Rocco Guarino porta su Rai Uno il riscatto del rione Sanità

Dopo la fama ottenuta sui social è pronto ad intraprendere una nuova carriera nella televisione, partendo da una serie strettamente legata alle sue origini campane

Rocco Guarino non ha mai voluto passare inosservato e ha sempre sognato di diventare qualcuno nella sua vita. Prima di intraprendere la strada della recitazione il giovane interprete campano ha coltivato le più svariate passioni. È stato influencer (conta più di 300mila follower solo su TikTok) e videogiocatore professionista, sfidandosi con gamer di tutto il mondo armato solo di pad, monitor e una connessione internet. Ad accompagnarlo costantemente nella sua crescita c’è stato, oltre la sua famiglia, il teatro. Da adolescente ha iniziato a studiare nella sua Frattamaggiore, poi dopo un lungo periodo di pausa ha ripreso la sua formazione. È nella seconda fase della sua educazione artistica che capisce che sono la macchina da presa e quella lucina rossa che si accende dopo quel magico “ciak” a tracciare il percorso giusto da intraprendere. Il primo provino che va a segno è quello per Noi del Rione Sanità, nuova fiction in tre prime serate che ha debuttato lo scorso giovedì 23 ottobre su Rai Uno.

La serie è diretta da Luca Miniero e vede protagonista Carmine Recano nei panni di Don Antonio Loffredo, il parroco del quartiere Sanità di Napoli che riuscì a trasformare un rione malfamato e dimenticato in un polo culturale e turistico. Nella fiction Rocco interpreta il ruolo di Massimo, figlio di un collaboratore di giustizia che vive in bilico tra il sogno di voler fare l’attore e la fatale attrazione per le scorciatoie fornite dalla malavita. Guarino ha donato alla storia e al suo personaggio autenticità e sincerità, nel rispetto dei tanti abitanti del rione che vedono in questo racconto una finestra aperta sul proprio mondo.

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«L’arte ti apre delle porte che magari conoscevi già da piccolo ma che non avevi mai aperto»

Con Massimo, il tuo personaggio in Noi del Rione Sanità, condividi la passione per la recitazione. Che altro puoi raccontare su di lui?

Di Massimo possiamo raccontare i due aspetti principali. Da un lato c’è il sogno, quello di voler fare l’attore. Dall’altro lato c’è la malavita, da cui è attratto. Massimo è il figlio di un ex collaboratore di giustizia. Si trova costantemente sul filo tra il bene e il male e rivedremo quest’aspetto durante tutti i sei episodi.

Si tratta del tuo esordio sul piccolo schermo. Cosa hai provato a stare per la prima volta sul set?

L’emozione è stata immensa. Ho provato tante sensazioni diverse come l’ansia, la paura di affrontare un qualcosa che avrebbe potuto rivelarsi più grande di me. Si tratta di un ruolo che andava sostenuto e preparato in un certo modo. Per fortuna è andata alla grande grazie innanzitutto al regista con cui ho preparato il personaggio e che mi ha dato ampio margine e modo di colorarlo. Anche con il cast più adulto, con Carmine Recano, Vincenzo Nemolato, Tony Laudadio, Bianca Nappi e Nicole Grimaudo, abbiamo instaurato davvero un gran legame di pace, di amore e di bene. Questi rapporti umani hanno facilitato la mia vita sul set.

Noi del Rione Sanità è una storia di rinascita attraverso l’arte. È qualcosa che può essere detto anche nel tuo caso? L’arte ti ha aiutato a tirar fuori qualcosa che non conoscevi?

Assolutamente sì. Ho riscoperto delle cose di Rocco grazie al personaggio di Massimo. L’arte ti apre delle porte che magari conoscevi già da piccolo ma che non avevi mai aperto. Ma è una porta che va aperta con cautela, va esplorata con molta calma e soprattutto con gratitudine, perché chi fa questo mestiere è un privilegiato. Ho scoperto questa cosa affrontando il set praticamente tutti i giorni.

C’è una figura che ha rappresentato per te quello che Don Antonio Loffredo ha rappresentato per il Rione Sanità?

Sicuramente potrei nominare mia madre. Perché sin da piccolo è stata lei che mi ha permesso di poter esplorare più campi. Prima di fare l’attore ero un influencer e ancora prima ero un videogiocatore professionista di FIFA. Uscire da scuola, prendere un pad in mano e competere con altri giocatori nel mondo è una roba folle. Non tutti i genitori riescono a comprenderlo, un po’ come fare cinema. Mia mamma, ma anche mio padre, mi hanno sempre appoggiato in ogni scelta.

