From Polioda’s Journal
Intelligenza artificiale: forza con cui confrontarsi e presenza costante, richiede ai creativi uno sforzo emotivo e mentale per capire davvero come si sentono nei suoi confronti.
La diffusione capillare dell’AI a tutti i livelli della società rende essenziale per gli studenti di moda comprendere quali siano i veri interessi di chi la sviluppa e la gestisce nella tutela della creatività e della paternità delle opere, imparando infine a conviverci e a usarla come strumento a proprio vantaggio.
Phoebe Owston, editor del Journal di Polimoda, ha parlato con tre studenti di Polimoda del loro rapporto con l’intelligenza artificiale, di come l’abbiano utilizzata durante gli studi e di come la percepiscano ora che si preparano a lasciare la scuola per intraprendere la loro carriera.

L’incontro tra l’AI e gli studenti del Polimoda
L’uso dell’AI tra gli studenti delle diverse discipline di fashion design e business è vario quanto ci si potrebbe aspettare. Miroslava Chavez, del corso Undergraduate in Fashion Design Management, l’ha utilizzata per creare immagini per schizzi e moodboard, spiegando che per visualizzare la pelle tagliata al laser del suo progetto era più semplice servirsi dell’AI. Lavorando su prototipi in cotone o altri tessuti, era infatti difficile immaginare come l’effetto del taglio laser si sarebbe tradotto su un materiale come la pelle.
Martin Ellis e il suo partner di progetto Newton Arnold, del corso Undergraduate in Fashion Business, hanno usato l’AI per “gettare una rete più ampia” nella ricerca per SO-TA, un brand di capispalla tecnici, funzionali e responsabili. L’intelligenza artificiale si è rivelata utile per la ricerca e per l’organizzazione delle fonti, evitando di doverle individuare manualmente sui motori di ricerca tradizionali. Martin e Newton, tuttavia, non l’hanno ritenuta adatta al design del loro prodotto, poiché avrebbe richiesto competenze tecniche più avanzate per raggiungere uno standard di design di qualità pari a quello della progettazione con metodi tradizionali.
Sabeen Farooqi e Julia Paul, anche loro del corso Undergraduate in Fashion Business, l’hanno invece usata per la proposta di una start-upche aiuta i riciclatori chimici a reperire scarti di materie prime grezze da trasformare in fibre riciclate. Per queste studentesse di moda con una conoscenza di chimica limitata, l’AI si è rivelata indispensabile per una ricerca sui diversi processi chimici, così come per creare visualizzazioni dei dati e analizzare le informazioni raccolte.

Ma Polimoda come incoraggia gli studenti a utilizzare l’intelligenza artificiale nei propri progetti? Tutti gli studenti hanno concordato sul fatto che l’AI sia ormai parte integrante della didattica e dell’approccio della scuola. Sabeen ricorda che, durante il suo secondo anno di corso, ChatGPT stava iniziando a diffondersi, e con il supporto di docenti come Stefano Bellandi – esperto di tecnologia blockchain e DAO (Decentralized Autonomous Organizations, organizzazioni native di Internet, gestite collettivamente dai propri membri) – gli studenti venivano incoraggiati a sperimentare questi strumenti in modo coerente e pertinente con i progetti e le attività da completare nel proprio lavoro.
Martin sottolinea invece come gli ospiti esterni provenienti dal settore siano stati fonte di ispirazione, mostrando che è possibile avere un «approccio sereno all’AI» e «usarla per ciò che ha senso per te», piuttosto che cedere alla pressione – spesso percepita – di integrarla nei processi solo perché considerata intrinsecamente innovativa.
Tra algoritmo e rete, l’ispirazione a rischio appropriazione
Studenti e diplomati esprimono però anche un misto di preoccupazione e rassegnazione. «Fondamentalmente, tutto ciò che produco può essere preso, usato e manipolato da chiunque, finché è online», osserva Martin, citando i social media come uno dei fattori che hanno generato la convinzione che arte e lavoro creativo siano “gratuiti”. Sabeen è altrettanto diffidente, temendo che il lavoro degli studenti possa essere sfruttato o copiato: «Siamo molto protettivi nei confronti dei nostri progetti e della nostra identità visiva, così evitiamo di renderli pubblici. È frequente che questo tipo di lavori di studenti vengano presi, sfruttati e poi semplicemente riconfezionati in qualcos’altro.»
Sebbene utile in molti modi, l’AI obbliga i creativi a confrontarsi con questioni di autorialità, identità e copyright. Con innumerevoli cause legali in corso nel mondo – come quella intentata contro Meta che avrebbe avuto accesso a milioni di libri e documenti piratati attraverso il database LibGen per addestrare un sistema di AI generativa (fonte: The Atlantic, The Unbelievable Scale of AI’s Pirated-Books Problem, 20 marzo 2025) – designer, artisti, musicisti e creativi si sentono minacciati. Lavorare con l’AI significa imparare a gestire il lavoro creativo in modo sostenibile, che permetta ai creativi di vivere del proprio lavoro e allo stesso tempo contribuisca al bene collettivo, evitando di consegnare ulteriori profitti ai giganti della tecnologia.

