Talent to watch: Michael Maggi nel cast di “Those About to Die” con Anthony Hopkins

Nella nuova serie, disponibile su Prime Video da venerdì 19 luglio, il giovane attore milanese interpreta il ruolo di Rufus, un personaggio intrigante e sfaccettato

«Il mio obiettivo è sempre stato solo uno, recitare, a prescindere dal quando, come e dove». Queste le parole di Michael Maggi, attore originario di Milano, che esce in questi giorni con Those About to Die, film in cui è protagonista Anthony Hopkins. Con una personalità sfaccettata, costantemente divisa tra passione per il set e amore per la musica, il giovane ha collezionato una serie di importanti traguardi, dalla serie Sky Blocco 181 alla più recente produzione Another End. Michael guarda ora al futuro con entusiasmo e grande determinazione, pronto a immergersi in nuove e stimolanti esperienze lavorative tra piccolo e grande schermo.

Those About to Die
La nuova serie Those About to Die, disponibile su peacock da giovedì 18 luglio e su Prime Video da venerdì 19 luglio

Michael Maggi e gli esordi nella recitazione: «Capitale Umano è stata senza dubbio una bella esperienza, mi ha offerto la possibilità di capire come funzionasse un set»

Quali figure sono state determinanti nella tua formazione?

Sicuramente i due insegnanti che ho conosciuto appena approcciato il mondo della recitazione, all’età di 13 anni, sono stati un po’ i miei genitori artistici. Parlo di Roberto Fossati e Laura Butti; mi hanno proprio preso sotto la loro ala. La scuola di recitazione che frequentavo io era piccolissima, non certificata, non era un’accademia. E io ero il più giovane, ho iniziato a 13-14 anni e mi sembra di ricordare che il compagno più vicino a me anagraficamente ne avesse 26-28. Insomma, c’era un bel gap.

Da ragazzino sei stato notato per la prima volta in zona stazione Centrale, mentre facevi skate. Potresti raccontarci questo aneddoto?

Ero con alcuni amici. Avevo spudoratamente mentito ai miei genitori dicendo loro che avrei trascorso la giornata a casa di un mio compagno a studiare. Invece ero lì, in zona stazione Centrale, non esattamente uno scenario sicuro da frequentare (ride, ndr). Mi stavo destreggiando con lo skate e a un certo punto vengo fermato da una coppia di ragazzi sulla trentina. Mi spiegano di essere alla ricerca del protagonista per un loro videoclip musicale… e da lì tutto è cominciato. A dire il vero, all’inizio mio padre non era particolarmente entusiasta dell’idea, poi però – grazie alla sua compagna, la mamma che in effetti mi ha cresciuto – anche lui ha accettato questa mia scelta.

Nel corso della tua carriera hai anche lavorato con registi importanti, per esempio con Paolo Virzì in Capitale Umano. Che esperienza è stata?

Io lì facevo la comparsa. È stata senza dubbio una bella esperienza, mi ha offerto la possibilità di capire all’incirca come funzionasse un set. Tuttavia all’epoca stavo ancora muovendo i primissimi passi nel mondo della recitazione; i progetti lavorativi effettivi sono arrivati un po’ dopo.

«Recitare in Blocco 181 è stato un bel battesimo del fuoco»

La tua prima esperienza lavorativa vera e propria è stata Blocco 181?

Esatto, proprio quella. Blocco 181 è stata una delle prime grosse produzioni dopo Gomorra e quant’altro, sviluppata sul territorio milanese. Sky ha spinto molto su questa serie, un prodotto che ha ottenuto grande visibilità anche grazie agli attori interpreti. Andrea Dodero per citarne uno. Io interpretavo il ruolo di Oliver, che compare giusto per un episodio. Lui è un ragazzo con cui la sorella del protagonista ha una simil-relazione molto veloce, ma al tempo stesso abbastanza passionale. Recitare in Blocco 181 è stata un’esperienza stupenda, mi sono trovato benissimo sia con i ragazzi del cast, sia con la produzione. È stato un bel battesimo del fuoco diciamo (ride, ndr).

