“Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino” di Daniele Vicari a Venezia 82. L’autobiografia di un assassino riluttante

Dal carcere alla scrittura, la storia di Antonio Zagari diventa racconto cinematografico in un percorso tra memoria familiare, violenza e rifiuto verso la criminalità

Con Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino, presentato nella nuova sezione Venezia Spotlight dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte CinematograficaDaniele Vicari si misura con una materia che appartiene tanto alla cronaca quanto alla memoria collettiva. Tratto dal memoriale di Antonio Zagari, ex militante della ‘ndrangheta, il film racconta la parabola di un giovane uomo che, nel pieno della spirale criminale, scopre che l’omicidio non è un destino inevitabile, bensì un peso logorante.

Il racconto di una ribellione interiore

Antonio Zagari – ruolo interpretato da Gabriel Montesi – ha poco più di vent’anni quando viene travolto dal vortice criminale, coinvolto in rapine, sequestri e omicidi. A metà degli anni Settanta, il carcere segna per lui un momento di svolta. Infatti, è proprio nell’istituto penitenziario che Antonio inizia a scrivere quello che diventerà il suo memoriale, mettendo in fila ricordi e confessioni. Tra questi, il rapporto con il fratello Enzo (Andrea Fuorto), il controllo assoluto del padre Giacomo (Vinicio Marchioni), il silenzio rassegnato della madre, e l’amore trattenuto per Angela (Selene Caramazza).

La scrittura diventa un atto di sopravvivenza e il luogo da cui prende forma il suo rifiuto verso quella vita passata. Le esecuzioni efferate, descritte con crudezza e ironia funerea, smettono così di essere un dovere e diventano un trauma. In controluce, si percepisce invece il contrasto con la generazione che nello stesso periodo occupa le fabbriche, le università e le piazze. Per Antonio, emanciparsi non significa prendere parte a una lotta collettiva, ma disertare la legge del padre sottraendosi così a un sistema che pretende cieca obbedienza. Ed è in questa tensione, tra appartenenza e rifiuto, che si disegna il nucleo narrativo del film.

Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino Venezia 82
Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino. Credits: Fabio Lovino

Lo sguardo del regista e il rifiuto come gesto politico

Il cuore del racconto non risiede nella violenza in sé, ma nel suo rifiuto. Daniele Vicari non costruisce un film di malavita tradizionale, ma un racconto che interroga sulla possibilità di sottrarsi a un ordine simbolico e familiare. «Mi ha lasciato interdetto per la sua sincerità, per come racconta cosa abbia significato per lui uccidere – ha dichiarato il regista – Antonio è un assassino riluttante, uccide e per questo sta male. Per lui “ammazzare” non diventa esercizio di potere anzi, al contrario, lo “stanca”».

Questa prospettiva sposta il baricentro dell’intero film, dove l’omicidio viene rappresentato come un gesto che consuma l’anima. «[…] prima di tutto ho dovuto lasciare che lo sguardo di Antonio diventasse una sfida contro il senso comune», ha commentato Vicari, spiegando come il cinema possa incarnare la ribellione silenziosa di un uomo che non vuole più obbedire alla violenza.

A questa tensione narrativa si intreccia il lavoro sonoro di Teho Teardo, che costruisce la colonna sonora del film a partire dalla chitarra battente calabrese. «Ho scritto tutta la musica rimanendo nel perimetro delle frequenze di quello strumento così particolare, molto limitato soprattutto nei bassi – ha spiegato Teardo – La musica indaga ciò che vive dentro i personaggi, ma in questo film ambisce anche a restituire le zone di assenza nel loro carattere». Il limite si fa così linguaggio, come se l’assenza sonora rispecchiasse il vuoto lasciato dal rifiuto di Antonio.

Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino Venezia 82
Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino. Credits: Fabio Lovino

A Venezia 82, Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino non è un film che “spiega” la ‘ndrangheta, ma è un’opera che espone il percorso interiore di un uomo deciso a sottrarsi al suo destino. Con questo lavoro, Daniele Vicari conferma il valore del cinema come spazio di confronto tra memoria e presente.

«In un periodo, il nostro […] nel quale uccidere e raccontare l’uccidere sembra non interrogare davvero la coscienza […] la storia di Antonio può essere illuminante. Almeno per me lo è stata», ha concluso il regista.