Lorenzo Richelmy, tutto può cambiare in un attimo

Una carriera costellata di successi per l’attore, classe ‘90, che si è fatto apprezzare sia in interpretazioni comiche che drammatiche. Ora interpreta Komandante nel nuovo film di Gabriele Muccino, Fino alla fine

Quando c’è da scegliere un ruolo da interpretare Lorenzo Richelmy preferisce avere a che fare con personaggi che siano il più lontano possibile dalla sua zona di comfort. Ogni volto che porta sul grande schermo o in tv diventa una nuova casa da abitare, un luogo non fisico che trasforma e allo stesso tempo lo trasforma in qualcosa di inedito. E per inseguire la sua carriera Richelmy una fissa dimora non l’ha mai avuta. Dalla sua città natale La Spezia ai sampietrini di Roma, da un volo oltreoceano per Los Angeles fino alla nevralgica Milano e alla calda Palermo. È nel capoluogo siculo che è stato girato Fino alla fine, l’ultima fatica cinematografica di Gabriele Muccino, in uscita il 31 ottobre, presentata in anteprima al Rome Film Fest. Il suo personaggio è Komandante, leader di un gruppo di fratellanza che vive al
confine tra legalità e illegalità. «C’è un pizzico di follia, che mi piace molto in questo personaggio», ha dichiarato parlando del ruolo.

Una carriera costellata di successi per l’attore, classe ‘90, che si è fatto apprezzare sia in interpretazioni comiche che drammatiche. Figlio d’arte, Lorenzo ha fatto capolino per la prima volta su un set a soli 12 anni ne Il pranzo della domenica di Carlo Vanzina. Per due stagioni è stato Cesare Schifani nel teen drama cult di Canale 5 I liceali al fianco di Giorgio Tirabassi e Claudia Pandolfi. La prima grande occasione oltreoceano arriva nel 2014 grazie a Marco Polo, serie tv con cui ha fatto la storia di Netflix. È la prima volta che il colosso dello streaming sceglie un attore italiano come protagonista assoluto di una sua produzione americana, che resta ancora oggi tra le più costose di sempre. Per il ruolo del famoso navigatore Richelmy ha seguito una lunga e faticosa preparazione fisica in Malesia per 9 mesi che ha segnato il suo personale punto di passaggio nel mondo degli adulti. Lo show è stato il trampolino di lancio per il mercato estero che ha continuato, negli anni, a frequentare con serie come la britannica Hotel Portofino e la svedese Sanctuary.

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«La vita di chiunque è costellata di momenti che ne possono modificare la traiettoria»

In Fino alla fine interpreti il ruolo di Komandante, il leader di questo gruppo di fratellanza che vive al confine tra legalità e illegalità. Come descriveresti il tuo ruolo?

Lo hai descritto molto bene tu. Il film parla di una ragazza americana che va in vacanza in Sicilia e incontra questi quattro ragazzi. Komandante è il leader ed è la parte criminale del gruppo, quello con il passato più nero e travagliato. È un personaggio molto sofferente che copre la sua sofferenza con l’esagerazione e nell’essere estroverso. Il film spinge tutti i personaggi a capire chi sono veramente e la ragazza americana si rivelerà folle tanto quanto Komandante. All’inizio hai cinque personaggi, alla fine del film tutti loro avranno la vita completamente stravolta.

“Tutto può cambiare in un attimo”, è una delle frasi che descrive Fino alla fine. In effetti la vita dei protagonisti cambia completamente in appena 24 ore…

Sì, il tema del film sono proprio le scelte e la libertà che una persona sente di poter avere per operarle. La vita che può cambiare in un attimo sembra un luogo comune e invece è verissimo, per tutti. La vita di chiunque è costellata di momenti che ne possono modificare la traiettoria. Pensare di non avere un’alternativa è molto più comodo, è una bugia che ci raccontiamo. Nel film viene reiterato questo concetto: fare delle scelte o non farle (che poi equivale a farle) e quanto siamo padroni del nostro destino. Questo è il messaggio del film. Il tema è molto alto, anche scomodo, ed è molto bello che l’abbia affrontato un regista con una forte popolarità come Gabriele Muccino.

