Dalla scuola a Hotel Esistenza: l’universo dei Fast Animals and Slow Kids

Dall’uscita del loro album d’esordio Cavalli nel 2011, hanno vissuto numerosi tour, accumulato innumerevoli esperienze, fino al lancio del loro settimo album, Hotel Esistenza, uscito il 25 ottobre

Un viaggio che inizia da ragazzi e si evolve in un progetto musicale condiviso. Aimone Romizi (voce, chitarra), Alessio Mingoli (batteria, seconda voce), Jacopo Gigliotti (basso) e Alessandro Guercini (Chitarre) si incontrano un po’ per caso e sempre al caso lasciano decidere i ruoli che avranno nella loro band appena formata. Dall’uscita del loro album d’esordio Cavalli nel 2011, i Fast Animals and Slow Kids hanno vissuto numerosi tour, festeggiato il primo sold out all’Alcatraz, collaborato con Willie Peyote e accumulato innumerevoli esperienze, fino ad arrivare al lancio del loro settimo album, Hotel Esistenza, uscito il 25 ottobre.

Sul loro profilo Instagram scrivono: «Ci abbiamo messo dentro tre anni delle nostre vite e di chi ci è stato accanto. Racconta dell’inferno nascosto nella nostra mente, di una riviera che ti spezza il cuore quando la guardi tornando a casa sulla A14, di un centro commerciale in fiamme, del cinismo che pervade la nostra vita adulta e del più potente dei sentimenti, quello che crediamo risieda nel profondo dell’anima».

Attraverso aneddoti personali e riflessioni sulla loro nuova opera Hotel Esistenza, Aimone, Alessio, Jacopo e Alessandro offrono uno sguardo intimo sul loro percorso artistico e sull’emozione di suonare dal vivo.

Fast Animals Slow Kids
Fast Animals and Slow Kids, ph. Andrea Venturini

«Ci siamo trovati in sala prova e da lì in poi è partito tutto»

Come vi siete incontrati e come avete deciso di creare il vostro gruppo? 

La storia è una di quelle classiche, che inizia più o meno alle superiori. Ci conosciamo quando ognuno di noi suonava in una band diversa. Quando queste band si sciolgono, decidiamo di formarne una noi, con le persone con cui ci eravamo trovati meglio in quel periodo. Ci siamo trovati in sala prova e da lì in poi è partito tutto. Per scegliere i ruoli di ognuno abbiamo estratto a sorte con uno dei quei giochi come Morra Cinese.

Come vi rappresenta e come avete scelto il nome del gruppo?

Il nome proviene da una scena de I Griffin, nel quale il protagonista torna a casa di corsa perché doveva vedere il suo reality show preferito, dove dei bambini lenti venivano liberati nella savana, con il miele sulle gambe, in mezzo ad animali velocissimi. Da qui animali veloci e bambini lenti, in più cantavamo in inglese, quindi l’abbiamo tradotto. Da quel momento lo abbiamo tenuto, è nato tutto in maniera del tutto casuale.

Come descrivereste l’evoluzione del vostro sound nel corso degli anni e quali elementi ritenete siano stati più decisivi per questo processo? 

Sicuramente all’inizio non sapevamo suonare, i primi anni sono stati tutti quanti per imparare. Una volta capito quello, abbiamo imparato come si registra un disco, che si apprende con il tempo, soprattutto se non hai delle basi solide.

È stata un’evoluzione armonica, fisiologica, che è cresciuta proporzionalmente al tempo che investivamo. All’inizio studiavamo, facevamo anche altro, successivamente abbiamo iniziato a dedicarci di più al progetto. Ci abbiamo messo molto e questo ha avuto un lato positivo e uno negativo. Da una parte crescere piano piano ti permette di affrontare tutti quegli scogli con tranquillità e con la giusta dose di conoscenza. Dall’altra parte è un percorso tosto. Perché devi assorbire tanto. Le cose certe volte vanno, certe volte no. Un viaggio anche un po’ duro. Essere una band ci ha aiutato. 

Fast Animals Slow Kids
Fast Animals and Slow Kids, ph. Andrea Venturini

Fast Animals and Slow Kids: «Il disco è molto emotivo, parla di emozioni dall’inizio alla fine»

Com’è nata l’idea di lavorare con Willie Peyote nel brano Cosa ci direbbe?, uno dei pochi brani nel quale avete una collaborazione?

Ne facciamo veramente pochi di feat, perché ci piace farli con gli amici. Crediamo molto al fatto che se le cose le fai con gli amici, in una situazione stimolante e non con l’obiettivo di aumentare il numero di ascolti, vengono bene. La collaborazione è nata semplicemente perché Willie è un amico. Lo stimiamo musicalmente, ma soprattutto come persona.

