Seltsam (Lorenzo Giovannoni, ndr.) arriva da Roma con un nome che, già da solo, racconta un’estetica: in tedesco significa allo stesso tempo meraviglioso e strano. È un doppio binario che attraversa tutta la sua musica e la sua vita pubblica: il ragazzo della porta accanto che canta la quotidianità, ma anche l’artista che si misura con la fama, i social, i palchi e una fanbase che cresce. In questa conversazione, Seltsam ripercorre le origini del suo progetto musicale, l’evoluzione del suono, il rapporto con TikTok, l’esperienza dei live e il senso profondo del suo fare musica: «Dare voce a una vita che non viene descritta».
Le origini del nome (e dell’idea)
«Eravamo un gruppo nato al liceo Visconti. Suonavamo cover alle autogestioni, assemblee, occupazioni. Un giorno ci serviva un nome: avevamo davanti una poesia del romanticismo tedesco e la parola Seltsam ci ha colpiti». Nel tempo, quel nome è rimasto anche quando il gruppo non c’era più. «Mi sono affezionato: Seltsam vuol dire sia meraviglioso che strano, richiama il sublime, quella cosa che ti sovrasta e ti attrae».

Dal pop trap al cantautorato (senza etichette) di Seltsam
L’esordio nel 2020 con Lenzuola lo colloca in un territorio di confine: «Facevo pop trap: produzioni trap con sopra il cantato». Ma il baricentro è sempre stato vicino al cantautorato: «Ho cercato di sfogarlo in modo moderno, per rispetto di chi si presenta direttamente come cantautore». Il percorso passa per l’indie («con cui faccio l’amore spesso»), un ritorno al pop e oggi un ricongiungimento con l’indie «con influenze country». Il progetto? «Buttarmi sul cantautorato pop. Anche se trovo scorretto dare definizioni alla musica: se è bella, lo è a prescindere dal genere».
L’obiettivo di Seltsam è chiaro: «Io voglio rappresentare la vita delle persone normali, essere un po’ l’amichevole cantante di quartiere». La notorietà, intanto, cambia la percezione della propria “normalità”: «Mi capita di essere fermato al ristorante con la famiglia. Io sono estroverso sul palco, ma nella vita sono abitudinario: stessi amici e stessi posti da vent’anni».
Vivere per poter scrivere, l’obiettivo del cantante romano
Per Seltsam, la musica resta un modo per raccontare la vita vera dopo un tempo sospeso: «Dopo il Covid abbiamo perso il senso della vita vera, e lo vedo tantissimo nelle nuove generazioni». Anche l’amore diventa materiale narrativo inesauribile: «Quando soffri una volta d’amore puoi scrivere un milione di canzoni. Parlare delle ex non è una red flag: fanno parte del vissuto, ti dicono come ti comporti. Noi artisti amplifichiamo tutto: prendi un elemento della tua vita e gli cuci un vestito addosso».
Sulle canzoni lunghe è netto: «Per me una canzone spesso dice tutto in una strofa o un ritornello. O parla la musica, oppure le parole diventano magiche con la musica. Io, ad esempio, odio le seconde strofe nei pezzi che parlano di sentimenti, mi diverto in quelli più “happy”».
Il processo creativo dietro la musica di Seltsam: dall’evento alla melodia
«Non scrivo a comando. A volte vado in studio e dico al mio producer: le melodie sono fighe, ma non ho niente da dire». Le canzoni che “restano” nascono da un evento scatenante e da una specie di febbre creativa: «Evento X, due giorni di mal di testa e nervosismo. Poi mi metto a scrivere: esce una schifezza, mi ci rimetto e sbuca una linea». È successo con Canteremo un ritornello («mi sono svegliato alle quattro con la melodia») e con Vent’anni, scritta «il giorno prima di laurearmi» a partire da una frase appuntata al volo.

