Alla vigilia delle Olimpiadi Invernali 2026, abbiamo incontrato Ian Rocca, campione di freeski e consigliere delegato di Mottolino con delega alle Olimpiadi. Da Livigno, dove è nato e cresciuto sugli sci, ci racconta il suo percorso: dalla scoperta del freestyle fino al ruolo di promotore di questo sport spettacolare che presto sarà protagonista dei Giochi.

«Ho sempre dato priorità totale allo sport e quindi non mi è mai pesato sacrificare certe cose»
Come è nata la tua passione per lo sci e in particolare per il freeski?
Come quasi tutti a Livigno ho iniziato a sciare molto presto, a due anni e mezzo circa, da lì è stato un percorso abbastanza classico: prima il corso di sci, poi le prime gare locali e ragionali con lo sci club fino ad arrivare a gare di livello nazionale. Fino a quel punto la mia grande passione era lo slalom, mi piaceva davvero un sacco, verso gli 11 anni però ho iniziato a guardarmi un po’ attorno e mi sono reso conto che la montagna non era solo sciare tra le porte ma c’era un intero mondo, il freestyle, fuori dal contesto molto standardizzato dello sci club.
Alcuni amici facevano già freestyle e sono stati proprio loro a farmi provare i primi salti: è stato amore a prima vista, ho scoperto uno sport in cui potevo essere libero, fare i salti che volevo, vestirmi come volevo e persino decidere io cosa fare in una gara.
Quanto ha influito la tua famiglia nel tuo percorso sportivo?
La mia famiglia mi ha sempre supportato in maniera molto concreta, insegnandomi a essere disciplinato e facendomi capire l’importanza di affrontare lo sport in maniera seria. Ma la cosa più importante di tutte è che hanno lasciato scegliere a me il mio percorso, che fosse quando era ora di iniziare con lo sci club o quando ho deciso di smettere e iniziare con il freestyle. Mio papà e mio zio hanno sempre avuto una visione molto lungimirante sul freestyle e mi hanno sempre supportato al massimo fin dall’inizio, credo che alcuni eventi che si sono tenuti al Mottolino qui a Livigno li hanno organizzati con il sogno che un giorno anche io potessi partecipare a quelle gare.
Quali sacrifici hai dovuto affrontare per raggiungere i tuoi obiettivi agonistici?
Spesso si parla di sacrifici per raggiungere gli obiettivi, ma la verità è che per me non ci sono mai stati sacrifici reali, o almeno non da pesarmi e farmi pensare che stessi facendo la cosa sbagliata. Questo non significa che sia stato tutto semplice. Quello che intendo dire è che avevo le idee molto chiare, sapevo benissimo che per arrivare a livelli alti certe cose non si potevano fare, ero consapevole del fatto che uscire la sera, andare in discoteca e dormire fino a tardi la mattina non sarebbe stato il mio stile di vita. Quindi ecco, ho sempre
dato priorità totale allo sport e quindi non mi è mai pesato sacrificare queste cose, anche perché c’era una regola tra me e il mio allenatore: si può uscire la sera, ma solo se è per festeggiare un bel risultato in una gara! Quando decidi di fare l’atleta lo sai che non sarà tutto rose e fiori, ci sono però molte più soddisfazioni e cose belle rispetto ai sacrifici reali.

«Il bello del freeski è proprio che per quanto sia uno sport individuale in gara, la parte di allenamento è quasi uno sport di squadra… si passa la maggior parte dell’anno in giro per l’Europa o per il mondo insieme, quindi è come essere una grande famiglia»
In che modo riuscivi a coniugare l’allenamento intenso con il tempo libero e le relazioni personali?