Un’altra importante esperienza che ti porti dietro è Io sono l’abisso, film del 2022 diretto da Donato Carrisi. Ce ne potresti parlare brevemente?

Lavorare in Io sono l’abisso è stato estremamente appagante; recitare sotto la direzione di Donato ha significato tanto per me. Lui è una persona molto tranquilla, molto pacata. Sul set sfoggia una grandissima serietà, da vero professionista. Al suo fianco ho percepito fin da subito un clima di grande lavoro e concentrazione, oltre che una confortante sensazione di posto sicuro, in cui è possibile provare e anche sbagliare. Quest’ultimo aspetto, personalmente, mi ha aiutato tantissimo.

Sul set interpretavo un personaggio abbastanza distante da me. Ho trovato veramente interessante il fatto di calarmi in un ruolo di questo tipo, è stata da un lato una sfida, dall’altro un’opportunità di crescita. Spesso, sperimentando un qualcosa di lontano da come siamo realmente, ci troviamo a scoprire aspetti di noi che magari nemmeno conoscevamo.

Michael Maggi
Michael Maggi

Michael Maggi a proposito di Those About to Die: «Il regista, Roland Emmerich, ha lavorato tanto non solo sul mio personaggio, ma su ogni personaggio coinvolto, conferendo a ciascuno una certa tridimensionalità»

Il 2023-24 sembra essere un anno estremamente importante per la tua carriera, ti vedremo in due grandi produzioni: Another End e Those About to Die, con il grande Anthony Hopkins. Come ti senti a riguardo?

Parlando della serie Those About to Die, posso dire di essere ancora abbastanza incredulo; aver recitato in un contesto simile è un qualcosa di indescrivibile. Riuscirò a metabolizzare il tutto solo quando vedrò gli episodi in televisione (ride, ndr). Poi io, come altri miei colleghi del cast, purtroppo non ho avuto l’onore di incontrare Sir Hopkins. Tuttavia, da quanto mi è stato raccontato, l’impressione che ho potuto costruirmi su di lui è davvero magnifica. Il tratto che più mi è stato riferito sulla sua persona, e che più mi ha colpito, è la grande umiltà e gentilezza (senza contare la sua impareggiabile professionalità ovviamente). È sempre bello vedere come anche grandi mostri sacri abbiano un lato così umano. Per noi attori solo il fatto di potersi confrontare con loro rappresenta un sogno.

Ci regaleresti qualche anticipazione riguardo il tuo personaggio?

Non voglio spoilerare troppo, però mi piacerebbe sottolineare un aspetto: il regista, Roland Emmerich, ha lavorato tanto non solo sul mio personaggio, ma su ogni personaggio coinvolto, conferendo a ciascuno una certa tridimensionalità. Sono tutti molto interessanti e per niente scontati.

Io mi calo nei panni di Rufus, un ragazzo dalle mille sfaccettature e molto distante da me. Manifesta di continuo una forte necessità di sopravvivenza che lo porta a intraprendere percorsi veramente inaspettati (e questo, secondo me, è il suo lato più intrigante).

In che modo hai preso parte al casting di questa produzione?

È successo tutto per caso a voler essere onesto. Dovevo fare un provino per un altro progetto in lingua e nel mentre la casting director Michela Forbicioni (che io non avevo mai visto) si avvicina a me domandandomi: “Come sei messo a memoria?”. “Fortunatamente abbastanza bene”, avevo risposto io. Lei mi chiede di preparare in cinque minuti una parte; una scena che, come poche altre, mi è poi rimasta impressa nel cuore. Mi sono dovuto calare nella toccante storia di due fratelli che si rivolgono l’ultimo addio, in quanto uno dei due sta per andare al patibolo. Una situazione carica di pathos in cui emergono anche cose mai dette prima. Dopo circa un mese di silenzio, mentre stavo girando le ultime scene di Another End con Piero Messina, la mia agente mi chiama comunicandomi di essere stato preso ai provini di Those About to Die. Ero contentissimo.

