A poche settimane dall’uscita di Mangiami pure, pubblicato il 27 marzo per BMG, Roshelle continua a lavorare per sottrazione e approfondimento, tornando dentro il suo primo album di inediti con nuovi punti di vista. L’ultimo è Limbo (Live al laboratorio di pasticceria), una rilettura intima della seconda traccia del disco, disponibile ora su YouTube: un arrangiamento essenziale per quartetto d’archi e pianoforte che mette a fuoco la componente più fragile e narrativa del brano.
Il progetto, nato dopo oltre due anni di ricerca, si muove per accumulo di immagini e stati emotivi più che per dichiarazioni esplicite. Mangiami pure è costruito come un percorso a tappe — nove brani più una chiusura che è già apertura — in cui desiderio, eccesso e vulnerabilità convivono senza cercare una sintesi forzata. Anche Limbo, scritto a partire dal racconto di un uomo e sviluppato da Roshelle adottandone il punto di vista, riflette questa tensione: un esercizio di immedesimazione che diventa racconto personale.

Classe 1995, Roshelle — al secolo Rossella Discolo — ha costruito negli anni un’identità riconoscibile proprio nella capacità di attraversare linguaggi diversi, dal pop all’R&B fino alle sfumature urban e al rap melodico, collaborando con artisti come Geolier, Elisa, Giorgia, Guè e Rkomi. Con la direzione artistica di Tommaso Ottomano, questo primo album segna però un passaggio più definito: un lavoro che non cerca appartenenze, ma una forma personale, anche a costo di restare instabile.
In questa intervista, Roshelle racconta come nasce Mangiami pure, cosa ha scelto di lasciare dentro — e cosa invece di togliere — e in che modo questo disco ridefinisce il suo modo di stare nella musica.

«Non volevo che fosse equilibrato. Quelle dimensioni esistono insieme, anche quando sono scomode»
Mangiami pure sembra più un’esperienza che un semplice album: entrando in queste “stanze”, qual è la prima sensazione che vorresti far provare a chi ascolta?
Se potessi scegliere, mi piacerebbe che ogni persona si sentisse il mio migliore amico, la mia migliore amica. Per me, è come se stessi confessando dei segreti.
Il disco arriva dopo un lungo periodo di ricerca: c’è stato un momento in cui hai capito di aver trovato la direzione giusta o è stato tutto un processo più istintivo?
Le canzoni sono state collezionate molto istintivamente ma sicuramente quando con Tommaso Ottomano (direttore artistico) ed Edoardo Tozzi (il mio discografico) abbiamo tracciato un recinto di strumenti entro il quale sprigionare la creatività, ho cominciato a sentirlo un disco più solido.
Nel disco convivono desiderio, eccesso e fragilità: è stato difficile tenere insieme queste dimensioni senza perdere equilibrio?
Non volevo che fosse equilibrato. Quelle dimensioni esistono insieme, anche quando sono scomode. Mi interessava lasciarle convivere senza correggerle troppo, senza renderle più “giuste” di quello che sono.

«Mi piace usare la voce a mio piacimento in base a come voglio far arrivare le cose che ho scritto»
Usi immagini molto forti, come quella dell’amore che può diventare “veleno”: questo disco nasce più da esperienze vissute o da una rielaborazione creativa?
Sono storie vere ma nel prossimo disco userò le canzoni per re-immaginarmi il finale.
La direzione artistica di Tommaso Ottomano ha dato una forma molto precisa al tuo immaginario: com’è stato costruire insieme questo progetto?
È stato surreale! Grazie a lui sono diventata la protagonista del mio film preferito
La tua scrittura e la tua voce attraversano da sempre generi diversi, dal pop all’R&B fino all’urban: è qualcosa che ti viene naturale o è una ricerca consapevole che porti avanti nel tempo?
Se dovessi scegliere una bandiera, indosserei il cross-over. Mi piace usare la voce a mio piacimento in base a come voglio far arrivare le cose che ho scritto. A volte è tutto molto elaborato ma so stare in silenzio quando a parlare sento che debba essere soltanto la musica.

«Non è un punto fermo, direi più una soglia»
Guardando al tuo percorso — dalle prime cover su YouTube fino a questo primo album di inediti — qual è la trasformazione più radicale che senti di aver vissuto, artisticamente e umanamente?
Aver cambiato il rapporto con il tempo. Prima c’era più urgenza, adesso c’è più ascolto. Mi concedo di non avere subito una risposta e questo ha cambiato anche il modo in cui scrivo e canto.
Le collaborazioni con artisti molto diversi tra loro ti hanno esposta a linguaggi lontani: c’è un incontro o una collaborazione che ha cambiato concretamente il tuo modo di scrivere o di usare la voce?
Non è stato un singolo incontro, ma l’insieme delle esperienze. Lavorare con altri mi ha portato ad uscire dal mio schema e a sperimentare senza limiti.
L’origine del mondo chiude il disco ma apre a qualcosa di nuovo: dobbiamo leggere Mangiami pure come un punto di arrivo o come l’inizio di una fase ancora in evoluzione?
Non è un punto fermo, direi più una soglia. Chiude un capitolo, ma lascia entrare luce e nuove possibilità. È un’apertura verso qualcosa che ancora non conosco del tutto, una porta che si spalanca mentre tutto il resto resta sospeso, in attesa di seguire il flusso.
Crediti
Fotografo Tommaso Ottomano
Stylist Lyan Kaplun
Make-up Artist Vanessa Icareg
Hairstylist Dora Roberti