Guillermo del Toro approda al Lido con Frankenstein, la sua opera forse più intima e ambiziosa presentata in Concorso all’82ª Mostra del Cinema di Venezia. Non si tratta di un adattamento letterale del romanzo di Mary Shelley, ma di una rivisitazione che si interroga su cosa significhi essere umani, amare ed essere compresi. «Questo film conclude una ricerca che per me è iniziata a sette anni, quando ho visto per la prima volta i film di Frankenstein di James Whale – ha dichiarato il regista – Per me, però, solo i mostri detengono la risposta a tutti i misteri. Sono loro il mistero». Ed è con questa dichiarazione che del Toro apre un percorso che libera il mito dal cliché, trasformandolo in una riflessione autentica capace di intrecciare intimità e politica.
Frankenstein di Guillermo del Toro: il racconto di un legame spezzato
Il film si apre tra i ghiacci del Nord, dove Victor Frankenstein – interpretato da un intenso Oscar Isaac – viene soccorso dalla nave danese Horisont. È sul mare gelido e minaccioso che lo scienziato confessa allo stoico Capitano Andersen (Lars Mikkelsen) la storia della sua caduta in disgrazia, spinto dal desiderio di sfidare la morte creando dal nulla la vita. Infatti, dal suo gesto è nata la Creatura, che Jacob Elordi restituisce con sorprendente eleganza, ben lontana dalle caricature hollywoodiane. Non un mostro sgraziato, ma un essere che impara l’arte della parola e a domandare di essere guardato. La sua peregrinazione, dall’innocenza dell’infanzia sino maturità tragica, è raccontata come una parabola di educazione rovesciata.
Del Toro inserisce la vicenda nel contesto della guerra di Crimea, legando la genesi della Creatura a un corpo ricomposto da membra disperse di soldati caduti e ricucite insieme. «Victor è mostruoso» ha osservato invece Isaac, restituendo la fragilità di un uomo che ha osato troppo e che ora fugge davanti alla propria creazione.

Il teatro del corpo: attori come metamorfosi
Il cuore pulsante del film è affidato al cast. Oscar Isaac interpreta Victor come un artista, un creatore tormentato e visionario: «Non è uno scienziato: lo abbiamo visto tante volte. È un artista incompreso e questo lo spinge a provocare. Quell’energia punk rock era fondamentale». La sua presenza è infatti quella di una rock star nel laboratorio – con pantaloni a scacchi, stivali impermeabili e guanti rossi – un Prometeo che non riesce a sostenere il peso del fuoco rubato agli dei.
Jacob Elordi affronta invece la Creatura con un lavoro fisico straordinario, che lo porta a incarnare un neonato tremante e poi un uomo ferito. «Ho sentito che questo ruolo è arrivato in un momento in cui avevo bisogno di azzerarmi e ricostruirmi di nuovo» ha raccontato l’attore, confessando poi la scoperta di una comunità di affezionati intorno ai mostri.

Accanto a loro si muovono figure che arricchiscono il dramma, vedi Mia Goth nei panni di Elizabeth, Christoph Waltz come l’ambiguo mercante d’armi Heinrich Harlander, e Felix Kammerer interprete di William, fratello minore di Victor. A completare l’opera, il lavoro artigianale delle quarantadue protesi ideate da Mike Hill per trasformare il corpo di Elordi in un atlante vivente di memorie e ferite. «Abbiamo deciso di non volere tutte quelle ferite e quei punti di sutura vistosi – ha spiegato il designer – Victor Frankenstein non è un macellaio. Vuole creare l’uomo perfetto, quindi non l’avrebbe fatto apparire come un cadavere mutilato».

Una storia dove l’amore sembra essere l’unica risposta
Al di là della forza visiva, Frankenstein si impone come riflessione morale ed emotiva. «Tutti hanno bisogno di amore, perché è l’unica risposta» ha sottolineato del Toro, chiarendo che non si tratta di un film horror ma di un melodramma e dramma, una storia di padri e figli, di legami spezzati e di desideri respinti. Infatti, la Creatura diventa lo specchio di un’umanità che rifiuta di riconoscere ciò che ha generato. Anche la scelta cromatica diventa parte integrante del racconto: «Per me l’infanzia è il bianco, il nero e il rosso: la madre e la casa sono rosse. Quindi, se Victor le perde, quello è il colore che deve perseguitarlo», ha commentato il regista.
Allo stesso modo, l’impegno nella costruzione di scenografie e macchine – dalla nave ricostruita su un gigantesco gimbal fino all’uso di pupazzi e set reali – restituisce al cinema una fisicità autentica e necessaria. «Adattare è come sposare una vedova […] Quindi devi prendere il libro e farlo tuo. Altrimenti perché farlo?». Ed è proprio in queste parole del regista che si racchiude il senso più profondo dell’intera opera, ovvero trasformare un mito immortale in una confessione intima.

Il Frankenstein di Guillermo del Toro non è soltanto un ritorno a un grande mito della letteratura, ma anche un atto di fiducia nella capacità del cinema di dare corpo ai sogni e di farci riflettere sulle nostre contraddizioni più profonde. A Venezia 82 approda così un film che unisce forza visiva ed intensità emotiva, invitando lo spettatore a lasciarsi coinvolgere dalla storia narrata. Perché, come ricordato dal regista, tutti hanno bisogno di amore. Anche i mostri. E anche noi.