Ci sono artisti che abitano il tempo e lo spazio con la stessa cura con cui cercano una melodia. Andrea Vanzo è uno di loro. Pianista e compositore, bolognese d’origine e cosmopolita per vocazione, ha scelto di intrecciare la sua musica con i luoghi che lo hanno formato: dall’Appennino tosco-emiliano, dove ha trascorso l’infanzia, fino ai paesaggi vulcanici dell’Etna, dove ha portato il suo pianoforte smontabile per trasformare la natura in scenografica compagna di viaggio. La sua ricerca, che coniuga intimità, lentezza e immagini emozionanti, si traduce in progetti che non sono mai semplici videoclip, ma racconti in cui suono e territorio diventano un tutt’uno. Dopo un tour europeo di date sold out, Vanzo torna ora in Italia con un progetto che riporta al centro la memoria dei luoghi e la necessità di restituire: il 7 novembre inaugurerà il suo tour nazionale al Teatro Laura Betti di Casalecchio di Reno, con un omaggio a “La Chiusa”, simbolo dell’ingegno e del paesaggio bolognese. Nel frattempo, il 10 ottobre esce Intimacy Vol. 2, nuova tappa di un percorso iniziato durante la pandemia, quando il pianista ha deciso di affidare la sua voce più autentica alla solitudine della musica.
Lo abbiamo incontrato per parlare di natura, processi creativi, collaborazioni e della sua visione di musica come ponte tra mondi diversi.

«Quando improvviso al pianoforte, mi concentro su ricordi o emozioni legati ai paesaggi di montagna»
La natura sembra essere una presenza costante nelle tue opere. Che ruolo ha avuto nella tua formazione e nel tuo linguaggio musicale?
Fin da bambino è stata la mia vera compagna di giochi. Ho vissuto tra Bologna e l’Appennino tosco-emiliano, e quando potevo preferivo sempre stare in montagna. Gli alberi, il vento, i temporali: erano i miei punti di riferimento, più degli edifici o delle persone. Ancora oggi mi sento più a casa immerso nel verde che in città e questo influenza anche la mia musica. Quando improvviso al pianoforte, mi concentro su ricordi o emozioni legati a quei paesaggi: questo avviene spesso quando sono a casa mia al pianoforte e guardo fuori dalla finestra e mi faccio ispirare proprio anche dal panorama che ho perché ho delle grandi vetrate davanti a me e quindi vedo il fuori un po’ come se fossi dentro la natura.
Il tuo pianoforte smontabile è diventato una sorta di simbolo. Come nasce questa idea?
Dal desiderio di unire musica e paesaggi estremi. Ho voluto portarlo in cima allo Sciliar, nelle terre di mio padre, o sull’Etna, dove abbiamo affrontato tempeste e grandinate, rimanendo bloccati in tenda per tutto il pomeriggio. Eravamo in sei a trasportarlo a spalla dopo la funicolare. È stato faticoso, ma emozionante: un modo per valorizzare i luoghi naturali e allo stesso tempo depositarvi una parte di me, attraverso la musica.
A Casalecchio di Reno torni invece con un progetto legato al territorio e al valore sociale dei luoghi.
Sì, ho realizzato un reel dedicato a La Chiusa, un’opera ingegneristica che è anche un parco naturale. È un modo per riportare attenzione su un luogo che può tornare a essere vissuto e frequentato dai cittadini. Questo grazie al reel e instagram che possono raggiungere un grande pubblico. Il fatto che la mia prima data italiana del tour sia proprio a Casalecchio ha un significato particolare: è come se il cerchio si chiudesse.

«Per me l’immagine è parte integrante della musica: è come scrivere una colonna sonora di un film che non esiste, ma che vedo nella mia mente»
Il tuo stile è spesso definito “lento”, in controtendenza rispetto ai ritmi frenetici del presente. È una scelta consapevole?
Direi che è una conseguenza naturale. Da bambino ero solitario e osservavo tutto con lentezza. Oggi quella dimensione è diventata il mio modo di fare musica e di vivere. Non è solo estetica, è un ritmo interiore.
La componente visiva ha un peso importante nei tuoi progetti. Come costruisci questa narrazione?
Ogni video nasce dal tema del brano. Con Intimacy, girato sul massiccio dello Sciliar, ho voluto esaltare l’impatto spettacolare delle Dolomiti. Con il regista Alessio Sansone abbiamo usato il drone per catturare quella grandezza. Per me l’immagine è parte integrante della musica: è come scrivere una colonna sonora di un film che non esiste, ma che vedo nella mia mente.
Hai appena concluso un tour europeo con date tutte esaurite. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Il contatto diretto con le persone. Fino a quel momento conoscevo i miei ascoltatori solo attraverso i social. Incontrarli dal vivo, sentire cosa ha suscitato in loro la mia musica, è stato emozionante. Non è stato facile, perché sono timido e il palco per me era quasi inaffrontabile. Ma ho deciso di buttarmi, come avevo fatto durante il Covid scegliendo di iniziare il mio percorso da solista.»

«Durante il lockdown ho sentito il bisogno di esprimere qualcosa che fosse solo mio. Ho iniziato a pubblicare brani su Instagram e da lì è partito tutto»
E proprio il Covid è stato un momento di svolta…
Sì, ho rallentato e mi sono concentrato su me stesso. Prima scrivevo musica per altri, per cortometraggi, spot, opere teatrali. Durante il lockdown ho sentito il bisogno di esprimere qualcosa che fosse solo mio. Ho iniziato a pubblicare brani su Instagram e da lì è partito tutto. Non mi aspettavo che diventasse un fenomeno così grande.
Tra le tue collaborazioni c’è anche quella con Matilda De Angelis.
La conosco da quando era piccola, e per me prima di tutto è una cantante straordinaria. Abbiamo collaborato a Mercy, che apre il mio primo EP Frames. In generale cerco autenticità: mi piacerebbe lavorare con Sia, che stimo molto, perché penso che dall’incontro tra la mia scrittura e la sua voce potrebbe nascere qualcosa di potente.»
Il 10 ottobre esce Intimacy Vol. 2. Che tipo di evoluzione rappresenta?
È il seguito naturale del Volume 1, ma con uno sguardo più ampio. All’inizio ero chiuso nel mio nido domestico; ora mi sono aperto al mondo e ai viaggi. Questa apertura si riflette nei brani, che raccontano un’intimità più espansa, in dialogo con l’esterno. È come se il mio respiro si fosse allargato.

Andrea Vanzo sembra appartenere a quella rara categoria di artisti che non cercano di inseguire le mode, ma di dialogare con ciò che resta: i paesaggi, i ricordi, le vibrazioni intime che sopravvivono ai cambiamenti. Il suo pianoforte, spostato dalle valli alpine ai teatri metropolitani, diventa uno strumento di relazione con la natura e con la memoria.
Con Intimacy Vol. 2 e il nuovo tour, il pianista si conferma non solo come talento della scena contemporanea, ma come narratore di una possibilità diversa: quella di una musica che non consuma, ma custodisce.
Foto di copertina: Andrea Vanzo, foto di Josef Obexer