Dalla televisione agli stadi, dai talent show ai grandi eventi, Laccio è oggi una delle figure chiave nella ridefinizione del linguaggio performativo italiano. Fondatore di Laccioland Studio, ha firmato la direzione artistica per X Factor Italia, spettacoli negli stadi con Elodie, momenti iconici al Festival di Sanremo e produzioni speciali per Eni. Il suo lavoro si muove tra essenzialità ed epica, tecnologia ed emozione, sempre con una visione chiara: la regia e la direzione creativa non sono mai esercizi estetici, ma strumenti per costruire identità. In questa conversazione racconta il dialogo tra televisione e live show, musica e danza, ma soprattutto la sperimentazione come per portare in Italia un respiro sempre più internazionale.
Qual è stata la performance più complessa o ambiziosa che hai curato in termini di logistica e realizzazione? Quali ostacoli hai dovuto superare?
Una delle sfide più significative è stata l’omaggio a Raffaella Carrà a Sanremo. Essendo scomparsa da poco, il rischio era scivolare nella banalità o nell’imitazione. All’inizio avevamo pensato a una performer o a un’attrice che potesse interpretarla, ma ci siamo resi conto che sarebbe stato un approccio limitante. Abbiamo quindi scelto di neutralizzare l’immagine, lasciando una figura femminile di spalle: una presenza evocativa più che rappresentativa.
Raccontare un’icona lavorando sull’assenza invece che sulla somiglianza è stato un passaggio delicato. Proprio questa scelta ha reso il progetto una sfida creativa e narrativa importante.
«È fondamentale che questa visione non sia guidata dalla tecnologia, ma dall’esperienza, dalla cultura e dalla sensibilità.»
Come vedi l’evoluzione del ruolo del direttore creativo in un panorama televisivo e digitale in costante cambiamento?
Il direttore creativo resta una figura centrale: è il punto di connessione tra reparti e linguaggi diversi, la presenza che coordina le creatività e mantiene una visione complessiva del progetto. È fondamentale che questa visione non sia guidata dalla tecnologia, ma dall’esperienza, dalla cultura e dalla sensibilità. L’emozione nello spettacolo non può essere sostituita.
Il ruolo continuerà a evolversi, utilizzando gli strumenti tecnologici come supporto, ma restando radicato in una dimensione profondamente umana.
Avendo lavorato su palcoscenici globali e sul principale talent show italiano, in che direzione deve evolvere l’intrattenimento live in Italia per mantenere un respiro internazionale?
Questa evoluzione è già in corso. Artisti e produzioni si confrontano naturalmente con uno scenario internazionale, e il dialogo con linguaggi globali fa ormai parte del processo creativo. Come studio lavoriamo in questa direzione: costruire spettacoli capaci di respirare in un contesto europeo senza inseguire modelli, ma sviluppando un’identità riconoscibile e coerente. È un percorso continuo che richiede adattamento e consapevolezza.
«L’obiettivo in tutti i miei progetti resta lo stesso: dare coerenza e personalità alla presenza scenica.»
Se dovessi riassumere la cifra stilistica di Laccioland Studio in tre aggettivi?
Eleganza. Essenzialità. Contemporaneità.
Per X Factor 2025 hai firmato la direzione creativa insieme a Shake. Come si è sviluppata questa collaborazione?
Il rapporto artistico con Shake nasce quando eravamo molto giovani e nel tempo si è trasformato in un equilibrio naturale. Io mi occupo principalmente della visione complessiva, mentre lui lavora sulla concretizzazione della parte visual. Questa dinamica ci permette di affrontare il processo creativo su più livelli, mantenendo una direzione unica. La visione resta sempre condivisa e nasce dal confronto.
Con Elodie amplifichi un’identità già definita; a X Factor l’identità è in divenire. Come cambia il tuo approccio?
La differenza principale riguarda la storia dell’artista. I concorrenti di X Factor spesso non hanno ancora un percorso definito: questo permette di costruire insieme un’identità scenica, esplorando carattere e aspirazioni. Con un’artista affermata il lavoro parte dalla conoscenza profonda del suo percorso. Si lavora per evoluzione, integrando ciò che esiste già senza cancellarlo. È un processo più complesso, ma anche estremamente stimolante.
In entrambi i casi l’obiettivo resta lo stesso: dare coerenza e personalità alla presenza scenica.

«Il Festival di Sanremo è un luogo intriso di memoria. Credo sia giusto preservarne il sapore tradizionale, mantenendo un equilibrio delicato tra memoria e innovazione, senza stravolgerne l’identità.»
Definisci X Factor come “un laboratorio creativo dove la sperimentazione è ancora possibile”. Qual è il limite che puoi spingere lì, rispetto a una produzione live come quella di Elodie?
X Factor rappresenta un laboratorio straordinario. Le risorse tecniche, la presenza di performer e la struttura produttiva consentono sperimentazioni difficili da replicare altrove. Si possono testare linguaggi visivi e osservare l’interazione tra tecnologia, luce e scenografia. Molte intuizioni vengono poi adattate ad altri progetti. Con Elodie, invece, la sperimentazione si è spostata sulla dimensione umana e narrativa: sui corpi, sul messaggio, sulla costruzione simbolica dello spettacolo. Un punto di partenza diverso, ma altrettanto significativo.
Cosa hai trasferito dall’esperienza negli stadi allo studio televisivo?
Stadio e studio televisivo richiedono logiche opposte. La televisione lavora sull’inquadratura; lo stadio sulla percezione fisica dello spazio. Nello show di Elodie abbiamo integrato elementi di linguaggio televisivo nella dimensione live, lavorando sulle riprese e su momenti pensati anche per la camera, soprattutto nelle parti narrative. Si è creato un dialogo tra due grammatiche diverse che ha arricchito il progetto.
La tua visione del Festival di Sanremo?
Il Festival di Sanremo è un luogo intriso di memoria. Camminare nei corridoi del Teatro Ariston significa attraversare una storia viva. Allo stesso tempo, il Festival mantiene uno sguardo verso il futuro, pur entro limiti inevitabili. È uno spazio relativamente contenuto, che consente innovazioni fino a un certo punto. Esistono codici consolidati e la canzone resta il cuore assoluto della manifestazione. Credo sia giusto preservarne il sapore tradizionale, mantenendo un equilibrio delicato tra memoria e innovazione, senza stravolgerne l’identità.
«La sfida è trasformare Laccioland Studio in una realtà sempre più solida e influente, capace di attivare collaborazioni ambiziose.»
Come è nato il progetto speciale per Eni?
Il progetto per Eni è stato un intervento fortemente dirompente, dove tecnologia e innovazione occupano il centro della scena — valori che l’azienda stessa incarna. La produzione ha coinvolto 40 danzatori e si sviluppa attorno al simbolo del cerchio: energia che si rinnova, movimento perpetuo, circolarità come principio vitale. Protagonista è Virginia Raffaele, osservatrice che attraversa lo spettacolo assistendo a performance diverse ogni sera, ciascuna legata ai valori dell’azienda. È un progetto che rappresenta pienamente il linguaggio dello studio, realizzato in collaborazione con Movie Magic e TBWA.
Quali sono le prossime sfide?
La sfida è trasformare Laccioland Studio in una realtà sempre più solida e influente, capace di attivare collaborazioni ambiziose. Mi chiedono spesso se vorrei lavorare all’estero. La risposta è sì, ma ciò che mi entusiasma davvero è portare l’estero in Italia: introdurre innovazioni e modalità espressive già consolidate in Paesi come Corea, Giappone e Stati Uniti, contribuendo a far crescere il nostro linguaggio performativo.