Quei Quaranta secondi che costarono la vita a Willy Monteiro

Non solo il racconto di un terribile fatto di cronaca, ma un viaggio di introspezione che stimola i ragazzi a una riflessione profonda

Non c’è nessun eroe. C’è solo un gesto di umanità, di coraggio, di amicizia, da un lato. Di odio, di vendetta, di sfida, di follia, dall’altro. «Willy non è rimasto indifferente alla violenza» vibrano le parole di Vincenzo Alfieri, 39enne regista campano, che ha fatto parlare di sé durante l’edizione del Festival del Cinema di Roma con il film Quaranta secondi, un racconto intenso e delicato sulle ultime ventiquattro ore di Willy Monteiro Duarte, la cui esistenza fu spenta brutalmente a Colleferro, tra il 5 e 6 settembre 2020. Proprio lì, nell’estrema provincia romana da anni descritta come periferia degradata, in un sabato sera qualunque, giovani amici si divertivano con alcool e musica, mentre un istinto violento uccideva Willy.

Ventunenne della zona noto ai tanti per la gentilezza e il sorriso angelico, quel giorno era orgoglioso di festeggiare il nuovo lavoro come aiuto cuoco. Una vita interrotta per il tentativo – altruista e determinato – di difendere un amico coinvolto in un diverbio. In quaranta secondi, meno di un minuto. «Un italiano esemplare» definito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un episodio che ha scosso l’opinione pubblica ed è rimasto impresso nella memoria di molti. «Ciò che ho cercato di descrivere è la sensazione che gli adolescenti hanno dell’immortalità. Ogni adolescente pensa di essere immortale, pensa che nulla lo possa toccare, e invece poi in quaranta secondi una vita può essere anche spezzata. Mi sono chiesto tante volte se quel tempo per Willy è stato un tempo lunghissimo o breve, e soprattutto cosa avrà provato in quel momento, se sarà stato davvero cosciente. È qualcosa che mi fa stare male e di cui non ho ancora una risposta,» commenta Alfieri. 

vincenzo alfieri
Vincenzo Alfieri, regista di Quaranta Secondi, foto di Matteo Nardone (credit Sipa USA/Alamy Live News)

Dall’inchiesta alla sceneggiatura: il libro che ha aperto nuove domande

Il film Quaranta secondi ha il medesimo titolo del libro inchiesta edito da Baldini+Castoldi, scritto dalla giornalista Federica Angeli. «Il libro è stato uno spunto per me e Giuseppe Stasi, il mio cosceneggiatore, per parlare di questa storia, capire bene la dinamica di quella dolorosa notte e la morte di Willy; scrivere una storia non solo su Willy, ma su tutti i ragazzi intorno alla sua morte. Il libro iniziava con una frase che diceva chissà cosa avrà fatto Willy il giorno della sua morte, cosa avranno fatto i responsabili, i fratelli Bianchi (praticanti dello sport Mixed Martial Arts e condannati uno all’ergastolo, l’altro a 28 anni per omicidio e concorso in omicidi, ndr), Pincarelli (condannato a 21 anni per concorso in omicidio – il suo caloroso apprezzamento a una giovane ragazza ha scaturito l’ira e la gelosia del fidanzato, ndr) o Belleggia (condannato a 23 anni di carcere per concorso in omicidio, ndr). Avranno fatto colazione, saranno andati al lavoro, sarà stata per loro una giornata qualunque. Così abbiamo scritto il film in questo senso, abbiamo raccontato le 24 ore della vita di ognuno di loro, della loro normalità,» aggiunge il regista.