E nella tua esperienza c’è un giorno che definisci come il giorno 0 della tua carriera, quello in cui è cambiato tutto?

Ce ne sono tanti. Io nasco da una famiglia di attori di teatro, non c’è un momento in cui prendo una svirgolata. Il momento in cui ho iniziato a dire in giro ‘faccio l’attore’ è stato dopo il mio primo film da protagonista, Il terzo tempo. Avevo appena terminato il Centro Sperimentale, vengo scelto per il ruolo e il film va alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. Dopo la proiezione del film nella Sala Grande di Venezia mi è arrivato un treno di emozioni. Quello è l’attimo che forse posso identificare come il momento 0 della mia carriera.

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«Gabriele Muccino è un regista che sa parlare con gli attori, che sa spingerli»

Fino alla fine è una storia diversa rispetto alla filmografia di Gabriele Muccino. È proprio questo che ti ha convinto ad accettare il ruolo?

In realtà no, faccio i film in base ai ruoli. A me piace tanto fare questo mestiere, più cambio maschera e più mi diverto. Leggendo la sceneggiatura, ho capito che c’era un tema interessante da portare avanti. Ho studiato il ruolo per capire se ci fosse qualcosa che potesse arricchirmi. Stare 3 mesi a Palermo, imparare il siciliano, perdersi nei vicoletti per cercare di studiare che cosa succede: questi sono i motivi per cui faccio questo mestiere. Komandante è forse il personaggio che mi ha divertito di più creare. Gabriele Muccino è stato il primo ad avere il coraggio di affidarmi un ruolo così diverso da me in Italia e di questo gli sono assolutamente grato.

E com’è stato lavorare con lui?

Lui è matto, in senso buono, e lo sono anch’io. Si agita, è focoso. È un regista a carbon fossile perché ha bisogno di raggiungere una certa temperatura per lavorare bene e creare. Non è uno che sta sulla poltrona e pontifica. Deve stare lì, ti tocca, ti fa gridare, suda con te e tifa per te dietro la macchina da presa. Per me è il clima perfetto. Non siamo chirurghi, stiamo cercando di creare qualcosa che sia interessante da vedere e di solito questo si traduce in un conflitto, estetico e di contenuti. Lui è molto bravo a tirare fuori questo, ti spinge al conflitto. Mi sono trovato molto bene. È un regista che sa parlare con gli attori, che sa spingerli.

Nel presentare il film a Che tempo che fa Muccino ha dichiarato che «La vita è definita dalle scelte che facciamo». C’è una scelta che hai preso o che non hai preso di cui ti sei pentito?

Se la nostra vita è il risultato delle scelte che facciamo, beh sono molto contento di come sto adesso. Perciò se per arrivare fin qui ho fatto anche delle scelte sbagliate ben venga. Se non si sbaglia non si impara. Ne ho fatte di scelte sbagliate. Quando feci Marco Polo per me la vita era a Los Angeles. Tutti mi dicevano che, con un progetto così forte, sarei diventato un attore ‘americano’. Io mi sono guardato dentro e mi sono chiesto “Voglio passare tutta la mia vita a Los Angeles?”. La risposta è stata “Assolutamente no”. Sarei adesso da un’altra parte? Forse sì. Però sono molto contento della scelta che ho fatto, sono molto orgoglioso della mia italianità perché penso che noi italiani abbiamo delle capacità
enormi rispetto al resto del mondo. Piangere sul latte versato è un esercizio poco fruttuoso.

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«Fare l’attore ti ricorda costantemente che la vita di tutti noi ha a che fare con la sopravvivenza. Se non riesci a vivere appieno non riesci a fare l’attore»

Quella di Komandante e dei personaggi di Fino alla fine è una vera lotta alla sopravvivenza. Può essere usata come metafora per il mondo della recitazione?

C’è una bellissima frase di Goethe. Diceva che non andava più a teatro perché ha un tale rispetto per esso che, secondo lui, tutti gli attori, quando sono sul palco, dovrebbero avere la concentrazione di un funambolo. Il funambolo rischia davvero di morire. Fare l’attore dovrebbe essere la stessa cosa, una questione di vita o di morte. La determinazione e il sacrificio che sei disposto a fare hanno molto a che fare con la sopravvivenza. Non si tratta di sgomitare ma di trovare un motivo per cui recitare è la cosa più importante del mondo. E allora troverai un modo per farcela. La stessa vita è sopravvivenza. Nel momento in cui diventa ‘vivacchiare’ perde di significato. Fare l’attore ti ricorda costantemente che la vita di tutti noi ha a che fare con la sopravvivenza. Se non riesci a vivere appieno non riesci a fare l’attore.

