La “polaroid musicale” dell’estate: intervista a Dile

Dalla malinconia estiva di Mannaggia a me al successo dei suoi concerti, Dile racconta la musica, la vulnerabilità e il desiderio di continuare a emozionarsi

L’estate ha una sua particolare dittatura della felicità. Bisogna uscire, innamorarsi, partire, fare tardi, collezionare fotografie da rimpiangere quando le giornate torneranno ad accorciarsi, come sta già accadendo. Essere tristi ad agosto sembra una contraddizione ed è proprio da questo cortocircuito emotivo che nasce Mannaggia a me, il nuovo singolo di Dile, nome d’arte del cantautore abruzzese Francesco Di Lello.

«È nata in un periodo in cui ero triste. E la cosa strana è che fuori era estate, quindi sembrava quasi di essere fuori posto», racconta. «L’estate ti impone di stare bene: il mare, gli amici, le serate… sembra che tu non abbia il diritto di essere malinconico. Invece io mi sentivo esattamente dall’altra parte».

Dile
Dile

Il risultato è una canzone che utilizza l’immaginario della bella stagione per raccontare quello che normalmente resta fuori dall’inquadratura. Il pezzo viene definito una sorta di “polaroid musicale” dell’estate, dove alla leggerezza si contrappone quella malinconia che continua a esistere anche quando tutto intorno suggerisce che dovremmo essere felici.

Non a caso, uno dei versi centrali recita: “Si sa che l’amore non dura d’estate, tanto che ce ne importa, a settembre si vedrà”. «Possono esserci storie che durano dieci anni e lasciano poco, e storie di due settimane che ti cambiano il modo di ascoltare una canzone per tutta la vita», spiega Dile. «Forse gli amori estivi finiscono più spesso, ma proprio perché hanno una scadenza li vivi senza il freno del futuro. E a volte è lì che succedono le cose più vere».

Il percorso di Dile tra musica e vulnerabilità

Dal debutto discografico nel 2019 a oggi, Dile ha superato complessivamente i 50 milioni di streaming e ottenuto diversi sold out nelle principali città italiane.

«Non c’è stato un giorno in cui mi sono detto: “Da oggi questo è il mio lavoro”», racconta. La consapevolezza arriva dal palco: «C’è un momento che non smette mai di emozionarmi: quando si spengono le luci, parte l’intro e sento il pubblico cantare prima ancora che lo faccia io. In quei pochi secondi penso sempre la stessa cosa: che sono davvero fortunato a poter vivere tutto questo».

Dile
Dile

Se la sua identità musicale oggi appare immediatamente riconoscibile a chi lo segue, Dile preferisce non definirla dall’esterno. «Non lo so, e forse non spetta a me dirlo. Io sono troppo dentro quello che faccio per capire quanto sia riconoscibile la mia identità». Una cosa, però, è cambiata: il rapporto con la propria vulnerabilità. «Sicuramente sono cambiato come persona, e inevitabilmente sono cambiati anche i miei testi. Crescendo impari ad avere meno paura di raccontarti e smetti di scrivere quello che pensi possa piacere».

Lo ha dimostrato in maniera particolarmente evidente Carnevale, brano che ha aperto una conversazione sul tema dei disturbi alimentari. Il progetto ha portato Dile a collaborare con Animenta, associazione impegnata nella sensibilizzazione su questi disturbi, e gli è valso anche un riconoscimento di Forbes a Sanremo.

«Le canzoni non devono insegnare, devono far sentire meno soli», dice. «Se poi una persona, ascoltando Carnevale, ha trovato il coraggio di parlare di qualcosa che teneva dentro, allora quella canzone ha fatto molto più di quello che avevo immaginatoCredo che la musica funzioni così: non ti dice cosa pensare, ti fa capire che quello che provi esiste anche da qualche altra parte».

Dile

Forse è anche per questo che, dopo gli streaming, i concerti e i sold out, la risposta alla domanda sul prossimo traguardo non contiene numeri, classifiche o palchi da conquistare.

«Spero semplicemente di continuare a emozionarmi. Il giorno in cui scrivere una canzone diventerà un’abitudine, probabilmente sarà il momento di fermarmi. Finché avrò qualcosa da raccontare e qualcuno disposto ad ascoltarla, mi sentirò sempre a casa».