Tra Parigi e Roma la couture di Sylvio Giardina

Tra l’intreccio medievale e il volume scultoreo dell’alta moda, uno stilista italo-parigino trasforma la superficie piatta degli arazzi in un dialogo materico

Arte e cultura, un doppio filo lega Mon Seul Désir, la nuova collezione Couture FW 2026-27 dello stilista italo-parigino, che nasce da un dialogo diretto con il ciclo medievale della Dame à la licorne conservato al Musée de Cluny. Un progetto culturale a due voci tra Parigi e Roma, costruito attorno a uno dei cicli di arazzi più celebri al mondo. Chi conosce il ciclo della Dama e l’unicorno penserebbe subito ai cinque sensi, il tema più citato degli arazzi. Giardina sceglie invece una strada meno battuta: concentrarsi sulla tessitura stessa, sulla capacità del filo di costruire profondità, illusione e tridimensionalità. È un cortocircuito interessante — la tecnica dell’arazzo, con la sua superficie piatta che genera illusione di spazio, viene tradotta in volumi couture reali, fatti di materia solida che imita leggerezza e trasparenza. Gli arazzi vengono letti nella loro qualità quasi scultorea: da qui nasce la ricerca sulla manipolazione dei tessuti per ottenere stratificazioni e volumi.

Il focus della collezione: i gioielli come struttura

Al centro della collezione c’è la tecnica del millefleurs, il motivo floreale fittissimo tipico degli arazzi medievali, che Giardina non tratta come decorazione ma come vera e propria sintassi compositiva, declinata in più varianti lungo tutta la collezione. Un altro passaggio interessante riguarda i gioielli raffigurati negli arazzi: collane e ornamenti vengono riletti in chiave couture, trasformandosi in strutture sospese integrate negli abiti, oppure in frammenti materici applicati su superfici trasparenti, un modo per far uscire il gioiello dalla superficie dipinta e farlo entrare nello spazio reale del corpo. Il colore riprende quello degli arazzi ma viene trattato come materia percettiva più che come scelta decorativa: il rosso domina, affiancato da bianco, blu, viola, giallo, celeste polvere, oro e nero. La costruzione degli abiti si affida a materiali couture classici — mikado, duchesse, tulle, crine, pizzo, velluto — combinati per creare contrasti di peso e trasparenza, con una plissettatura interamente a mano che diventa la firma tecnica della collezione.

Come racconta lo stesso Giardina: «Per questa collezione il punto di partenza è stato un lavoro sulla trasformazione della materia. Mi interessava esplorare l’incontro tra materiali appartenenti alla tradizione dell’alta moda e linguaggi più contemporanei, per capire quali forme e quali identità potessero nascere da questo dialogo. Attraverso interventi interamente manuali – plissé, arricciature, manipolazioni e ricami – ogni tessuto perde la sua funzione originaria per acquisire una nuova profondità, quasi scultorea. Per me il savoir-faire non è soltanto la padronanza di una tecnica, ma la capacità di trasformare la materia e condurla verso una forma che prima non esisteva

Il progetto si è sviluppato come una narrazione in due tappe. La prima a luglio, durante la couture, ha preso forma con un’installazione site-specific proprio al Musée de Cluny, in dialogo diretto con gli arazzi originali. A ottobre 2026 il racconto proseguirà a Roma, a Trinità dei Monti — l’antico complesso conventuale legato all’ordine dei Minimi — con una performance site-specific che amplia la dimensione rituale della collezione.

Il titolo stesso, Mon Seul Désir, riprende il motto del sesto arazzo del ciclo, quello che segna il passaggio dal desiderio alla consapevolezza. Nella lettura di Giardina il desiderio non è un’emozione da illustrare, ma un processo di trasformazione tra materiagesto e percezione: un modo per dire che il museo, in questo progetto, non è solo luogo di conservazione ma dispositivo attivo di creazione.

Il percorso di Sylvio Giardina

Stilista di origini siciliane nato a Parigi, Giardina si forma all’Accademia di Costume e Moda di Roma e muove i primi passi professionali nella maison Fernanda Gattinoni, dove assorbe i processi dell’Haute Couture. È tra i fondatori del marchio Grimaldi Giardina prima di lanciare l’etichetta omonima, con cui sviluppa una ricerca costante tra sartorialità, innovazione e sperimentazione materica, in dialogo con le arti visive, un percorso che lui stesso definisce di demi-couture. Per Giardina, moda e arte non sono discipline separate ma linguaggi complementari: il corpo è superficie di interpretazione, l’abito uno spazio concettuale oltre che sartoriale. Non è un caso che installazione e performance siano ormai parte strutturale del suo lavoro, e non semplice cornice espositiva.

Lo confermava già la precedente collezione, la F/W 2025-26, presentata a Parigi in un appartamento haussmanniano: dieci abiti Haute Couture pensati come micro-scenografie in movimento, sul tema della metamorfosi, tra pizzo, organza metallica plissé, cady, lino e garza di metallo, in una palette di bianco, nero, oro, ametista ed ecrù. Con Mon Seul Désir, Giardina porta questa logica a un livello ulteriore: non più un appartamento privato ma un museo nazionale, non più una suggestione libera ma un dialogo serrato con un’opera specifica, otto secoli di distanza trasformati in materiale progettuale. Così conclude il designer: “Anche l’osservazione degli arazzi della Dama con l’Unicorno, custoditi al Musée de Cluny, ha rappresentato una fonte di ispirazione fondamentale. Mi affascina la loro capacità di creare profondità, rilievo e illusioni visive attraverso il tessile. È una ricerca che sento molto vicina al lavoro della collezione, dove il tessuto diventa una superficie viva, capace di trasformarsi e di raccontare una nuova dimensione della materia.»