C’era questo special del pezzo che non sapevamo come portare avanti, non c’erano ancora delle idee. Stavamo chiacchierando e gli ho chiesto se volesse farlo lui. Willie ha buttato dentro quelle barre e sono venute perfette, erano proprio in linea con il pezzo.

Cosa avete pensato quando avete scoperto che la data dell’Alcatraz durante l’Alaska Tour era sold out? 

Beh, è stato uno shock pazzesco. Il nostro primo sold out all’Alcatraz è stato veramente strano, soprattutto perchè in quel periodo era inaspettato. Adesso c’è questo senso dell’evento per cui si fa sempre più grande, più grande, più grande. Ma ai tempi era proprio una cosa strana. Le band che venivano dall’underground con un background più indipendente non facevano questi numeri, quando è successo eravamo scioccati. Però fu bellissimo e tuttora ogni Alcatraz è sempre un momento che attendiamo con grande amore.

Parlando del nuovo album Hotel Esistenza, come è nata l’idea di associare l’hotel alla vostra musica e cosa rappresenta per voi questo album? 

L’hotel per noi è un luogo che associamo a casa, essendo spesso in tour. Questi luoghi che in realtà sono impersonali, per noi diventano una culla, un posto dove andarsi a rifugiare quando stiamo in giro da tanto. L’hotel ce lo siamo immaginati come un posto che può essere tante, mille cose: può essere una casa accogliente, può essere una casa triste può essere una casa ricca o poverissima. Questa pluralità nel significato della parola hotel stava bene con tutti quanti i pezzi del disco. È come se ogni camera avesse la sua connotazione specifica.

Il disco è molto emotivo, parla di emozioni dall’inizio alla fine. Ci domandiamo come siamo cresciuti in questi anni, cosa ci è successo, quello che sentiamo dentro, il senso di colpa che proviamo rispetto ai sogni che stiamo tradendo e a come dall’altra parte vorremmo vivere questa nostra fase adulta senza essere cinici di fronte alla realtà.

La copertina di Hotel Esistenza

«Noi scriviamo musica molto spesso come forma terapeutica. Scriviamo delle canzoni perché sentiamo dentro noi che qualcosa non sta tornando e quindi quei brani diventano un prolungamento dei nostri pensieri»

Festa riflette sulla monotonia delle interazioni sociali, cosa vi ha portato a scrivere questo brano?

Ci ha portato una grande noia in situazioni particolarmente noiose. Una parte del nostro lavoro consiste nel trovarci in contesti di chiacchiera, ma in realtà preferiamo momenti più significativi, come una cena o un dialogo più profondo. Siamo partiti da questo concetto e l’abbiamo ampliato, immaginando il desiderio di conversare con una persona all’interno in realtà di migliaia che incontri a una festa da qualche parte.

Cosa rappresenta per voi il viaggio descritto in Riviera Crepacuore

Per noi quel viaggio rappresenta principalmente la A14 quando ritorniamo dai nostri viaggi e vediamo i posti dove siamo andati al mare da ragazzini con le nostre famiglie, d’estate, pieni di gente. Però ora li vediamo d’inverno, vivendone l’aspetto più nostalgico, che quando sei più piccolo non vivi. Questo è un po’ un dualismo che è presente in tutti gli aspetti della vita adulta: esperienze che hai sempre vissuto in maniera fresca perché eri ragazzino, quando ci ritorni ne capisci anche dei lati diversi. Ci rimanda a questa sensazione di un mare più freddo… un mare d’inverno.

L’album si chiude con Dimmi solo se verrà l’inferno, che si ricollega al primo brano…

Dimmi solo se verrà l’inferno ha un collegamento diretto con il primo brano del disco. Questa è una cosa che noi facciamo spesso, ci piace dare l’idea di un senso circolare ai dischi. Dal nostro punto di vista è come se iniziando l’ascolto del disco inizi ad approfondire un percorso che poi ti porta alla voglia di insieme, al costruire un contorno sociale che ti serve anche come corazza nei confronti della vita.

Cosa significa per voi suonare dal vivo?

Suonare dal vivo è il motivo principale per cui facciamo musica, abbiamo iniziato per questo e dopo 15 anni ci ritroviamo ancora a scrivere dischi, registrali, pensandoli già sul palco. Quello è proprio il punto d’arrivo di tutto il processo.

Ci sono brani dell’album che vi emozionano particolarmente o che sono stati difficili da scrivere?

Direi tutti per vari motivi. Noi scriviamo musica molto spesso come forma terapeutica. Scriviamo delle canzoni perché sentiamo dentro noi che qualcosa non sta tornando e quindi quei brani diventano un prolungamento dei nostri pensieri. Per questo tutte le canzoni hanno per noi un carico emotivo molto molto forte.

Fast Animals Slow Kids
Fast Animals and Slow Kids