Isabel van Gelder: “Sono decisamente una romantica senza speranza”

Dall’EP Lovesick alla voglia di sperimentare nuovi suoni, la giovane artista olandese racconta il suo percorso musicale, le influenze che l’hanno formata e il desiderio di uscire dalla propria zona di comfort

Incontriamo Isabel van Gelder a Milano mentre con la band si sta preparando per uno speciale showcase alla sede dell’etichetta discografica Sony. Lei è una giovanissima artista olandese nata e cresciuta ad Amsterdam in una famiglia molto creativa con una madre sceneggiatrice e un padre fotografo. L’arte, il cinema e la musica sono entrati fin dall’infanzia nella sua vita e si nota come tutto quello che esca fuori abbia una connotazione molto curata, molto patinata ma anche con un respiro cinematografico. Lovesick è il suo nuovo EP, seguito di Minor Details uscito a febbraio del 2026, e si distacca in parte dal suo percorso iniziale, prova – riuscendoci – a spostarsi dalle zone di comfort dando nuova linfa alla scrittura. Insomma, non esiste più solo un lato introspettivo fatto di ballad di Isabel van Gelder, c’è molto altro e ce lo siamo fatti raccontare da lei.

Isabel van Gelder
Isabel van Gelder durante il tour

Lovesick è un EP piuttosto denso, in cui non hai paura di mostrare la tua vulnerabilità. È stato difficile arrivare a questo punto?

Non necessariamente. Penso che scrivere sia un po’ come tenere un diario: è il mio modo naturale di comporre. Essere aperta e sincera durante la scrittura mi viene abbastanza spontaneo. È dopo, quando rileggo una canzone, che magari mi fermo a pensare: “Non è che mi sono esposta un po’ troppo?”. Ma il processo di scrittura, in sé, è piuttosto semplice.

È stato un processo lungo o breve?

Per questo EP non ci è voluto molto tempo. Il mio primo EP è uscito a febbraio di quest’anno e, al contrario, aveva richiesto parecchio lavoro: raccoglieva canzoni che avevo scritto nell’arco di un paio d’anni. Questo, invece, l’ho scritto interamente quest’anno, e tutto è successo abbastanza in fretta. Nell’ultimo anno e mezzo la mia vita sentimentale è stata un po’ turbolenta, quindi avevo molta ispirazione e tante cose da raccontare.

Sulla copertina dell’EP sei raffigurata come Cupido. Ma nella vita di tutti i giorni ti senti un po’ così?

Non direi proprio di essere Cupido: non faccio incontrare le persone tra loro. Però sono decisamente una romantica senza speranza, una di quelle che si lasciano conquistare facilmente dall’amore. Qualche tempo fa, per esempio, frequentavo un ragazzo e mi sono resa conto che posso innamorarmi molto facilmente dell’idea di stare con qualcuno, più che della persona in sé. Mi innamoro dell’aspetto romantico della relazione, dell’idea di quello che potrebbe essere, piuttosto che di chi ho davvero davanti. Quindi sì, direi che sono decisamente una romantica.

Se ripenso al tuo primo singolo, Pieces, e poi ascolto il tuo ultimo, Kissing You Away, mi sembra che tu sia cresciuta molto. Che cosa hai imparato in questo periodo, sia come artista sia in termini di sicurezza in te stessa?

Oddio, tantissimo! Quando è uscito il mio primo singolo ero davvero orgogliosa e felice di quella canzone. Anche se oggi forse non farei più qualcosa del genere, ricordo quanto fossi contenta di averla pubblicata. Nel frattempo sono cresciuta e ho acquisito una prospettiva diversa sulle cose, anche quando si tratta di scrivere. Ma ho imparato tantissimo su ogni aspetto della produzione musicale. Quando ho pubblicato Pieces, avevo iniziato a fare musica e a passare del tempo in studio soltanto da un paio di mesi. Da allora ho imparato molto sulla scrittura, sulla produzione e su ciò che mi piace o non mi piace. Direi che è cambiato un po’ tutto.

E immagino che nel frattempo tu abbia anche capito meglio come funziona l’industria musicale…

A dire il vero, non ho la minima idea di come funzioni l’industria musicale! (ride, nda)Credo di averne capito qualcosa in più rispetto al passato, ma mi sento ancora nuova qui dentro, soprattutto per quanto riguarda il lato più propriamente industriale di questo lavoro. Sto ancora cercando di orientarmi, anche se oggi ne so sicuramente più di allora. All’epoca non avevo proprio idea di quello che stessi facendo.

Hai iniziato a fare musica molto presto, intorno ai quattordici anni. Qual è il tuo primo ricordo legato alla musica, il momento in cui hai capito di amarla?

