«Non ho mai navigato oceani, quindi non posso fare musica per pescatori. Però magari il pescatore si può ritrovare in quello che scrivo. La musica deve essere per tutti, e se la si fa per tutti in un modo naturale allora è ancora più bella». Così si raccontava in un’intervista centomilacarie, ma nelle parole con cui questo artista classe 2004 cercava di tracciare i contorni della propria musica, è facile trovare tracce anche di quella di diversi suoi talentuosi colleghi. Perché in Italia, a guardarci bene, ha preso forma una nuova scena musicale che è in pieno fermento. Poco chiassosa ma profondamente vibrante, è cresciuta ai margini della discografia mainstream italiana. Dentro vi opera una generazione di giovani produttori e cantautori che sta dando forma a un linguaggio elettronico personale, stratificato ed emotivo, che prende le distanze dalla freddezza dell’algoritmo e dell’estetica patinata, per tornare a parlare di memoria, legami e fragilità.
La musica elettronica italiana oggi ha a cuore la sua natura meticcia, e, seguendola e assecondandola, ha deciso di non limitarsi più a evocare il classico scenario da club, ma di scendere nel privato, nell’interiore, e diventare quasi un diario sonoro. È una musica che spesso suona come un sogno confuso o un ricordo registrato male su una vecchia cassetta, ma è proprio questa imperfezione che la rende autentica e viva. Una musica che non ha paura di cantare ansie e insicurezze, e mentre lo fa riesce anche a traghettarci, per tornare alla metafora marina di centomilacarie, da un genere all’altro, con connaturata disinvoltura. Perché è dalla commistione tra generi e ispirazioni che questa nuova leva trova linfa vitale. Tra questi, in particolare Coca Puma, STE e centomilacarie stanno ridefinendo i contorni del genere, mescolando atmosfere con una libertà che è figlia tanto del digitale quanto di una forte urgenza espressiva.

Coca Puma, STE e centomilacarie: tre percorsi sonori che uniscono sperimentazione e intimità
Coca Puma, nome d’arte di Costanza Puma, assomiglia al felino disegnato sulla copertina del suo disco Panorama Olivia: sorniona e rilassata, con passo felpato è entrata a far parte della scena indipendente con la sua vena nu jazz, la passione per la musica brasiliana e le basi elettroniche che portano in altri mondi. Selezionata da Spotify RADAR 2025, l’artista romana inseparabile dal suo cappello da pescatore (sarà un caso?) è un esempio emblematico: i suoi brani mischiano beat hip hop destrutturati con sintetizzatori sognanti e campionamenti che sembrano provenire da VHS dimenticate. L’estetica visiva e sonora richiama le città notturne, le insegne al neon, i sogni digitali degli anni ’90, ma sempre filtrati attraverso una sensibilità moderna e profondamente personale.
STE, invece, è un cantautore elettronico che lavora con la materia del glitch e dell’ambient. La sua voce, spesso distorta o quasi irriconoscibile, galleggia su tappeti sonori fatti di delay, reverberi e loop eterei, evocando una sorta di spiritualità post-digitale. Le sue canzoni sembrano costruite per evocare più che per comunicare: una vibrazione, un’intuizione, un ricordo che riaffiora in mezzo al rumore bianco.
E poi c’è Simone, per tutti, centomilacarie, giovanissimo, capace di coniugare semplicità emotiva e complessità produttiva. Di sé dice: «Sono un provinciale, sono nato e vivo in un posto dove il tempo può essere lentissimo, quando non lo riempio con la musica, e velocissimo, come quando mi beccavo con gli amici a registrare con attrezzatura scassata o come quando, oggi, mi metto al piano e inizio a suonare». Un anno fa, però, questo provinciale ha fatto il primo, grande salto: Mace, il producer più influente in Italia, l’ha scelto per due pezzi del suo disco Maya, Meteore con Izi e Gemitaiz e Non mi riconosco, il primo singolo, dove cantomilacarie canta insieme a Salmo. Quest’anno, con prova di grande personalità, Simone ha scelto di esordire con un album, Io nessuno, senza featuring, proprio perché, ha spiegato, «trovavo bello nel primo progetto da solista mostrare tutte le mie sfumature». La sua è una sorta di “musica da camera post-digitale”, come se un’anima fragile si esprimesse attraverso un laptop. Brani brevi, malinconici, dove anche il silenzio sembra parte integrante della narrazione sonora.

Non solo suoni, ma storie: la nuova elettronica italiana tra nostalgia condivisa e intimità digitale
C’è qualcosa di profondamente cinematografico in questa nuova elettronica italiana. Non nel senso delle colonne sonore orchestrali, ma in quello delle immagini evocate, delle storie suggerite. Il sound design ha un ruolo centrale: ogni dettaglio, ogni glitch, ogni respiro elettronico contribuisce a costruire un paesaggio emotivo. L’uso del loop non è solo una tecnica, ma diventa quasi una poetica. Il ritorno ossessivo di un pattern o di un frammento vocale simula il modo in cui la mente rielabora i ricordi, come un pensiero che continua a riaffiorare. Le voci distorte, spesso ridotte a brandelli o immerse in effetti digitali, sembrano provenire da un altro tempo, da un altrove affettivo. Questi suoni parlano la lingua della nostalgia non personale, un sentimento evocato da elementi estetici che appartengono a un immaginario collettivo: il rumore del nastro, i synth anni ’80, i sample presi da spot pubblicitari, film e cartoni dell’infanzia.
Ma non si tratta di una semplice operazione rétro: è un tentativo di ricostruire un’identità sonora in un’epoca liquida, dove tutto è frammentato e iperconnesso. Il caso di Coca Puma, selezionata da una delle playlist editoriali più importanti di Spotify, dimostra che anche la musica più sperimentale e fuori formato può trovare il suo pubblico. Ma non si tratta solo di visibilità: le piattaforme permettono una produzione più libera, indipendente, accessibile. Un laptop, un paio di cuffie e una DAW (Digital Audio Workstation) bastano per creare universi interi. E proprio in questo risiede la forza della nuova elettronica italiana: nel suo essere radicata nel digitale, ma profondamente umano-centrica, sensibile, emozionale.
È una musica che guarda avanti senza dimenticare il passato, che usa la macchina non per standardizzare, ma per amplificare le sfumature dell’esperienza. Gli artisti emergenti che si muovono tra glitch, ambient, hip hop e vaporwave non cercano il consenso facile, ma un contatto autentico con l’ascoltatore. Offrono spazi sonori in cui perdersi, riconoscersi, forse persino guarire. In un tempo frenetico e iper-produttivo, questa musica invita a rallentare, ad ascoltare con attenzione, a lasciarsi attraversare. Non è solo “musica elettronica”: è un nuovo modo di raccontare l’interiorità attraverso il suono.