In realtà una cosa positiva del fare l’atleta è che non essendo un lavoro con orari normali, cioè non devi andare in ufficio 6 giorni a settimana 8 ore al giorno. È molto variabile in base al periodo e in base al tipo di allenamento che si sta facendo, quindi rimane anche del tempo libero; io poi ho la fortuna che molti
miei amici erano o sono ancora atleti di altri sport, capitava spesso di allenarsi insieme in palestra quindi per me era molto bello poter condividere con loro quei momenti, anche perché almeno non ero l’unico del mio gruppo a conoscere le fatiche di certi allenamenti. In generale i miei amici se non erano atleti professionisti erano comunque molto sportivi, per questo è capitato molte volte che si allenassero con me, soprattutto in palestra. Sulla neve invece era tutta un’altra storia: il bello del freeski è proprio che per quanto sia uno sport
individuale in gara, la parte di allenamento è quasi uno sport di squadra, ci si allena con le persone contro cui si gareggia, si passa la maggior parte dell’anno in giro per l’Europa o per il mondo insieme, quindi è come essere una grande famiglia. Quello che più mi piace infatti di questo sport è proprio il fatto che durante gli allenamenti c’è moltissima condivisione, si spinge i propri avversari a migliorare e la crescita personale avviene tramite la carica che ci si dà come gruppo. È uno sport pericoloso che chiede molto al fisico e alla testa, quello che dico sempre è: non puoi pensare di fare un trick che hai paura di fare se in quel momento sei arrabbiato con il tuo avversario che ti sta guardando: devi essere tranquillo di testa e l’unico modo per esserlo è condividendo quell’esperienza con altre persone che sono nella tua situazione. Pensare che il tuo avversario sia proprio la persona che ti ha dato la carica prima di provare un nuovo trick è bellissimo.
Come descriveresti la differenza tra essere uno sportivo e un influencer sui social media?
Sono due cose diametralmente opposte con obiettivi totalmente diversi. Possiamo sintetizzarla in maniera molto semplice: fare l’atleta significa parlare poco e dimostrare tutto con i fatti, fare l’influencer significa parlare tanto e comunicare tanto per arrivare ai fatti. A me sono sempre piaciute entrambe le cose, perché trovo anche molto bello poter comunicare quello che si fa e avere un seguito non solo a fronte dei risultati che si ottengono nelle gare ma anche a fronte di come si comunica quello che si sta facendo. La chiave vincente credo sia fare bene entrambe le cose.

«Trovo molto importante comunicare, parlare di questo sport e farlo conoscere a più persone, questo perché il freeski è uno sport di nicchia, ma è uno sport fantastico sia da guardare che da provare sulla propria pelle»
Quali sono i tuoi progetti futuri legati alla diffusione del freeski?
Trovo molto importante comunicare, parlare di questo sport e farlo conoscere a più persone, questo perché il freeski è uno sport di nicchia, è la nicchia di una nicchia, ma è uno sport fantastico sia da guardare che da provare sulla propria pelle, è l’espressione massima dello sport con valori sani, valori come l’amicizia, la determinazione e la resilienza. Il mio grande obiettivo è proprio quello di farlo conoscere, unendo la mia esperienza da atleta con la mia predisposizione a comunicare sui social. Canali come Instagram e Youtube mi danno infatti la possibilità di raccontare lo sport da insider, mostrare i dietro le quinte e spiegare
anche la terminologia, che non è semplice per chi non frequenta questo ambiente. Insomma, l’obiettivo è quello di usare i social per far conoscere lo sport del freeski e la sua bellezza, sempre però in maniera sana, pulita e sportiva.
Puoi raccontarci l’esperienza di essere delegato responsabile delle Olimpiadi 2026 a Livigno per il freeski?