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«In questo mestiere si può fare sempre meglio e, soprattutto, non si finisce mai di imparare»

A proposito di questo c’è un video molto bello che hai pubblicato sul tuo profilo Instagram della reazione di tua madre alla scoperta che avevi ottenuto il ruolo. Quanto è importante il suo supporto e quello della tua famiglia?

Dire immensamente sarebbe poco. Il ruolo di mia madre nella mia vita è sempre stato un must have, una cosa necessaria. Lei è Maradona tutti i giorni. Il vero valore dei genitori lo capisci veramente quando arrivi a determinati traguardi nella tua vita.

Qual è l’insegnamento più grande che hai imparato da questa prima grande esperienza?

Quello di “spiare” quelli più grandi e più bravi di me e di rubare molto con l’occhio tra un’inquadratura e l’altra. Stare sempre lì, attento, vedere come si muove un attore, cosa fa. In questo mestiere si può fare sempre meglio e, soprattutto, non si finisce mai di imparare.

Ti ricordi dov’eri e con chi quando hai saputo di aver superato il provino?

Sì, mi vengono i brividi a ripensarci. Era il 4 agosto dell’anno scorso ed ero a fare una partita di calcetto con i miei amici. Avevo accettato di andare per distrarmi, perché sapevo che erano le fasi finali del provino e dovevano scegliere. Quando finiamo la partita prendo il cellulare e mi trovo sette chiamate perse dal mio agente. Lo richiamo e mi dice che a settembre sarei stato protagonista di una fiction su Rai Uno. Ho buttato il telefono per terra, mi sono accasciato in campo. Sono emozioni che si provano una volta ogni chissà quando. Ma nel mio caso, visto che è stata la prima volta, penso che non ne proverò più così. È stata una roba incredibile.

Il primo film che hai visto al cinema?

Era proprio con mamma. Avevo tra gli 8 e i 10 anni ed è stato Step Up 3D. Sono sempre stato pazzo per quella saga. Ricordo che c’erano ancora gli occhialetti 3D. Non so se sia stato il primo film in assoluto ma è quello di cui ho un ricordo preciso. 

Ed è stato quello che ti ha fatto pensare per la prima volta di essere un attore?

Non ho mai pensato a quell’età di poter diventare un attore, però ho sempre sognato di diventare qualcuno e poter lasciare il segno. Dagli 11 ai 14 anni praticavo teatro, mi piaceva stare sotto i riflettori. Diventare un attore non era il mio sogno da sempre, l’ho capito dopo. E non è mai troppo tardi, secondo me. Nella mia vita cerco di essere un esempio per i giovani, per i ragazzi di strada. Tramite la serie vogliamo lanciare un messaggio di cambiamento, di rivoluzione. In ogni situazione c’è del buono e puoi trarne qualcosa di positivo. E anche io l’ho capito dopo. 

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«Ho cercato di portare tutta la storia, tutta l’emotività e tutto il racconto di questa zona bellissima di Napoli nel mio personaggio»

La realtà del rione è una realtà che vivi, che hai vissuto o che conosci?

Sì, lo conosco. Il rione Sanità anni fa era un quartiere abbandonato da Napoli, un po’ trascurato. Per quanto mi riguarda posso dire che a me piace moltissimo e lo vedo trasformato, anche grazie a quello che ha creato Don Antonio nel corso degli anni. C’è stato un grosso lavoro dietro che lo ha portato a questo cambiamento in positivo. Gli abitanti del quartiere ci tengono alla loro identità. Ho cercato di portare tutta la storia, tutta l’emotività e tutto il racconto di questa zona bellissima di Napoli nel mio personaggio.

Hai mai avuto poster dei tuoi idoli in camera? Se sì, di chi in particolare?

Prima di essere un fan del cinema sono sempre stato un appassionato di calcio. Sono un grande tifoso del Napoli. Tra i miei idoli ci sono ovviamente Maradona e poi Cavani, Lavezzi, Hamšík, calciatori con cui il Napoli è diventato grande. Messi è il mio idolo nel mondo del calcio. Per quanto riguarda gli attori il mio modello di riferimento assoluto è Leonardo DiCaprio. Non solo per la sua versatilità, ma proprio perché riesce a darmi qualcosa in più che non riesco a spiegare a parole. Ha fatto tanti grandi film e tanti ruoli diversi, parliamo proprio dell’élite del cinema mondiale.

Progetti futuri?

Posso dire che stiamo cucinando. Questo termine fa capire che ci sono cose in ballo, però non posso dire che o cosa, ma stiamo cucinando e sta andando molto bene. Sono molto scaramantico ma magari ne parleremo un altro giorno.

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Credits

Photographer Alessandro Rabboni