E poi, circa due, tre mesi dopo l’audizione, ho ricevuto la conferma definitiva: la parte era mia.

Michael Maggi
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«Il mio obiettivo è sempre stato solo uno, recitare, a prescindere dal quando, come e dove»

Da qui in poi, sicuramente avrai diverse occasioni di visibilità anche a livello internazionale.

Il mio obiettivo è sempre stato solo uno, recitare, a prescindere dal quando, come e dove. Voglio accogliere veramente tutto quello che arriva, senza remore o filtri. Poi ovviamente il fatto di sapere l’inglese aiuta moltissimo. Fin dall’età di 12-13 anni mi è sempre piaciuto avvicinarmi a questa lingua. Ho un fratello maggiore incredibilmente appassionato di musica, straniera soprattutto. Ricordo che quando ero ragazzino mi divertivo a tradurre con Google Traduttore svariate canzoni dall’inglese all’italiano, per capire il loro vero significato. Questo a parte, penso che oggi masticare una o più lingue straniere sia fondamentale per poter essere competitivi nel mercato internazionale.

Quali differenze hai riscontrato confrontando tue esperienze lavorative in produzioni italiane e internazionali?

A livello logistico, innanzi tutto, le produzioni tra l’uno e l’altro contesto hanno proprio tempi diversi; in un caso stai sul set due, tre, quattro giorni, nell’altro anche più di un mese. Poi altra grande differenza è la somma di denaro investito (anche se sono convinto del fatto che un minor quantitativo di denaro non sia necessariamente un limite dal punto di vista qualitativo). Seppur in Italia il budget sia inferiore rispetto a quello disponibile in America, i nostri operatori dello spettacolo sono autentici maestri nell’inventarsi continuamente, sfruttando al meglio le proprie risorse per arrivare a risultati più che soddisfacenti. In questo noi italiani siamo insuperabili.

Those About to Die
Michael Maggi

Michael Maggi: «Intorno ai 16-17 anni sognavo di essere un po’ come James Dean, mio grande punto di riferimento nella recitazione»

Spostandoci su un altro progetto degno di nota nel tuo percorso, Another End, come hai vissuto l’esperienza sul set?

Another End è stata un’altra esperienza veramente fuori dal comune. Prima di iniziare a girare, mi aspettavo un set italiano; quando sono arrivato lì ho avuto invece la percezione di essere su un set internazionale. E qui ritorniamo a quella capacità, propria di noi italiani, di riuscire a tirare fuori il bello anche a partire da risorse limitate. Piero Messina, il regista, è stato in grado di creare un qualcosa di estremamente credibile, un film molto simile alle tanto amate produzioni futuristiche realizzate in America. Poi, ovviamente, il cast gioca un ruolo fondamentale nella riuscita di un buon progetto. Lavorare con Piero, seppur il mio personaggio fosse presente solo in alcuni momenti della pellicola, è stato molto costruttivo. Lui è veramente paziente, sul set c’era sempre grande possibilità di dialogo e un clima accogliente. Al tempo stesso, però, i ritmi erano serratissimi.

Quali figure, dal punto di vista artistico, hai guardato – o guardi tutt’ora – con una particolare ammirazione?

Posso affermare di essere cresciuto con Marlon Brando, James Dean e Montgomery Clift. Intorno ai 16-17 anni sognavo di essere un po’ come James Dean, mio grande punto di riferimento nella recitazione. Ancora adesso, rivedendo film come Gioventù bruciata, non riesco a capacitarmi del fatto che siano stati girati negli anni 50. Il lavoro di Brando, in particolare, mi sembra sempre attuale, super contemporaneo.

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