C’è una storia che racconto spesso anche durante i concerti. È il mio primo ricordo davvero vivido di quando mi sono innamorata di una canzone. Ero molto piccola, forse avevo due o tre anni, e mi trovavo sul sedile posteriore dell’auto dei miei genitori. Sono di Amsterdam e da bambina non parlavo inglese, quindi non capivo il significato di molte canzoni. Ricordo però che a un certo punto passò Wicked Game di Chris Isaak e rimasi completamente folgorata. Ho anche tanti ricordi legati a mia madre, che è una grande appassionata di musica. Io, lei e mia sorella ballavamo in salotto mentre ascoltavamo dischi. Era una grande fan di George Michael, e lo sono diventata anch’io grazie a lei. Ascoltavamo George Michael, Radiohead, Daft Punk e tanti altri artisti diversi.

Isabel van Gelder
Isabel van Gelder durante il tour

Le tue influenze musicali arrivano da mondi diversi. In un articolo, però, un giornalista ti ha definita una nuova Taylor Swift. Che cosa ne pensi?

È un complimento enorme, ovviamente: Taylor Swift è una delle artiste più grandi di sempre. Sono cresciuta ascoltando molta della sua musica e capisco il paragone, soprattutto per quanto riguarda l’approccio cantautorale. Anch’io ho iniziato a scrivere canzoni con la chitarra, proprio come lei, e credo che le nostre scritture abbiano in comune una dimensione molto personale, quasi diaristica. Dal punto di vista sonoro, però, penso che siamo piuttosto diverse. Ho un suono e delle influenze differenti. In ogni caso, lo considero un grandissimo complimento. Se riuscissi ad avere anche solo l’uno per cento della carriera che ha costruito lei, sarebbe incredibile.

La canzone Complicated è molto intima, costruita intorno al pianoforte, e si trova più o meno al centro dell’EP. Come mai hai scelto proprio quella posizione?

In realtà, l’EP non segue necessariamente un ordine cronologico. Potrei inventarmi una spiegazione particolarmente interessante, ma la verità è che, semplicemente, mi sembrava funzionasse bene lì. Aveva senso per come immaginavo il racconto e per quello che volevo comunicare. Sentivo anche che quel brano dovesse trovarsi un po’ al centro del progetto, quasi come un messaggio importante. È stata soprattutto una questione di sensazioni. In generale, mi affido molto all’ascolto e a quello che provo mentre ascolto. Non c’era necessariamente una ragione precisa: mi piaceva in quella posizione.

Ho apprezzato molto anche Heartless. Ci racconti qualcosa di questa canzone?

È una delle mie preferite, in effetti. Credo che abbia un suono più nuovo per me, ed è proprio questo che mi piace. Con questo progetto, e magari anche con il prossimo, voglio continuare a evolvermi e provare a fare qualcosa di diverso ogni volta. All’inizio scrivevo soprattutto ballate e tendevo a restare nella mia zona di comfort. Heartless è nata durante un writing camp con il mio produttore e il mio ex ragazzo, che ha partecipato alla scrittura: ne approfitto per dirgli che è un autore davvero bravo! Ci stavamo divertendo molto. Avevamo bevuto un po’ di vino, c’era un loop di batteria e una linea di basso piuttosto cupa. Avevo già in mente il concetto e la melodia della strofa, e a un certo punto la canzone ha semplicemente preso forma. È stato probabilmente il brano più divertente e spontaneo da realizzare.

Quindi volevi proprio uscire dalla tua zona di comfort?

Sì, era uno degli obiettivi di quel writing camp. Simon, il produttore con cui lavoro spesso, cerca sempre di spingermi a provare cose nuove. Invece di partire dalla solita progressione di quattro accordi alla chitarra, per esempio, mi ha proposto di costruire un drum loop e lavorare a partire da quello. Così il processo è diventato diverso dal solito e, in questo caso, ha funzionato: sono molto soddisfatta del risultato.

Alcuni anni fa sono stato all’Eurosonic Noorderslag, a Groningen. È un festival perfetto per chi lavora nell’industria musicale e per chi si deve far conoscere. Ti è piaciuto?

Hai mangiato un eierbal? (è un tipico snack fritto fatto con un uovo sodo intero rivestito di ragù speziato, originario della provincia di Groningen, nei Paesi Bassi, nda] Sai che cos’è?

Isabel van Gelder
Isabel van Gelder durante il tour

Certo! Alle tre di notte, quando si esce dai concerti.

Probabilmente sì! È anche il momento in cui li mangio io, quando sono distrutta dalla stanchezza.

Ricordo che Dua Lipa si era esibita all’Eurosonic ed era tutto sold out. Era il suo primo live con una band. Da lì, poi, è diventata sempre più popolare…

Ho sentito che si era esibita lì, sì. Incredibile!

Com’è stata la tua esperienza all’Eurosonic di Groningen in un evento così importante per la tua crescita?

