Birthh: «Fare cose creative è la parte più bella e divertente dell’essere umano»

Il quarto album è uscito ad aprile, l’11 ottobre si esibirà al Fragile Festival, mentre per i live bisognerà aspettare il 2027: ecco Birthh

L’Italia e gli Stati Uniti, New York più precisamente. Per poi tornare a casa con un bagaglio musicale e di esperienze inevitabilmente accresciuto: è questa la storia della cantautrice e musicista Birthh, all’anagrafe Alice Bisi, nata a Firenze. Sulle spalle quattro album nonostante la giovane età. La scelta di spostare la sua vita e il suo lavoro di musicista nella città americana è stata coraggiosa e rischiosa allo stesso tempo. Alla fine si è rivelata un’ottima “palestra” in cui evolversi e contaminarsi in una metropoli fervida e movimentata, fatta di connessioni e incontri, collaborazioni e intrecci artistici. Senza fiato è il suo quarto album uscito ad aprile di quest’anno. L’11 ottobre Birthh sarà ospite del festival Fragile, a Parma, dove si esibirà live. Per rivederla dal vivo bisognerà aspettare il 2027 con quattro date: il 28 gennaio all’Arci Bellezza di Milano; il 30 gennaio al Capanno 17 di Prato; il 5 febbraio al Mat Laboratorio Urbano di Terlizzi (BA) e il 9 febbraio al Locomotiv Club di Bologna. Per l’occasione, ci siamo fatti raccontare da lei questi dieci anni di album e musica tra l’Italia e gli Stati Uniti: un viaggio di andata e ritorno.

Ricordo esattamente quando era uscito Born in the Woods. Avevi esordito giovanissima, a 19 anni, e c’era anche quel bellissimo singolo Chlorine (Link al video). Come guardi, oggi, agli esordi?

Con tanta tenerezza e anche con tanta gratitudine, per aver avuto la possibilità di fare così tanto subito dopo il liceo. Quel disco è stato scritto proprio tra la quarta e la quinta liceo ed è uscito subito dopo. Sono partita abbastanza a spron battuto, anche con il tour: il primo con la band è stato fatto in America. È strano pensare che siano passati dieci anni, perché nel frattempo sono successe tante cose che mi hanno portata qui, però sono contenta di averlo fatto. Ho avuto un periodo in cui avevo quasi un rifiuto per quell’album, perché è molto triste e parla di un dolore adolescenziale molto forte. Adesso, invece, sono contenta che esista.

Che insegnamento ti sei portata dietro da quel primo periodo?

Veramente tanti. In realtà ho proprio imparato a stare al mondo e a stare su un palco grazie a quel periodo della mia vita. Sicuramente una delle cose di maggior valore che mi porto dietro tuttora è il fatto che le persone che hai intorno, con cui lavori, sono veramente determinanti. Da loro dipende anche il fatto che tu riesca a goderti un’esperienza oppure no. È davvero importante fare musica insieme e avere persone con cui stare bene. Per me il valore delle persone e della collaborazione è la cosa che ha contato di più in questi anni.

«Mi piace avere magari un beat con più groove, più hip hop, funk, ma tenere sempre qualcosa di italiano, questa sperimentazione, per me, è un po’ l’essenza di New York»

Birthh
Birthh, foto di Jeff Harris

New York è una città totalizzante, avvolgente, ma anche capace di divorare una persona. È stato un cambio, immagino, molto potente. Come ha influito nella tua vita?

In realtà, alcuni degli effetti li sto capendo ancora adesso. Tornando in Italia mi sono resa conto di essere una persona molto cambiata e molto cresciuta. È ovvio che in sette anni uno cambia e cresce a prescindere, ma sicuramente New York ti dà la possibilità di prendere rischi e di vedere anche il valore che c’è nei rischi, rispetto a realtà più piccole. È una città che ti fa sentire che tutto può essere possibile, in un certo senso, e questa è un insegnamento che mi sto portando dietro anche adesso che sono rientrata in Italia. Poi ho avuto la possibilità di toccare ancora di più con mano il valore della diversità e di persone con background diversi che si uniscono per costruire qualcosa insieme. New York è questo, di fatto: tante culture che si scontrano e si incontrano. Per me è bellissimo e cerco di portarlo anche all’interno della mia musica. Mi piace avere magari un beat con più groove, più hip hop, funk, ma tenere sempre qualcosa di italiano come un arco o una melodia. Questa sperimentazione, per me, è un po’ l’essenza di New York.

Parlando di diversità e inclusione: a New York come hai percepito il gender gap nella musica rispetto alle problematiche che esistono ancora in Italia?

