Attore britannico formatosi tra teatro, televisione e cinema, Will Merrick ha saputo costruire una carriera solida e trasversale, evitando i riflettori facili per privilegiare personaggi complessi e una recitazione misurata. Il suo esordio più noto resta quello in Skins, la serie cult di E4 che gli ha fatto guadagnare un RTS Award come miglior attore e una nomination ai TV Choice Awards. Ma è nel percorso successivo che Merrick ha dato prova della sua versatilità: dal ruolo comico in Dead Pixels al thriller distopico Silo, dove interpreta Danny, passando per la crime series Bodies, la commedia romantica About Time di Richard Curtis e una serie di produzioni britanniche e internazionali, tra cui Poldark, Doctor Who e A Classic Horror Story.
Nel 2024 ha preso parte a Barbie di Greta Gerwig e alla serie My Lady Jane di Amazon. Ora torna al cinema con F1, il nuovo film diretto da Joseph Kosinski per Warner Bros., in cui interpreta Nickleby, consulente tecnico accanto al protagonista Brad Pitt, affiancato da Javier Bardem. Un ruolo in apparenza laterale, ma decisivo nell’economia narrativa del film, ambientato nel mondo ad alta tensione della Formula Uno.
In questa intervista, Merrick racconta la costruzione del personaggio di Nickleby, il lavoro sul set accanto a interpreti di grande esperienza, il ritorno nella terza stagione di Silo e il peso, mai del tutto esaurito, dell’esperienza Skins. Ne emerge il ritratto di un attore che ha scelto la coerenza alla visibilità, e che oggi riflette con lucidità sulle traiettorie del proprio mestiere.

«Ho imparato che, qualunque livello si raggiunga, alla fine stiamo tutti semplicemente lavorando»
In F1 interpreti Nickleby, il consulente tecnico del personaggio di Brad Pitt. Com’è stato costruire questo ruolo in un mondo così tecnico e ad alta tensione come quello della Formula Uno?
È stato un mondo di dettagli che abbiamo dovuto assimilare immediatamente. Un ingegnere di gara è clinico, misurato e preciso. L’obiettivo è fornire la minima quantità di informazioni, pur tenendo il pilota il più possibile aggiornato su ciò che accade con l’auto. Quindi si trattava di imparare il più possibile, comprendere gli aspetti tecnici dello sport, ma anche capire quando e come l’ingegnere trasmette ogni dettaglio cruciale al pilota. Immagina qualcuno che ti urla nelle orecchie mentre stai guidando a 320 km/h. Trasformano un compito difficilissimo in una forma d’arte raffinata.
Hai recitato accanto a icone come Brad Pitt e Javier Bardem. Cosa ti ha colpito di più lavorando con loro? Hai imparato qualcosa che porterai nei tuoi progetti futuri?
È stato molto rassicurante. Ho imparato che, qualunque livello si raggiunga, alla fine stiamo tutti semplicemente lavorando. Il loro lavoro è raffinato e in un certo senso magnifico. Ma si presentano come tutti noi… preparati e pronti a giocare. Sono presenti, esplorano. Ha reso tutto molto più accessibile, più possibile.
Hanno la capacità di isolarsi dal rumore e sfruttare al massimo ogni momento. Credo di aver acquisito una nuova comprensione della concentrazione. Se sei nel momento e nel personaggio, riesci a sintonizzarti e ad escludere le distrazioni.
Dopo Skins, la tua carriera ha toccato una vasta gamma di generi, dalla commedia al thriller. Qual è stato finora il ruolo più impegnativo per te come attore?
In quel momento specifico, mentre lo giravo, Questione di Tempo (About Time) è stata una sfida. Era il mio secondo lavoro in assoluto. Ero appena uscito da Skins e mi sono ritrovato subito in un cast incredibilmente talentuoso. Dovevo recitare un monologo davanti a interpreti straordinari – Lyndsey Duncan, Billy Nighy, Tom Hollander, Rachel McAdams, Domhnall Gleeson… mi sentivo completamente fuori luogo, a dir poco. Ero ancora in fase di apprendimento e quella sensazione non mi piaceva. Mi sentivo impreparato, come se non riuscissi a stare al passo. Un giorno in particolare, spaventoso, Bill mi ha rimesso in carreggiata. Mi ha raccontato quanto si sentisse terrorizzato ogni giorno prima delle riprese per molti anni, e che è normale sentirsi sopraffatti. Quel giorno mi ha davvero salvato.

«Il set di Silo è coinvolgente anche perché è incredibilmente immersivo. Ti ci perdi dentro. E ogni volta che riesci davvero a dimenticarti che stai recitando, è una sensazione bellissima»
In Silo interpreti Danny, un personaggio che vive in un futuro distopico teso e segreto. Com’è stato tornare sul set per la terza stagione e cosa ti affascina di più di quel mondo?
Quel set crea dipendenza per diverse ragioni. Quasi tutte le mie scene sono con Rebecca Ferguson e Ricky Gomez. Ora sono vecchi amici. Dal primo giorno della prima stagione, mi hanno accolto in un modo che non avevo mai sperimentato prima. È spaventoso entrare in una serie già avviata per pochi episodi. Tutti si conoscono, c’è molta affiatamento. Ti aspetti di sentirti un po’ un estraneo. Ma io sono arrivato su Silo e loro mi hanno detto: «Vieni subito qui e raccontaci tutto di te». Ci siamo divertiti un sacco. Sono entrambi esilaranti e riescono a bilanciare perfettamente il divertimento e la concentrazione.
Quel set è coinvolgente anche perché è incredibilmente immersivo. La prima volta che ho camminato per una delle strade durante una scena, il regista ha dovuto ricordarmi che ci vivevo – credo stessi solo fissando tutto a bocca aperta – per le dimensioni. Ti ci perdi dentro. E ogni volta che riesci davvero a dimenticarti che stai recitando, è una sensazione bellissima.
Adoro il mistero. Questo lento evolversi di una cospirazione che si insinua nello spettatore. Amo la fantascienza misteriosa: Severance, Lost (iconico), Bodies (ho avuto la fortuna di esserci). Il mistero si fa sempre più grande, e ogni volta mi emoziono nel scoprire di più.

«Skins è stata un’esperienza molto vulnerabile, essere davanti alla macchina da presa per la prima volta»
Molti ti ricordano ancora con affetto come Alo di Skins. Come guardi oggi a quel capitolo della tua vita e all’impatto che la serie ha avuto su un’intera generazione?
Skins è stata un’esperienza molto vulnerabile, essere davanti alla macchina da presa per la prima volta. Inoltre, interpretare un diciassettenne essendo davvero diciassettenne, cosa che credo sia rara, è ciò che ha reso Skins iconica.
Mi rende molto felice sapere che abbia raggiunto così tanti giovani e che, a quanto pare, continui a farlo.
Guardando al futuro, c’è un personaggio o un genere che sogni ancora di esplorare? E se potessi scegliere un regista con cui lavorare, chi sarebbe?
Il cinema indipendente sta vivendo un momento straordinario. Registi emergenti incredibili stanno realizzando lavori molto interessanti con budget ridotti. Sono opere così vivaci e originali. Sono un grande fan di Andrea Arnold. American Honey è uno dei miei film preferiti. Sarebbe incredibilmente emozionante.
Credits
Photographer Barley Nimmo
Styling Nathan Henry
Grooming Charlie Cullen
Styling assistant Diego Tarabal