Seltsam e il legame con i brani: Vent’anni come manifesto
Se Canteremo un ritornello è «la canzone senza la quale non staremmo qui», il cuore batte per Vent’anni: «Non è il pezzo che è andato meglio, anzi. Ma per me vuol dire il mondo. A ventiquattro anni non sei “un pischello”: ti buttano in un mondo che non ti appartiene e non ti danno tempo di crescere con consapevolezza». C’è anche una critica al culto della performance: «Questa corsa ai voti, al lavoro…dove correte tutti? Poi arrivate a 45 anni e vi chiedete cosa è successo».
La malinconia di Vent’anni è consapevole: «Con la testa non riesci più a essere spensierato come prima. Io cammino ogni giorno sull’orlo del precipizio. Non fare musica mi peserebbe all’anima, quindi mi responsabilizzo: non bere, fai gli esercizi, domani hai un concerto».
Crescere (e restare umani) su TikTok
La “carriera parallela” da content creator nasce nel giugno scorso: «Dichiarata la morte dell’indie, le canzoni non streamavano. Senza budget, o ti inventi qualcosa o sparisci. Mia sorella mi ha spinto su TikTok e tutt’ora mi dà una mano enorme». I primi mesi sono stati ansiogeni, poi il mezzo è diventato uno sfogo naturale, anche grazie al passato da attore di teatro e cinema.
La chiave è la spontaneità: «Sono contento di non fare views coi soldi, ma con mamma, papà, mia sorella e il cane. TikTok è un mezzo: se la canzone l’hai scritta tu, il messaggio è lo stesso».
E ancora: «Non esiste arte di serie A e di serie B. Se lo fai tu e dici quello che vuoi dire tu, il valore ce l’ha. Vorrei essere quel ragazzo che uno a 15 anni guarda e dice: voglio diventare come lui».
C’è anche un’etica del rapporto con il pubblico: «Il fan vero non è quello a cui piace una canzone, ma quello che si affeziona alla persona. TikTok anticipa quel momento. E io esisto perché loro mi scrivono. Senza di loro questo mestiere non lo fai».
Il palco: in attesa del coro
Il percorso live è stato graduale: «Il primo anno tre date, poi quattro, poi cinque e quest’anno un botto». Mancano ancora i grandi cori a pieni polmoni, ma il desiderio è chiarissimo: «Aspetto il momento in cui tutti cantano e io smetto di cantare, mi levo gli auricolari e piango come un agnellino. Sarà il segnale che ce l’ho fatta».

I prossimi passi nel percorso si Seltsam
Musicalmente, è in arrivo un nuovo singolo, ma «Gli altri brani non sono pronti, devono crescere». Il calendario autunnale ha visto invece susseguirsi tre live tra settembre e inizio ottobre, due a Roma e uno a Milano.
Famiglia, fede e senso
Tra le costanti di Seltsam c’è la famiglia (e il cane di casa, Ettore, presto “fratello maggiore” di una femmina): «Mi ha leccato le lacrime la notte in cui mi sono lasciato: guai a chi me lo tocca». C’è anche una fede vissuta senza bigottismi: «Sono molto credente. L’unica cosa veramente importante è fare del bene». Durante un live, il messaggio di un ragazzo in chemioterapia lo ha segnato: «L’ho chiamato su Instagram. Gli ho detto: mettici tutto te stesso, non mollare di un centimetro. Rivediamoci al prossimo concerto».
La musica, dice, gli ha «dato un posto» nel mondo: «Senza, faccio fatica nelle dinamiche sociali. La musica è il mio passaporto per andare in giro».
Chiusura
Seltsam vuole “fare il mammo”, avere «un sacco di figli e un sacco di animali». Prima, però, c’è una missione artistica e umana: continuare a scrivere ritornelli che parlano di tutti, difendere il fanciullino e ricordarci di vivere davvero. «Domani arriva perché vuoi che arrivi, non perché deve arrivare per forza». E quando quel coro scoppierà, lui promette di togliersi gli auricolari e ascoltare.