So che è sempre un rischio fare affermazioni assolute, però penso che il gender gap a New York, e in particolare in America, in un certo tipo di America e soprattutto nell’industria musicale, non esista. Voglio dire: se c’è, si vede in modi molto sottili e magari, rispetto a qui, non c’è secondo me. Basta pensare al fatto che Taylor Swift è stata l’artista numero uno per veramente tanto tempo. E ci sono tante artiste che vengono rispettate in modo assoluto, indipendentemente dal fatto che siano donne. Invece magari qui c’è più il discorso dell’”artista donna migliore”.

E già, si parte male…

Esattamente così.

New York è quindi un capitolo ancora aperto?

New York rimarrà per sempre un capitolo aperto per me. Sono cittadina americana, ho il passaporto americano e la cultura americana ormai è diventata parte, se non del mio DNA, del mio essere. Ho la fortuna di avere amici con la casa aperta, che mi ospiteranno quando sarà il momento. Ovviamente, poi, principalmente è un discorso economico: se avessi la possibilità di essere un po’ a New York, un po’ in Italia, un po’ in Giappone, un po’ in Australia, mamma mia, non mi vedreste mai e sarei in giro ovunque. Questa, però, è una realtà che a livello pratico non mi appartiene.

E come stai gestendo questo tuo ritorno in Italia?

Adesso ho appena trovato casa a Milano e sono molto contenta. L’Italia sarà la casa su cui vorrò mettere radici nei prossimi passi della mia vita, sapendo però che ho una vita, degli amici e degli affetti oltreoceano che mi aspettano quando potrò.

Ci sono collaborazioni oltreoceano, o rapporti che hai stretto con artisti e persone con cui continuerai a lavorare?

Il primo artista che mi viene in mente è London O’Connor, con cui ho prodotto Prima questo. Ogni tanto ci sentiamo. Lui ha smesso un po’ di fare musica, però è un artista veramente forte, che ha fatto tante cose diverse e ha anche una prospettiva molto interessante sulla vita e sull’essere creativo. Poi c’è Danny Cole, che è un artista che stimo molto: è un pittore e artista visivo. La persona con cui penso, in modo più pratico, che vorrò collaborare ancora è Robert “LB”Dorsey, il mixing engineer che ha mixato ormai gli ultimi tre miei dischi. È un mito, veramente. Mi trovo molto bene con lui: ha iniziato con The Roots, ha lavorato con Erykah Badu, ha vinto un Grammy con The Roots e uno con H.E.R. È veramente fortissimo nel fare quello che fa e riesce a capirmi musicalmente in un modo che è molto raro. Con lui sicuramente vorrò continuare, finché potrò.

«Una regola fondamentale per fare musica è dire “stop” quando le orecchie sono stanche e riascoltare con l’orecchio pulito»

Birthh, foto di Jeff Harris

Sarai ospite a Fragile, il Festival delle Arti e Discipline Sostenibili che si svolge a Parma dal 9 all’11 ottobre. Fare l’artista oggi è un’impresa in tutti i sensi. Come hai vissuto il cambiamento nel mondo della musica e della sua produzione negli ultimi anni? 

Ci sono stati talmente tanti cambiamenti nel mondo e cambiamenti umani, oltre ai miei personali passando dall’adolescenza all’età adulta, che ho inevitabilmente cambiato prospettiva. La mia visione di questi ultimi dieci anni nell’industria musicale è quindi influenzata da tutta un’altra serie di fattori. Personalmente non ho cambiato il modo in cui faccio musica: anche adesso mi trovo sempre a lavorare su Logic Pro. Quello che è cambiato, ovviamente, è la mia consapevolezza e la mia esperienza nel farlo. Sono molto contenta di avere la possibilità di continuare a esplorare e di diventare, spero, sempre più brava a fare quello che faccio.

Riguardo al tema della sostenibilità, non si può non parlare di intelligenza artificiale…

Fare musica che comunichi qualcosa è molto complesso, anche se in apparenza sembra semplicissimo. Quando poi vai ad analizzarla, però, diventa molto più complicata. Ci sono una marea di canzoni che vengono create con l’AI e io me ne rendo conto subito, ma magari non tutti lo percepiscono. Non sono particolarmente spaventata, da artista. Vorrei vivere in un mondo sostenibile e mi chiedo: “Stiamo utilizzando tutte queste risorse, che magari potrebbero essere utili per altro?”. Fare cose creative è la parte più bella e divertente dell’essere umano. Se vogliamo proprio usare queste risorse, potremmo utilizzarle per risolvere problemi molto difficili, tra cui appunto il problema ambientale. Ci sono molte cose che potremmo fare e che non facciamo. Mi sembra uno spreco di energia. Per il resto faccio un po’ fatica a parlarne perché vivo molto nella mia bolla del fare musica a modo mio, del cercare la verità dentro quello che è dentro la mia vita ed esprimerla in musica. Queste per me sono cose che un’AI, per adesso, non riesce a realizzare. Se poi in futuro riuscirà, vorrà dire che scopriremo tante cose nuove.

