Sara Costantini: costruire mondi, un abito alla volta

Un linguaggio vivo, capace di costruire identità e dare forma ai personaggi. Attraversando il mondo dello spettacolo, questo percorso unisce ricerca, memoria e visione, in equilibrio tra rigore e istinto

Il costume non è mai solo un vestito. È identità, energia, racconto. E Sara Costantini lo sa bene. Alla base del suo lavoro c’è lo studio all’Accademia di Brera, dove inizia a prendere forma una ricerca personale sui materiali e sul recupero, con un’attenzione particolare per ciò che porta con sé memoria. Nei suoi costumi non c’è mai una spiegazione univoca: suggeriscono, aprono possibilità, spostano la percezione, lasciano spazio.

Lei è una costumista che ha costruito il suo linguaggio nel tempo, attraversando ambiti diversi e incontrando anche il teatro e la performance come luoghi di confronto, mai come punto di partenza. Quell’esperienza continua però a lasciare traccia, oggi riconoscibile nei set cinematografici e nelle serie tv più ambiziose, dove il rapporto tra abito e corpo diventa qualcosa di vivo, mobile. Il suo contributo non si limita a “vestire” i personaggi. Li costruisce.

Ha appena terminato le riprese della stagione di Suburra Maxima, per poi passare a Cena di classe di Francesco Mandelli, attualmente nelle sale. Tra i lavori più recenti anche Orfeo di Virgilio Villoresi, in distribuzione dallo scorso novembre, e Lezioni di abisso, progetto di videoarte con la regia di Tommaso Ottomano che uscirà durante il Salone del Mobile di Milano.

C’è una precisione quasi invisibile nel suo modo di lavorare. Una tensione continua tra realtà e visione. Nulla è lasciato al caso, ma nulla appare rigido. Anche nei progetti più contemporanei, ogni scelta porta con sé una stratificazione di riferimenti, ricerca, immaginario. È lo stesso approccio che attraversa anche il suo lavoro nella pubblicità, come nella recente campagna KIKO Milano co-firmata con Marilisa Cosello per la regia di Miguel Usandivaras.

Dal teatro al set, Sara costruisce personaggi attraverso costumi che non sono mai oggetti fissi: vivono sul corpo, modulano l’energia dell’attore e diventano parte integrante della scena. È un equilibrio tra rigore e libertà, precisione sartoriale e immaginazione teatrale, realtà e visione cinematografica. Il punto, però, non è solo cosa fa. È come guarda. Nei suoi costumi convivono rigore e inquietudine, costruzione e istinto. Un equilibrio che si riconosce senza bisogno di firma.

In questa conversazione, Sara Costantini racconta da dove nasce questo sguardo, come si costruisce un personaggio e cosa succede davvero quando un abito smette di essere un oggetto e diventa, semplicemente, una seconda pelle.

«Il cinema di Lynch o Kubrick ha cristallizzato in me l’idea che l’immagine e il costume raccontano davvero un personaggio»

Ricordi il momento in cui hai capito che non volevi solo amare gli abiti, ma costruirli per raccontare delle storie? C’è un’immagine, un film, un gesto che ha acceso quella consapevolezza?

Crescendo in una provincia genovese modesta, ho respirato da subito l’universo dei tessuti: mia nonna era sarta, mia madre amava i capi sartoriali, e la cugina di mio nonno gestiva una sartoria teatrale con armadi pieni di costumi. Quegli abiti, esagerati, dettagliati, pieni di colori e odori, mi hanno sempre affascinata. Al liceo artistico ho iniziato a recitare e a occuparmi dei costumi: non era una decisione, era naturale.

Da ragazzina ero attratta da film come Return to Oz o Labyrinth, mondi strani, simbolici, leggermente inquietanti. Poi il cinema di Lynch o Kubrick ha cristallizzato in me l’idea che l’immagine e il costume raccontano davvero un personaggio. Alla fine, tutte queste esperienze — manualità, teatro, immaginario visionario — si sono fuse. Quando nel 2003 ho iniziato a lavorare nell’audiovisivo, non stavo scegliendo una strada nuova: stavo semplicemente dando forma concreta a qualcosa che era già dentro di me. Non ho imparato ad amare gli abiti: ho scoperto che attraverso di loro posso raccontare storie, mondi e persone.