Ho ricevuto la delega di consigliere delegato di Mottolino con delega alle Olimpiadi nel 2022: è difficile descrivere a parole quest’esperienza, per capirla a pieno dovrei portarti con me qualche giorno. Scherzi a parte, è bello poter vedere il dietro le quinte di un evento così importante, ma soprattutto è bello farlo a casa mia, sulla montagna che da tanti anni frequento e che da ancor più anni ospita eventi di freestyle. Credo sia importante fare una premessa: Mottolino costruisce lo snowpark e ospita eventi di freestyle, sci e snowboard
dall’inizio degli anni Novanta, molto prima che io nascessi. Il freestyle è parte della società quindi per noi arrivare ad ospitare le Olimpiadi sulle nostre piste è la realizzazione di un sogno, e per me, da ex atleta e adesso da consigliere di Mottolino, è un cerchio che si chiude ed è estremamente coerente con il mio
percorso occuparmi di questo aspetto. In breve quello che faccio è collegare Mottolino con gli enti che si occupano delle Olimpiadi con l’obiettivo di mantenere una legacy.
Qual è il trick più difficile che hai imparato?
L’evoluzione di questo sport negli ultimi anni è stata incredibile, non credevo che si sarebbe arrivati a fare i trick che si vedono adesso in così poco tempo, basta vedere cosa ha fatto Miro Tabanelli agli X Games, double cork 2340, un trick che 5 anni fa non ci si sarebbe neanche immaginato. Io sono arrivato a provare dei tripli (detto in gergo) quindi ad approcciarmi al mondo del triplo cork, che potrebbe sembrare più difficile di quello che ha fatto Miro ma non lo è assolutamente. Ho passato tanto tempo a provare triplo cork 1260, praticamente 3 backflip con 3 avvitamenti, un trick molto particolare che si vedeva raramente e che era famoso per essere molto stiloso: un paio di volte sono anche riuscito ad atterrare in piedi ma mai abbastanza bene da poterlo provare in gara, quello resta tutt’ora il trick dei miei sogni.

«Il segreto del freeski è avere fiducia nei propri trick e farli solo quando si ha confidenza»
Quali sono le principali sfide nel promuovere uno sport di nicchia come il freeski?
La sfida principale credo sia quella di trovare lo spazio per poterne parlare, i media moderni sono pieni di articoli, di interviste e di ospiti che parlano di sport più famosi, come è normale che sia, riuscire a trovare dello spazio per poter parlare di freeski non è semplice perché bisognerebbe “rubare” spazio ad altri sport che però essendo più conosciuti generano più interesse e più richiesta. I social sono il posto migliore per comunicare sport spettacolari come il freeski e un po’ alla volta credo che io ci stia riuscendo. La seconda sfida è sicuramente il far passare lo spettatore che può apprezzare dello sport ma senza consapevolezza reale di cosa succede in aria, vista la difficoltà della terminologia, a uno spettatore che capisce realmente cosa sta succedendo.
Diciamo che lo sport si presta ad essere guardato, è molto spettacolare e scenografico, però capire i trick e arrivare a comprendere lo sviluppo di una gara non è scontato, perché il criterio di giudizio e la terminologia usata non è proprio “user friendly”. Quindi tramite dei contenuti sul mio canale Youtube e sul mio Instagram ho fatto una serie di video dedicati proprio a questo: si chiama Freeskipedia e parlo di trick, dai più semplici ai più complicati proprio con l’obiettivo di aiutare chi guarda questo sport a capirlo meglio. C’è anche un’altra serie di video che si chiama The Last Dance che racconta tutta la storia dello snowpark del Mottolino, dagli anni Novanta fino a oggi.
Anche questa può essere utile per avvicinarsi a questo mondo perché racconta l’evoluzione dello sport, con una serie di interviste e testimonianze, facendo capire quanto questo sport sia spontaneo e basato su bellissimi valori.
Cosa consiglieresti a un giovane che vuole iniziare a praticare freeski oggi?
Le cose importanti sono tre: la prima è di affidarsi sempre a un maestro, a un allenatore o a un club locale, perché fare da soli è spesso controproducente e pericoloso; la seconda, che forse è la più importante, è fare le cose un passo alla volta senza fretta: il segreto del freeski è avere fiducia nei propri trick e farli solo quando si ha confidenza, questo permette di godersi molto di più ogni salto; la terza è divertirsi e stare con gli amici, andare allo snowpark con loro e provare nuovi trick insieme è la cosa più bella del mondo!