Il lavoro della musicista è comunque impegnativo e complicato. Ti sei data qualche regola per mantenere sostenibile la tua routine di lavoro?

Sì, c’è una regola che ogni tanto infrango, devo essere sincera, ma che penso sia veramente una delle più importanti. È un concetto che abbiamo creato io e London O’Connor: il tilt. Quando lavori a una cosa per tante ore di seguito, la musica ti assorbe molto. Io a volte mi dimentico di bere acqua, mi dimentico di mangiare. Quando sto facendo una canzone mi concentro solo su quello. Ma c’è un punto in cui sono troppe ore e inizi a sbattere la testa contro tutto ciò che fai. Secondo me, in alcuni di noi c’è la tendenza a voler continuare anche dopo aver raggiunto questa soglia, con le orecchie stanche e il cervello appannato. Quello è il tilt. Se continui a lavorare durante il tilt, nove volte su dieci non ti serve a niente, perché quello che fai non funziona. E a volte puoi anche peggiorare la situazione. Quindi è importante fermarsi anche se si vuole continuare. Una regola fondamentale per fare musica è dire “stop” quando le orecchie sono stanche e riascoltare con l’orecchio pulito. Aiuta veramente tanto.

Essere artista oggigiorno ti obbliga in qualche modo a essere anche social media manager, producer, autrice e creator. Questa moltiplicazione di ruoli e mansioni ti pesa?

No, anzi, mi piace tantissimo. Sono una ciaccina, come si dice in Toscana: mi piace fare tante cose diverse. Quello che mi pesa è dover sottostare a regole di algoritmi che non hanno a cuore la qualità, l’attenzione delle persone o le cose belle. Hanno a cuore altri obiettivi, che sono quelli di monetizzare l’attenzione della gente a tutti i costi. E questa cosa mi fa stare molto male. Rende il mio rapporto con i social complicato, anche se a livello concettuale li trovo qualcosa di positivo, perché ti permettono veramente di connetterti con persone che non conosceresti mai dall’altra parte del mondo, oppure anche a due passi da te ma che non hai mai visto per strada. Questo mi piace tantissimo mentre non mi piace tutto quello che c’è dietro questo tardo capitalismo.

Con il disco Senza fiato è iniziata una fase particolare o è una naturale prosecuzione del tuo percorso?

Per me è una naturale prosecuzione di tutto ciò che ho fatto fino a ora. Non so se magari è perché ci sono molto dentro, però quando ho riascoltato le mie canzoni precedenti ho ritrovato vari spunti, varie cose che poi hanno portato a Senza fiato.

Nel brano Canyon dici “sono un cazzo di robot”. È un’immagine che sembra raccontare bene una contemporaneità in cui siamo continuamente stimolati e dobbiamo essere analitici, pragmatici, schematici. È anche una tua paura? E cosa fai per evitarlo?

Per evitarlo scrivo canzoni che dicono “sono un cazzo di robot” e “gli ingranaggi non si incastrano”. È la combinazione delle due cose. A volte, in realtà, mi sento molto poco robot. Mi sento molto rotta, ed è questo un po’ il succo di Canyon. Il modo in cui cerco di affrontarlo è parlandone apertamente, cercando di tirare fuori un po’ di bellezza dai momenti di sconforto. È la bellezza della musica: prendere anche i momenti di sconforto e comunque farne uscire qualcosa di bello.

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Birthh, foto di Jeff Harris

Ti piacerebbe partecipare a Sanremo?

Sì, Sanremo è veramente una piattaforma gigantesca. E, al di là di quello che può fare per la carriera di un artista, a me personalmente interessa l’idea di poter suonare con un’orchestra da non so quanti elementi, ma sono tantissimi. È una cosa che non succede quasi mai nella carriera di un musicista, a meno che non riesca a costruirsi una situazione del genere. È veramente raro avere la possibilità di suonare su un palco così e cantare la propria canzone in questo modo è una cosa che mi piace molto. Allo stesso tempo, però, trovo che a Sanremo ci voglia la canzone giusta. Non necessariamente una canzone che devi scrivere per Sanremo – anche se non c’è niente di male nel farlo. Io vorrei che ci fosse quell’intuizione: scrivere una canzone e pensare “questa canzone potrebbe proprio andare lì”. 

Non adatta solo per Sanremo, ma anche per Sanremo…

Esatto: non solo lì, ma che potrebbe brillare anche in quel contesto. Per questo trovo che si debbano proteggere le canzoni che si fanno. Essere protettivi e fare sempre il massimo per far brillare ciò che una canzone può essere, per mostrare al mondo qual è la luce migliore sotto cui vederla. E Sanremo ha una luce potentissima. Dal momento in cui ci sarà la canzone giusta, mi piacerebbe.

Immagine in evidenza: Birthh, foto di Tommaso Biagetti