Vicky Butterly – Vaudville Performer

«Amo costruire personaggi attraverso rigidità, forma, a volte un’artificialità dichiarata»

La tua cifra estetica è molto riconoscibile. Quando secondo te il tuo sguardo è diventato il tuo linguaggio personale? 

Non so se chiamarla “cifra”, forse è più correttamente identità. Non ho mai cercato uno stile riconoscibile: me ne sono accorta quando qualcuno ha visto una mia campagna e ha detto, “Questi costumi li ha fatti Sara Costantini”. Allora ho capito che certi elementi tornavano, anche se non li avevo programmati.

La mia passione per il cinema e la fotografia sperimentale degli anni ’20, ’30 e ’40 mi ha sempre guidata: silhouette forti, rapporto con la luce, costume come parte strutturale dell’inquadratura. Quando lavoro su creazioni più costruite, lontane dal contemporaneo, quella impronta emerge naturalmente. Amo costruire personaggi attraverso rigidità, forma, a volte un’artificialità dichiarata. Anche nel contemporaneo il lavoro è più sottile, ma il dettaglio non lo mollo mai. Il mio sguardo è diventato linguaggio quando ho smesso di trattenerlo, accettando che quella tensione tra rigore e inquietudine fosse semplicemente mia.

Sul set di Orfeo

«Non ho imparato ad amare gli abiti: ho scoperto che attraverso di loro posso raccontare storie, mondi e persone»

Quando ricevi una sceneggiatura, qual è la prima domanda che ti fai sul personaggio prima ancora di pensare ai vestiti?  

Non penso subito ai vestiti. La prima domanda è sempre: da dove viene questo personaggio? In che mondo vive? Capire il contesto è fondamentale. Osservo, ascolto, cerco di capire come si veste davvero, il suo rapporto con il corpo, il suo ambiente e le possibilità economiche. Anche quando il risultato è stilizzato, parte sempre da una ricerca precisa della realtà. Ma c’è una regola: il bello vince sul vero.

Il costume può cambiare postura, energia, perfino il ritmo di una scena. Ti è mai capitato di vedere un attore trasformarsi completamente grazie a un abito? Se sì, cosa succede in quel momento sul set?

Sì, e la sensazione cambia a seconda del contesto. Nei music video e nel burlesque, l’effetto è immediato: l’abito modula l’energia, cambia il ritmo, costruisce sicurezza o forza scenica. Nel cinema la trasformazione è più sottile: il costume deve diventare una seconda pelle, altrimenti diventa ostacolo. Quando funziona davvero, l’attore smette di pensarci e la scena prende vita da sola.

Sara Costantini
Lucio Corsi in Magia Nera, diretto da Tommaso Ottomano, foto di Sara Costantini

«Nel presente porto con me quella ricerca della meraviglia e della qualità»

La tua ricerca guarda con passione a quell’arco creativo che va dagli anni Venti ai Quaranta, un periodo di grande trasformazione estetica e sociale. Cosa trovi in quell’immaginario che continua a nutrire il tuo presente? È una questione di rigore, di libertà, di carattere?

È un momento di trasformazioni profonde, non solo nella moda: l’arte, il cinema e il ruolo delle donne cambiano radicalmente. Mi colpisce la tensione verso una nuova idea di bellezza e modernità. Figure come Elsa Schiaparelli, Madeleine Vionnet o il Futurismo con Thayaht mi ispirano: rigore, libertà, radicalità. Colleziono fotografie d’epoca per osservare come queste trasformazioni si riflettono nella vita quotidiana. Nel presente porto con me quella ricerca della meraviglia e della qualità. 

⁠Immagina se l’ultimo costume che realizzerai dovesse restare come manifesto del tuo percorso, che forma avrebbe e cosa direbbe di te senza bisogno di parole?

Non penso a un “ultimo” costume: continuo finché ho qualcosa da dire. Ma se dovessi immaginarne uno, sarebbe al confine tra moda couture, arte e costume. Visionario, surreale, costruito in modo quasi scultoreo, ma ancora indossabile. Un abito che racconta da dove vieni e ti lascia in una realtà sospesa, uno di quei lavori che ti spiazza e poi ti lascia semplicemente meravigliato.