Dalla fragilità sussurrata di Cherofobia alla consapevolezza tagliente di Signorina Rivoluzione, Martina Attili non ha mai smesso di interrogarsi — e di farlo in musica. Cantautrice romana classe 2001, si è fatta conoscere giovanissima con un inedito diventato manifesto generazionale, ma non si è mai adagiata su quel primo successo. Negli anni ha attraversato scrittura, teatro e nuove collaborazioni, portando avanti un percorso artistico coerente nella sua continua metamorfosi.
Il nuovo album, Signorina Rivoluzione è un affondo maturo e spiazzante nel caos dei vent’anni: crolli interiori, spiritualità, attualità, ironia amara. Otto tracce che non chiedono conferme ma pongono domande — con una scrittura sempre più definita, emotiva e diretta.
Dopo le due date-evento che lo hanno presentato dal vivo, a Milano e Roma, abbiamo incontrato Martina per capire dove porta questa nuova rivoluzione.

Martina Attili e la rivoluzione dopo il crollo
Signorina Rivoluzione è un titolo potente: che tipo di rivoluzione sei diventata e cosa hai dovuto smontare di te stessa per arrivarci?
Quando mi sono autoproclamata Signorina Rivoluzione, io per rivoluzione intendevo il mio raccontare a prescindere dal luogo o dalla situazione, la rivoluzione di chi davvero si sta organizzando per farla. C’è stato un momento della mia vita però dove tutti i principi che avevo e che mi ero costruita stando ad ascoltare le storie degli altri si scontravano con quello che accadeva nella mia vita privata. Da questo punto di vista allora ti rispondo che ho dovuto smontare tutto, per poi ricostruirlo in una maniera diversa, con dei pilastri che
davvero potessero sostenermi, ma con l’obiettivo di tornare allo stesso significato, sapendo però che avrebbe incluso delle sfumature che fino a quel momento ignoravo o non tenevo in considerazione. Non ci sono ancora del tutto riuscita, disilludersi per poi tornare a crederci di nuovo è un processo complesso nel quale spesso mi sono scontrata con il cinismo, un sentimento che non mi è mai appartenuto. Per questo dico, che non è più come prima, proprio come dopo una rivoluzione.
In questo album affronti temi come guerra, Dio, identità. Come riesci a rendere argomenti così profondi accessibili senza perderne la complessità?
Quando racconto una storia, cerco per quanto possibile, avendo poco tempo, di non limitarmi solo a un punto di vista, ma di includerne altri, soprattutto quello dell’ascoltatore, inserendo delle domande aperte o delle riflessioni che possano creare un dibattito personale ma spero anche collettivo.
A 23 anni ti ritrovi a parlare di certezze che crollano. Cosa resta in piedi, secondo te, dopo la rivoluzione dei vent’anni?
Se uno riesce a combattere il cinismo di cui parlavo, a vedere le cose per quelle che sono ma continuando a crederci comunque, direi che quello che resta in piedi è sempre la speranza.


Dal debutto a oggi, la coerenza di un percorso creativo
Negli ultimi anni ti sei mossa tra musica, scrittura, teatro. Hai esplorato linguaggi diversi senza mai perdere la tua voce. Come hanno influito queste esperienze sul modo in cui hai scritto Signorina Rivoluzione?
La mia esperienza a teatro mi ha portato a scrivere “L’uscita degli artisti”, per il secondo romanzo che sto cercando di scrivere ho composto una canzone, sono delle discipline artistiche che si influenzano tra di loro perchè il filo conduttore resta il mio modo di vivere la vita.
Dopo Cherofobia, hai attraversato momenti di cambiamento, nuovi inizi. C’è stato un punto di rottura o un episodio preciso che ha acceso questa nuova fase creativa?
Non c’è niente di nuovo nella mia fase creativa. Compongo e scrivo nello stesso modo di quando avevo 14 anni e spero che questo processo possa rimanere invariato, perché per me è necessità prima di tutto, scrivo perchè ne ho bisogno, e sarebbe sconvolgente per me scrivere per altri motivi.
Il tuo debutto a X Factor ha lasciato un segno profondo. Cosa direbbe la Martina di oggi a quella ragazza che cantava Cherofobia davanti a milioni di persone?
Niente in particolare, penso che a sedici anni sapessi molte più cose di adesso. Sapevo che sarebbe stata difficile, sapevo che non ero in grado di gestire alcune situazioni anche per una base di ignoranza che a quell’età è ancora giustificabile e possiamo pure scambiare per innocenza, ma non ho mai dubitato che avrei fatto la cantautrice nella vita, quindi quando c’è stato da aspettare, ho aspettato continuando a fare quello che potevo fare, ma il mio motto è sempre stato che le cose belle richiedono tempo, e ne ero molto consapevole al tempo tanto quanto lo sono ora.

Scrittura e performance: tra verità personale e risonanza collettiva
I tuoi testi sono spesso il riflesso di un’interiorità intensa e lucida. Quanto c’è di autobiografico e quanto invece nasce dall’ascolto degli altri?
Quando parlo di me, le canzoni sono completamente autobiografiche, quando parlo degli altri io sono un mezzo di risonanza, cerco di riportare il più fedelmente possibile quello che ho modo di leggere o sentire senza contaminarlo con una mia personale opinione. Non saprei dire se mi riesce sempre.
Hai presentato l’album con due date-evento a Milano e Roma. Cosa rappresenta per te portare questo nuovo racconto dal vivo e che tipo di esperienza hai voluto regalare al tuo pubblico?
In queste date abbiamo creato un’atmosfera intima e familiare, potevi sentire una sola persona piangere o ridere, un silenzio impressionante di dieci minuti quando abbiamo suonato le tre canzoni sulla guerra una dietro l’altra, per poi sentire tutti cantare Samuele e Cherofobia, o vederli ballare su Signorina Rivoluzione e Buona pubblicità. Ci siamo impegnati per essere leggeri così come ci siamo impegnati per creare dei punti di riflessione che la gente potesse portarsi a casa.
Credits
Photographer Alessandro Rabboni
Stylist Claudia De Giorgis
Make Up Artist Valentina del Monte
Location Core Creative Studio