke e come hai sviluppato questo dialogo tra realtà e finzione?
Abeke è un insieme di persone che ho incontrato nella mia vita, nei momenti felici e in quelli più difficili. Rappresenta anche un’idea, una figura simbolica.
Le parti più luminose dell’album nascono da esperienze dirette: l’amore, la gioia, la spensieratezza. Quelle più tristi, invece, derivano da storie che ho ascoltato o da dolori personali. Per esempio, Self Conscious è ispirata al racconto di un amico con il cuore spezzato, mentre Free Fall nasce dalla mancanza di mia madre – un dolore che può anche essere letto come la perdita di una persona amata.
Alla fine, tutto si intreccia in un’unica grande storia. Abeke è il filo rosso che lega i brani e dà forma a questo universo emotivo, ma dietro c’è sempre la mia vita.
La tua carriera è iniziata nel cinema, con il collettivo The Critics’ Company. In che modo questa esperienza ha influenzato il tuo approccio alla musica?
Il cinema ha avuto un’influenza enorme sul mio modo di fare musica. Io “vedo” sempre la musica prima di scriverla. Le mie canzoni nascono da immagini: prima visualizzo una scena, poi cerco le parole per tradurla in suono, e infine torno al linguaggio visivo per raccontarla nei video. È un ciclo completo di creazione. Tutto parte da quando, nel 2012, ho fondato un collettivo cinematografico con i miei fratelli. Da allora, la mia passione per il cinema non si è mai spenta, e oggi rappresenta una parte essenziale della mia espressione artistica.

«Kaduna è una parte fondamentale della mia storia. È la città che mi ha dato la libertà di creare senza paura di essere giudicato.»
Vieni da Kaduna, Senegal. In che modo le tue origini hanno plasmato la tua identità artistica? E da chi trai ispirazione quando scrivi canti?
Kaduna è una parte fondamentale della mia storia. È la città che mi ha dato la libertà di creare senza paura di essere giudicato. Da lì ho imparato a credere che si può aspirare a qualcosa di più grande, anche partendo da un piccolo villaggio come Kudenda, dove sono cresciuto. Le persone lì sono incredibilmente gentili: anche se non capiscono esattamente cosa fai, ti sostengono comunque.
Per quanto riguarda le influenze musicali, ho ascoltato molto Labi Siffre, un cantautore britannico che ammiro per la capacità di esprimere emozioni complesse con parole semplici. Poi Labrinth, che mi ha ispirato nel creare un sound moderno e sperimentale, e Jon Bellion, che amavo già da bambino.
È curioso: a volte chi ascolta la mia musica dice che gli ricorda proprio Bellion. Io non capisco come sia possibile, ma trovo bellissimo che nelle mie canzoni si sentano echi di chi mi ha formato.

«Durante la creazione dell’album ci sono stati momenti di confusione, soprattutto su come affrontare la parte visiva, ma alla fine tutto ha trovato la sua direzione.»
Se potessi parlare al te stesso che ha iniziato a lavorare su questo album, cosa gli diresti? E se potessi dire una sola cosa ad Abeke, quale sarebbe?
Non credo gli darei consigli, ma solo una rassicurazione: «Stai facendo bene, continua così.» Durante la creazione dell’album ci sono stati momenti di confusione, soprattutto su come affrontare la parte visiva, ma alla fine tutto ha trovato la sua direzione.
Ad Abeke, invece, direi qualcosa che ho già espresso nell’ultima canzone, Permit Me. È un brano che chiude l’album su un desiderio di riconciliazione, come se ci fosse ancora una speranza di ricontatto. Gli direi: «Permit me to call you again.»
Il 30 ottobre ti sei esibito a Milano durante il JazzMi Festival. Cosa hai provato nel portare ATONEMENT sul palco europeo per la prima volta?
È stata un’esperienza splendida. Credo non potesse esserci introduzione migliore a una città così bella. All’inizio il pubblico non sapeva bene cosa aspettarsi, ma dopo pochi minuti la sala era piena e tutti ascoltavano con attenzione. Ho sentito un’energia sincera, un amore autentico per la musica.
È stato per me anche un onore esibirmi accanto alla Orchestra Baobab un gruppo leggendario. Non vedo l’ora di tornare a Milano per suonare di nuovo e scoprire meglio la città.

«Prima della pubblicazione di ATONEMENT faticavo a scrivere, ora invece mi sento completamente libero.»
Hai già in mente nuovi progetti per i prossimi mesi?
Sto registrando molta nuova musica, anche se non so ancora dove mi porterà. Forse verso un secondo album, ma per ora voglio solo esplorare.
Prima della pubblicazione di ATONEMENT faticavo a scrivere, ora invece mi sento completamente libero. Sto creando brani che non avrei mai immaginato: è un periodo di scoperta e vedremo dove mi condurrà.