«Senza la parola calcio, Irene è una ragazza normalissima che si sta approcciando sempre di più al mondo degli adulti», inizia così a raccontarsi Irene Santi, centrocampista dell’Inter, classe ’99, una laurea in comunicazione e simbolo di un calcio femminile che finalmente si fa notare senza pregiudizi.
Per Irene essere una bandiera dell’Inter è motivo di grande orgoglio, soprattutto in un momento storico in cui il calcio femminile sta raggiungendo livelli di competitività e visibilità sempre più alti. «Ho percorso tutta la strada di una bambina che inizia a giocare a calcio con i maschi e poi, passando al femminile, completa tutta la trafila dalle giovanili fino alla prima squadra di un grande club come l’Inter. Ho vissuto tutti gli step della trasformazione del movimento, passando da dilettante a professionista e questo mi ricorda da dove siamo partite e dove siamo adesso. Significa avere delle responsabilità, ma anche che nulla va dato per scontato».

«Sicuramente mi porto dietro la capacità di guardare avanti, di essere flessibile nelle decisioni e di risolvere le difficoltà con tempismo»
Il centrocampista è un ruolo complesso, perché «chi ricopre questa posizione deve avere gli occhi a 360 gradi, sapere sempre quello che succede e avere già in mente la mossa successiva». Un ruolo che si trasporta anche nella vita reale «dove però sono più pigra e meno reattiva, anche se sicuramente mi porto dietro la capacità di guardare avanti, di essere flessibile nelle decisioni e di risolvere le difficoltà con tempismo».
Da poco avvicinatasi al mondo fashion, come testimoniano gli scatti realizzati unendo il suo sponsor tecnico Lotto a brand come Moschino, Irene è convinta che la moda possa aiutare a scardinare gli stereotipi verso le atlete donne, diventando uno strumento per far parlare di più dello sport al femminile: «Essere atleta non è sinonimo di mascolinità. Penso sia importante cavalcare l’onda e dare visibilità anche alla donna atleta. Detto ciò, è anche importante saper cogliere questa possibilità nel modo più corretto, rimanendo fedeli alla propria immagine e ai propri valori».

«Per quanto riguarda la narrazione nel quotidiano, un mio suggerimento è quello di raccontare al pubblico che la vita di una calciatrice donna è la stessa di un uomo.»
Il tema dello sport al femminile è un tabù tutto italiano. «Credo sia una questione culturale che necessita di tempo per arrivare ad un cambiamento effettivo. In Inghilterra e negli Stati Uniti non c’è così tanta differenziazione, anzi sono presenti maggiori investimenti, il pubblico è molto più coinvolto, gli stadi sono pieni e il tutto viene accolto e guardato con grande rispetto». In Italia, però, «ci sono stati dei passi in avanti in termini di trasmissione delle gare su più piattaforme. Anche se non è paragonabile con la sponda maschile, credo che dare la possibilità ad un pubblico sempre più vasto di avere accesso ai contenuti è fondamentale». Dalla TV alla vita quotidiana: «Per quanto riguarda la narrazione nel quotidiano, un mio suggerimento è quello di raccontare al pubblico che la vita di una calciatrice donna è la stessa di un uomo, gli impegni sono gli stessi, la professionalità è la stessa. Spesso il pubblico non sa tutto quello che c’è dietro e molte persone sono ancora meravigliate quando sentono dire da una ragazza che è una calciatrice professionista».
Molto è cambiato anche nella industry, soprattutto nel passaggio al professionismo. «Essere calciatrice è diventata ufficialmente una professione, con tutte le tutele del caso (contributi, maternità, pensione). Sul campo si sono moltiplicate le figure che lavorano per una squadra, abbiamo tutto a nostra disposizione, sono migliorate le strutture, viaggiamo per fare le partite, partecipiamo a competizioni europee».

«Spero di essere un modello per tutte quelle bambine che si trovano oggi a giocare nelle giovanili di una squadra di calcio e che sognano un giorno, passo dopo passo, di arrivare fino in fondo e giocare in serie A».
Ma dove si vede Irene in futuro? «Ancora in un campo da calcio, finché il mio corpo e la mia mente me lo permetteranno. Non nascondo il fatto che in un post carriera mi piacerebbe rimanere nell’ambito sportivo, non sul terreno di gioco, ma magari all’interno di un club. Sicuramente i miei studi mi hanno permesso di ampliare le mie conoscenze e di porre qualche base per quello che sarà dopo il calcio». Una cosa è certa: «Spero di essere un modello per tutte quelle bambine che si trovano oggi a giocare nelle giovanili di una squadra di calcio e che sognano un giorno, passo dopo passo, di arrivare fino in fondo e giocare in serie A».


Credits
Photographer Claudia Frizzera
Stylist Chiara De Giorgi
Hair Stylist and Make-up Artist Gaia Pensabene
Photographer Assistant Marco Arici
Stylist Assistants Camilla Perucchio, Vincenzo Vitello, Linda Menegoz
Agency The Source