Nella tua carriera sei stato coinvolto in diversi progetti internazionali. Quali sono le principali differenze che hai notato tra un set internazionale e uno italiano?

È la stessa differenza di quando vai a cena con 50 euro o con 200 euro. Magari trovi la trattoria di provincia e che con 50 euro mangi da Dio. Certo è che è molto più probabile che con 200 euro mangerai meglio.

Il tuo primo ‘erasmus’ è stato Marco Polo, serie prodotta da Netflix, di cui eri protagonista. Sono passati dieci anni da quel set, che ricordi hai? Eri più onorato o spaventato?

Per me è stata una cosa enorme. Ero su un altro pianeta. Volavo, perché era un sogno. È stato faticosissimo perché mi hanno preso e mi hanno buttato in Malesia per nove mesi. Sul contratto c’era scritto che non sarei potuto tornare a casa se non per un lutto di primo grado. Ho scoperto una serie di cose del mercato americano che conosciamo poco perché vediamo soltanto la parte bella. Il produttore di Marco Polo era Harvey Weinstein, si doveva lavorare ogni giorno pesantemente. Io lì ho fatto il passaggio da ragazzino a giovane uomo. Per sei mesi di fila mi sono svegliato alle 6 del mattino e ho lavorato 10 ore al giorno tutti i giorni. È stato il sacrificio più grande della mia vita. C’erano corsi di kung-fu, di equitazione, di lotta libera. Un frullatore di cui sono gratissimo perché la maggior parte delle cose che so oggi sul mondo del cinema le so grazie a quell’esperienza. In quel momento ero la punta di diamante di Netflix, per tre anni andavo in giro in elicottero. Può essere devastante da un punto di
vista psicologico se non hai una base solida. Fortunatamente ho trovato un equilibrio mantenendo sempre una grandissima separazione tra la mia vita privata e quella professionale. Questo mi ha salvato. Sono stati tre anni in cui non sentivo la terra sotto i piedi.

Sul set di Fino alla fine

«La casa in cui ho bisogno di tornare è sempre dentro gli occhi delle persone con cui condividerò tutto e sempre»

È un momento storico in cui, soprattutto negli Stati Uniti, vanno di moda i reboot. Se penso a una serie cult italiana mi viene in mente I liceali. È un’ipotesi che prenderesti mai in considerazione?

Ne I liceali mi sono divertito tantissimo, è stato un momento molto importante della mia vita. Ho cominciato a capire che volevo fare questo mestiere. Però non sono fan dei reboot, non mi piacciono. Come dicevo prima, scelgo i personaggi che sono più lontani da me e da quello che ho già fatto. E i reboot sono l’esatto opposto. Da professionista mi piacerebbe rifare I liceali ma da spettatore non sarei contento.

Il mestiere dell’attore ti ha portato a cambiare più volte dimora. Cambiare casa è un po’ come interpretare un nuovo ruolo?

Assolutamente sì, è un’analogia perfetta. Tutti i personaggi per me sono case diverse. Io voglio molto bene a ognuno di loro. Me li tengo nel cuore in diversi posti dell’anima. Così come le case che ho abitato e che rappresentano momenti diversi della mia vita. Posso tracciare la mia vita in base ai personaggi che ho fatto in quel periodo perché ognuno di loro si portava inevitabilmente dietro qualche aspetto privato. Ho dei luoghi fisici e non che sono dei porti in cui tornare e rincasare per tranquillizzarmi. Per il resto mi piacerebbe abitare in più case e in più città del mondo possibili.

Cosa definisci casa?

Secondo me la casa non è fisica ed è la famiglia putativa, le persone che ti sei scelto. La casa in cui ho bisogno di tornare è sempre dentro gli occhi delle persone con cui condividerò tutto e sempre.

Credits

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Management Do Cinema

Press office WordsForYou