L’insostituibile vocazione umana nella moda
Il lavoro prodotto dall’AI può davvero imitare il design fatto dall’uomo? Per Miroslava, no: «Alla fine, il design creato dall’AI manca di anima e gusto. L’AI può fare molte cose, ma non può trasmettere l’anima di un designer né riprodurne il DNA.» Martin offre un punto di vista interessante su perfezione, piacere e comodità, collegando l’AI ai social media, in quanto entrambi ti offrono soluzioni apparentemente ideali: «Ti fa sentire come se stessi ottenendo il miglior risultato possibile da questo strumento. Ma dobbiamo anche imparare a interfacciarsi con opere che non amiamo subito o che richiedono più contemplazione.» Secondo lui, l’AI sta
accentuando sempre più la polarizzazione tra ciò con cui siamo d’accordo e che riteniamo accettabile, e tutto ciò che è al di fuori di questa comfort zone, che non ha valore. «C’è valore anche in un’esperienza negativa,» aggiunge. «L’AI può produrre design e opere d’arte incredibili, che ci danno piacere, ma questa non è l’unica cosa che conta. Una qualità umana innata e unica è la capacità di contestualizzare e raccontare una storia.»
Pur riconoscendo l’importanza di imparare a usare questi strumenti, gli studenti sono anche consapevoli dell’utilità e del valore che offrono altre fonti di conoscenza. Tutti affermano di utilizzare regolarmente la biblioteca di Polimoda, oltre a risorse online come il Textile Exchange, la MacArthur Foundation e altre fonti di documentazione accademica. Anche la rete di docenti e dei loro contatti è preziosa, come spiega Martin: «Tante porte ci si sono aperte perché abbiamo contattato chiunque pensavamo potesse aiutarci con il nostro progetto — penso che questo non dovrebbe mai essere sottovalutato.»

Gli studenti di moda accettano la presenza dell’AI nella propria vita creativa e nell’industria. Con i piedi per terra, riconoscono con lucidità dove questi sistemi falliscono e dove deve intervenire la sensibilità umana. Naturalmente, lo studente di moda di oggi non si sottrae al lavoro creativo, che richiede intrinsecamente i tratti umani della passione e dell’emozione, e pure dell’inevitabile errore, ma si percepisce un senso palpabile di rassegnazione che incombe su di loro mentre guardano al futuro. Sono giunti a patti con l’idea che, una volta pubblicato, il proprio lavoro non appartiene più del tutto a sé e che la paternità e l’unicità di un’idea siano cose precarie, da proteggere o da sacrificare consapevolmente per ottenere visibilità.
I confini di ciò per cui utilizzare l’AI sono istintivi per questi studenti. Come sintetizza Martin, con ironia: «Voglio che l’AI lavi i miei piatti così posso continuare a fare il mio lavoro creativo. Non voglio che l’AI faccia al mio posto il lavoro creativo, così che possa continuare a lavare i piatti.» I creativi continueranno sempre a creare, indipendentemente dagli strumenti a loro disposizione, sarebbe solo molto più semplice se i piatti venissero lavati prima.