C’è qualcosa di nordico e insieme di mediterraneo nello sguardo di Caterina Ferioli. Forse è la traccia della sua Bologna, città densa e stratificata, dove tutto ha avuto inizio «in un negozio di abbigliamento», come lei stessa racconta con una naturalezza che spiazza. «Facevo la modella, fui notata, ma un giorno mi sono iscritta a un corso di recitazione. Non sapevo che quella scelta avrebbe cambiato la mia vita». A diciannove anni lascia l’Emilia per Milano, poi Roma. «Trasferirmi – ci racconta – non fu una fuga, ma una conseguenza naturale di un bisogno interiore. La recitazione mi chiedeva la mia presenza completa».


Il primo debutto ne Il fabbricante di lacrime
Da lì comincia una traiettoria insolita: dalla moda al cinema, dalla posa al gesto. «Essere modella significa abitare l’immagine. Recitare, invece, significa abitare il corpo in movimento. È stato un salto: ho dovuto smettere di ‘posare’ per imparare a ‘essere’». Quel salto si concretizza ne Il fabbricante di lacrime, film Netflix tratto dal bestseller di Erin Doom, fenomeno internazionale e banco di prova per una generazione di giovani interpreti. Ferioli, che nel film è la protagonista, non ne fa un trofeo ma un laboratorio. «Ho capito che non posso controllare come pubblico e critica reagiscono. Posso solo custodire un’ancora interiore: sapere perché faccio questo mestiere. Il successo non è la meta, ma la verifica del percorso».

La sua figura cresce nel tempo: un viso pulito, un’intelligenza sobria e la capacità di non farsi divorare dall’immagine. «C’è una differenza tra essere visibili ed essere esposti. I social sono uno strumento, non il mio specchio.» In un’epoca in cui la recitazione rischia di diventare un derivato della comunicazione, lei sembra voler tornare alla fonte: la voce, il corpo, la parola. «Studiare recitazione per me è una forma di protezione dall’abitudine, dalla fretta e dall’illusione che ‘andrà bene’ basti da sé. Ogni volta bisogna rimettersi in gioco: non chiedersi cosa farò, ma chi posso diventare». Dopo il debutto cinematografico, l’abbiamo vista in Belcanto, serie tv con Vittoria Puccini ambientata nell’Ottocento musicale dove Antonia, figlia della protagonista, è una giovane donna sospesa tra sogno e sacrificio. «Antonia è piena di desideri, ma schiacciata dal progetto della madre. Ho studiato il melodramma e la psicologia di chi si scopre artista. Il canto, per me, è diventato metafora della libertà. Ho cercato che Antonia cantasse anche quando taceva, con lo sguardo o con il corpo».
Oggi Caterina si divide tra nuovi set e il desiderio di passare al cinema d’autore. «Ho fatto qualche corto, ma adesso ho voglia di fare cinema», tiene a precisare. «In passato ho ricevuto un grande ‘no’ da un grande regista che mi ha resa più forte. Mi piacerebbe lavorare con Valeria Bruni Tedeschi e Valeria Golino, le mie due ‘Valeria’ preferite». Lo dice con una risata che alleggerisce il rigore del suo pensiero: «Sono sempre stata una ‘pesantona’, ma poi alla fine, a bene vedere, mi piace condire il tutto con la leggerezza». L’ultimo progetto è stato Noi del Rione Sanità, produzione Rai ispirata all’esperienza di don Antonio Loffredo, il parroco che ha trasformato il quartiere della Sanità napoletana in un laboratorio sociale. «Ho interpretato Caterina, una ragazza con molta rabbia. Il rione l’aiuta a cambiare. Girare lì, abitare al Vomero per tre mesi, è stato catartico. Don Antonio, poi, mi ricorda il mio preside del liceo, severo ma disponibile al tempo stesso, un grande uomo di cultura, per tutti noi studenti un punto di riferimento». E punto di riferimento per una generazione di ventenni e non solo dove la rabbia e la trasformazione vanno di pari passo.


Il volto che si cela dietro lo schermo
Nei suoi ventidue anni, Ferioli non nasconde la vulnerabilità di tutta una generazione. «Ogni tanto penso che dovrei fare di più, essere più attiva con tutto quello che accade, ma come molti, mi sento impotente. L’aver vissuto la pandemia mi ha insegnato che tra le nostre doti c’è sicuramente la capacità di reagire, ed è questo quello che continuerò e continueremo a fare». Una confessione, la sua, che non ha il tono del disincanto, ma della lucidità: una giovane attrice che sa quanto la propria voce sia piccola, eppure necessaria.


Le sue parole ricordano certi appunti di Carmelo Bene o i diari di Eleonora Duse, dove l’arte è sempre un esercizio di verità. Forse è per questo che quando le si chiede cosa voglia comunicare al pubblico nei prossimi anni, ci risponde senza esitazione: «Vorrei che il pubblico mi vedesse come qualcuno che fa domande prima che risposte. L’attrice non è un oggetto da guardare, ma un soggetto che guarda». «Essere attore – conclude – non vuol dire essere visti, ma essere sentiti». In tempi di visibilità senza profondità è un’idea semplice e vertiginosa e in quella voce che cerca – discreta, consapevole ed inquieta – sembra esserci già tutta la direzione del suo futuro.



Credits
Art Direction Piano B Studio
Photographer Elena Maggiulli
Stylist Emanuela Cinti
Make-up by Revlon
Hair by Revlon Professional
Videomaker Ilaria Gasbarri
Photographer Assistant Claudia Interlandi
Stylist Assistant Giulia Chiatroni
Location Six Senses Rome
Location Manager Luisa Berio