Oddio, ero nervosissima! C’ero già stata in passato e per me è sempre stato un evento enorme, soprattutto perché vengo dai Paesi Bassi: è probabilmente il più importante che abbiamo. Ci sono tantissime persone dell’industria musicale. Sono tutte fantastiche, ma allo stesso tempo possono anche limitarsi a stare davanti a te e fissarti mentre suoni. La cosa mi intimidiva parecchio. Alla fine, però, mi sono divertita tantissimo. Anche all’afterparty, dove ho mangiato un sacco di eierbal. È stata un’esperienza davvero bella. E ho appena saputo che tornerò a suonare lì il prossimo anno, il che è fantastico. Questa volta credo che mi esibirò nell’ambito dell’European showcase. L’ultima volta avevo suonato in un locale frequentato soprattutto dagli addetti ai lavori olandesi, mentre adesso avrò l’opportunità di fare un passo avanti.

Nel tuo background musicale (ma non solo) ci sono Abba, Radiohead, Daft Punk e anche i film di Baz Luhrmann. Quando lavori a qualcosa di nuovo, come fai a renderlo davvero tuo?

Credo che, ancora una volta, sia tutto molto intuitivo: mi affido all’istinto. Mi capita spesso di discutere con le persone con cui lavoro, soprattutto quando si tratta di decidere se qualcosa suoni bene o se sia davvero come lo immagino io. Su queste cose sono piuttosto testarda, perché penso che non sarò mai la migliore in assoluto in qualcosa. Ci sarà sempre qualcuno capace di fare qualcosa di meglio o di ottenere un suono più interessante. L’unica cosa che possiedo davvero è il mio gusto personale, insieme a tutto ciò che ho ascoltato e scoperto crescendo e che ha contribuito a formarlo. Cerco di restare fedele a questo, perché credo sia l’unico modo per creare qualcosa che mi rappresenti davvero. Può trattarsi anche di un dettaglio apparentemente insignificante, come il suono di un rullante. Ne discuto spesso con il mio produttore: lui vorrebbe un rullante molto riverberato, mentre io lo preferisco asciutto. Mi dice che suona male e io rispondo: “Va bene, ma suona come piace a me!”. Naturalmente, questo non significa non lasciare spazio agli altri e a quello che possono portare al progetto. Ma, in fondo, torno sempre all’istinto.

Qual è il tuo album preferito dei Radiohead?

Oddio, direi OK Computer. E il tuo?

Il mio è Kid A.

Ah, sì! Bellissimo.

Se potessi collaborare con un artista, chi sceglieresti?

Ce ne sono tantissimi. L’ultima volta probabilmente avrei detto i Daft Punk, ma ormai è difficile immaginare che succeda.

Magari anche solo con uno dei due…

Esatto. In realtà, mi piacerebbe moltissimo collaborare con Raye, che è una delle mie artiste preferite. La trovo incredibile. Allo stesso tempo, però, non so se vorrei partecipare a una sua canzone: è talmente brava che farei fatica a starle dietro! Devo pensarci.

Isabel van Gelder durante il tour

Hai un seguito enorme sui social, con milioni di follower e una presenza molto forte su TikTok. Immagino che possa generare anche un po’ di ansia. Come gestisci tutto questo?

Credo che sia sempre stato uno dei miei limiti, ma anche, in un certo senso, uno dei miei punti di forza: non penso troppo alle cose, semplicemente le faccio. Anche sui social ho sempre pubblicato quello che mi veniva spontaneo, senza riflettere troppo su come gli altri avrebbero potuto interpretarlo. Da bambina vivevo molto nella mia bolla e non prestavo particolare attenzione a quello che dicevano le persone. Credo che, in questo settore ma anche nella vita in generale, sia importante: bisogna fare ciò che ci fa stare bene e in cui crediamo davvero. Perciò non ci penso molto. Posso realizzare un video assurdo e chiedermi se abbia senso pubblicarlo, ma alla fine penso: “Perché no?”.

All’inizio utilizzavi i social in modo molto spontaneo. Penso, per esempio, alla cover di una canzone di Tom Odell che avevi pubblicato.

Oddio, l’hai vista?

Certo.

Oddio, lì il trucco è terribile!

Ma la canzone è bellissima, e anche l’interpretazione. Quella cover ti ha aiutata a capire che potevi raggiungere un pubblico attraverso i social?

Non credo fosse la prima cover che avevo pubblicato, ma sicuramente è stata la prima a ottenere un po’ di attenzione. Per me è stato fantastico, perché mi ha fatto capire che forse c’era qualcuno interessato a vedere quello che facevo. Cantare, fare musica e scrivere canzoni erano le cose che amavo di più, ma non sapevo se qualcuno avrebbe avuto voglia di ascoltarmi. Avevo semplicemente pensato di pubblicare quel video perché mi piaceva e credevo fosse venuto bene. Probabilmente avrei continuato comunque, proprio perché amo farlo, ma è stato bello ricevere una conferma e vedere che le persone apprezzavano il mio lavoro.

E se Tom Odell ti proponesse una collaborazione?

Oddio, sarebbe fantastico! Tra l’altro, aveva anche commentato quel video scrivendo: “Ha una bella voce”. Grazie, Tom! Sarebbe davvero bello fare una ballata insieme a lui.