Chi sceglie di viaggiare oggi orienta spesso la propria ricerca verso luoghi capaci di offrire respiro e tranquillità. In questo contesto, l’Umbria sta costruendo un modello ricettivo distante dall’ostentazione. Non si tratta soltanto di alta cucina: l’esperienza coinvolge l’intera filiera dell’ospitalità, dalle dimore di campagna ai borghi storici riqualificati, fino a proposte gastronomiche firmate da una nuova leva di chef under 40. È un approccio che parla alla sensibilità delle nuove generazioni, attente al valore delle produzioni locali e alla tutela del paesaggio. Senza rincorrere i grandi numeri dell’overtourism, il territorio offre così un’atmosfera intima, capace di affiancare alla tradizione una lettura fresca e contemporanea.
Ristorante Coro: la sacralità dello spazio e la trasparenza dei valori umani
Nel cuore del centro storico di Orvieto, all’interno dell’ex chiesa sconsacrata di San Giuseppe, sorge il Ristorante Coro, nato dalla profonda intesa tra lo chef Ronald Bukri e Francesco Perali. Lo spazio monumentale del Cinquecento, con volte alte dodici metri e pareti in tufo a vista, è stato recuperato su iniziativa dell’imprenditore Raffaele Tysserand e firmato dall’architetto Giuliano Andrea dell’Uva, conquistando la finale del Prix Versailles 2025 tra i ristoranti più belli del mondo. Tuttavia, per i fondatori la bellezza estetica è soltanto il punto di partenza. Come spiega infatti Francesco Perali: «La scatola è solo un contenitore senza il contenuto. Quando visiti un posto bellissimo che però non funziona, esci con una delusione ancora più forte perché le aspettative erano alte. Noi riempiamo quel contenitore con un’esperienza che nasce prima di tutto da un rigoroso progetto tecnico».


La proposta gastronomica si distingue per immediatezza e trasparenza, esaltando l’identità italiana esplorata attraverso una grande attenzione al patrimonio vegetale e alle sue sfumature gustative, comprese quelle amare, come nella Royale di zucchine, che valorizza il vegetale a crudo in tutte le sue componenti, dal frutto al fiore, abbinato a un calamaro alla brace con salsa di polline. Una visione che si sposa perfettamente con il ruolo dell’Umbria nel panorama internazionale, come sottolinea lo stesso Perali:
«Quando il lusso diventa alla portata di tutti rischia di trasformarsi in semplice ostentazione o sfarzo. Il lusso vero, oggi, è il quiet luxury: una dimensione accessibile che si basa sull’immediatezza, sulla fruibilità e sull’autenticità. Rispetto ad altre regioni che negli anni sono state snaturate dal turismo di massa, l’Umbria è ancora una terra autentica e incontaminata, con un’anima selvaggia i cui valori collimano alla perfezione con la nostra idea di ristorazione».
Borgo La Chiaracia: le radici gastronomiche della campagna umbra
Immerso nei quattordici ettari dell’altopiano dell’Alfina, a Castel Giorgio, Borgo La Chiaracia rappresenta uno degli esempi più compiuti di lusso discreto e accoglienza d’eccellenza. Nato dal recupero di vecchi ruderi in stretta sinergia con la Soprintendenza paesaggistica, il borgo rifiuta le forme rigide: i tre casali che lo compongono, progettati dallo Studio Pazzaglia, sono disposti a semicerchio in un morbido abbraccio architettonico fatto di linee curve, studiato per far fluire l’energia del luogo e far vivere la struttura trecentosessantacinque giorni all’anno. Un sistema di passaggi sotterranei collega le camere al ristorante gourmet, alla SPA e al garage, garantendo il massimo comfort anche nei mesi invernali. Il progetto nasce dal profondo rispetto per l’ambiente e dalla volontà di non alterare l’anima del paesaggio. I primi anni di lavoro sono stati dedicati alla pulizia del bosco e al recupero degli alberi secolari. Come racconta infatti la proprietaria Anna Ramazzotti:

«Abbiamo conservato gli alberi esistenti e piantumato nuove essenze per rispettare la natura di questo posto. La conservazione del paesaggio è uno dei valori fondamentali dell’Umbria».
Tutt’intorno, la terra dell’azienda agricola viene coltivata con il metodo tradizionale della rotazione delle colture — con farro, orzo e legumi — affiancata da un vigneto di Pinot Nero e Chardonnay. Lo stesso nome della tenuta affonda le radici nel territorio: Chiaracia è infatti l’antico termine dialettale per la ciliegia, frutto tipico di questo suolo vulcanico. Fiore all’occhiello della proposta gastronomica è il Ristorante Radici, guidato dal giovane chef Gabriel Mollar (classe 1999, già premiato come Young Chef San Pellegrino). La sua è una cucina che intreccia l’anima profonda dell’Umbria con tecniche internazionali apprese tra Francia e Giappone. Piatto manifesto di questa ricerca è il piccione frollato per sessanta giorni in cera d’api in ambiente anaerobico, servito con umeboshi di prugne autoprodotta e aglione della Val di Chiana fermentato nel miele di castagno. Una visione che regala un’esperienza di quiet luxury autentica, intima e in perfetta armonia con la campagna umbra.
Ristorante Trippini: la cucina della memoria e la prospettiva internazionale
A Civitella del Lago, piccolo borgo arroccato che domina il Lago di Corbara, il Ristorante Trippini racconta una storia di famiglia lunga oltre sessant’anni. Guidato oggi dallo chef Paolo Trippini insieme al fratello Luca, il locale è diventato un punto di riferimento per la gastronomia d’autore regionale. Le origini risalgono al 1964, quando i nonni Peppe e Giulia aprirono una semplice trattoria di paese per rifocillare i lavoratori impegnati nella costruzione della diga e dell’autostrada. Negli anni Ottanta e Novanta fu il padre di Paolo a trasformare l’attività, introducendo materie prime ricercate per spingere i clienti a salire fino al borgo. Nel 2007, dopo importanti esperienze al fianco di maestri della cucina italiana, Paolo ha preso le redini dell’attività a soli ventisette anni. Dal 2014 lo chef fa parte dell’associazione internazionale Jeunes Restaurateurs d’Europe (JRE), una rete selettiva di giovani talenti della ristorazione europea che offre un confronto costante su prodotti, tecniche e idee globali. Fare alta ristorazione in un piccolo centro richiede un’identità forte e un senso di accoglienza unico. Il piatto che sintetizza al meglio la poetica di Trippini è il Bosco Umbro, presente in carta da oltre dieci anni: una creazione interamente vegetale composta da quattro salse di base tra note dolci, erbacee, di tartufo e frutti rossi, un ragù vegetale stagionale di funghi o asparagi, una soffice spuma di patate e una spolverata di frutti di bosco essiccati ed erbe. Ad ogni assaggio il palato ritrova sfumature diverse, riproducendo la sensazione di una passeggiata nella natura umbra. Per Paolo Trippini, la chiave dell’ospitalità risiede nel far sentire a casa chi sceglie di mettersi in viaggio per raggiungere il borgo, mantenendo salda quell’identità storica che garantisce un’esperienza autentica e irripetibile.