Il racconto di una giornata trascorsa da un branco di amici che sono stati capaci di trasformare una serata goliardica in una folle notte omicida; e quella di Willy, un’anima nobile segnata da un atroce e sfortunato destino. «Quando il produttore Roberto Proia mi ha consigliato di leggere il libro chiedendomi se fossi interessato a scriverne una sceneggiatura, all’inizio ero titubante perché non sapevo cos’altro poter dire di una storia che sembrava già molto ben raccontata nei giornali. Poi invece ho scoperto che tante cose erano sbagliate, travisate, tante altre invece addirittura non si conoscevano. Quindi, dopo aver letto il libro, ho trovato la mia chiave, ovvero quella di parlare della mia adolescenza, dell’adolescenza in generale, dell’inevitabilità, di come ti senti quando hai vent’anni e pensi di non avere nulla. Pensi che tutto il tuo mondo sia quello che hai davanti a te in quel momento. Ho potuto metterci molto della mia infanzia a Caserta, ma allo stesso tempo è stato anche un modo per conoscere la nuova generazione di adolescenti. Ho passato molto tempo con loro, intervistato numerosi ragazzi, li ho fotografati, ho visto come si vestivano, identificato le musiche che ascoltavano, ma soprattutto mi sono detto che era la mia possibilità di fare veramente un film che parlasse agli adolescenti.»

Quaranta secondi Vincenzo alfieri
Una scena del film Quaranta secondi

La scelta dei protagonisti di Quaranta secondi

Per selezionare gli attori la troupe di Vincenzo Alfieri ha realizzato uno street casting. Attori presi per strada. Come Justin De Vivo che interpreta Willy, scovato in discoteca. Oppure i fratelli Bianchi, trovati uno allo stadio della Roma, l’altro in palestra. «L’idea nasce dalla necessità di parlare ai giovani, riuscire a farli riconoscere nei protagonisti, e per farli riconoscere avevo bisogno di una verità assoluta, e questa verità si può trovare non sempre nei professionisti. A volte occorre cercare, come si faceva un tempo, trovare facce vere, un pensiero reale che venga dalla strada e metterlo in relazione con quello dei professionisti, i quali però hanno il registro vocale e il talento per sembrare anche loro presi dalla strada, come Francesco Di Leva e Francesco Ghevi (che fanno parte del cast insieme a Enrico Borello, Beatrice Puccilli, Giordano Giansanti e Luca Petrini, ndr)», spiega Alfieri.

Quaranta secondi Vincenzo alfieri
Il cast di Quaranta secondi

La sfida di un film che interroga coscienze e responsabilità

La storia raccontata in Quaranta secondi fa luce inoltre sul modello spesso predominante della così definita mascolinità tossica. Un commento di troppo a una ragazza innesca una lite violenta, a causa dell’arrogante presunzione di possesso e controllo “È mia e la difendo”. Un meccanismo anomalo ripetuto, diffuso, che rimbomba alle orecchie tante volte. Forse troppe. Ma in questa storia c’è Willy. Un giovane, umile e generoso, a tal punto da rinunciare inconsapevolmente alla propria vita per prendere le difese di un amico in difficoltà. Un gesto a cui non siamo abituati, in un mondo in cui predomina la totale indifferenza e dunque la complicità. L’inerzia morale di chi preferisce voltarsi dall’altra parte contro chi invece decide di mostrare sensibilità. «Willy era un essere umano dotato di una coscienza civile», dice Alfieri.

Quaranta secondi non è solo una storia legata alla violenza nata da dinamiche sociali, ma piuttosto un viaggio di introspezione che stimola i ragazzi a una riflessione profonda. Cosa avrei fatto io al posto di Willy? Sarei intervenuto correndo il rischio di morire o non intervenivo rischiando che morisse qualcun altro? «Le persone che vedono il mio film non devono sentirsi parte di un pensiero comune, ma è importante che ognuno si costruisca la propria idea. Quaranta s

econdi rappresenta per me una sfida personale e sentimentale, nel senso che è il film più libero e puro che abbia mai fatto. Vengo da una carriera di film di genere, dove il cinema mangiava in qualche modo la verità. Questo film invece è girato e recitato quasi in modo documentaristico, quindi ho potuto mettere tanto sia di me stesso sia delle persone che ci hanno lavorato. La vera sfida è dunque che il pubblico si riconosca e che, come accadeva tantissimi anni fa con il neorealismo, possa avere un cinema che sia anche di denuncia, di verità, di inchiesta e non solo di intrattenimento. Un film che faccia porre a chi lo guarda delle domande, anche senza per forza pretendere delle risposte,» conclude Vincenzo Alfieri. 

Una scena del film Quaranta secondi