Quando un film esce con un punteggio del 35% su Rotten Tomatoes, di solito lo si seppellisce in fretta. Eppure, Michael – il biopic dedicato al Re del Pop diretto da Antoine Fuqua – continua a far parlare di sé. La critica lo ha definito «una campagna promozionale della durata di un film», qualcosa che «rifiuta di concedere spazio a qualsiasi lettura che non sia allineata con l’immagine ufficiale» di Jackson. Un critico ha scritto che «trasforma una delle vite più tormentate della musica in un prodotto da consumare con popcorn».
Ma c’è un aspetto su cui anche i detrattori più feroci concordano: i costumi sono un capolavoro. E non è un caso. Perché se la sceneggiatura arretra timorosa davanti alle zone d’ombra, l’abbigliamento che vediamo sullo schermo racconta una verità che il copione non ha il coraggio di affrontare. I vestiti, in questo film, fanno ciò che la parola non sa fare: mostrano le crepe dell’armatura.

Cucire un’eredità, non un costume
Il compito di vestire Michael Jackson è caduto su Marci Rodgers, una costumista che non si è presentata al lavoro come interprete di uno stile, ma come restauratrice. Restituire ogni cosa come era, senza commettere errori.
Prima ancora di iniziare, Rodgers ha aperto gli armadi di casa sua: pile di vecchie Jet ed Ebony accumulate dai genitori, riviste che per decenni hanno raccontato l’America nera con uno sguardo familiare, non distaccato. Per lei, sfogliare quelle pagine non era ricerca accademica. Era tornare a un’atmosfera in cui Michael Jackson non era una leggenda intoccabile, ma una presenza quotidiana nei salotti di milioni di famiglie afroamericane, soprattutto nel Midwest.
Tuttavia, Rodgers sapeva che la nostalgia non basta. Così è passata all’analisi diretta: ha studiato i capi originali custoditi in collezioni private, ha osservato la consistenza dei tessuti, ha confrontato fotogramma per fotogramma.
Quando l’abito diventa cronologia
Il film attraversa decenni di carriera, e Rodgers ha seguito ogni svolta con precisione sartoriale. La giacca rossa di Thriller rappresenta l’esplosione pop più pura. Il look di Beat It, con le sue spalline a maglia di catena, getta un ponte tra il mondo del rock e quello del pop, tra la danza e la strada.
Poi arrivano le giacche militari. Non sono solo un vezzo scenico. Sono una dichiarazione di comando. Ma, allo stesso tempo, più l’abito diventa corazza, più l’uomo diventa irraggiungibile. Le spalline non sono solo potere; sono anche distanza. Il bianco accecante di certi completi, come quello di Smooth Criminal, non comunica solo purezza, ma anche un ossessivo tentativo di controllo visivo. Come se l’artista volesse farsi luminoso per non mostrare le ombre.
E poi il nero e l’oro. Pesanti, ricamati, quasi regali. Sono i costumi della superstar globale, dell’uomo che non poteva più uscire di casa senza essere assediato. L’oro dice successo, ma il nero ci racconta il lutto e l’isolamento. Il film non lo spiega. Ma i costumi, loro, lo lasciano intuire.
Non mancano i momenti casual, quelli che umanizzano il mito: una giacca varsity rossa e gialla, da letterman americano, che spezza la tensione delle armature militari. Per ricordare che Michael Jackson, dietro le quinte, era anche un ragazzo che indossava felpe e giacche sportive. Un dettaglio che i fan, quelli che cercano il contatto umano più che l’idolo, hanno subito notato.
Jaafar Jackson: quando l’abito abita l’attore
Jaafar Jackson, suo nipote e protagonista, non ha aspettato il ciak per indossare i costumi. Li metteva già durante le prove, durante le ore passate in sala danza. Aveva bisogno del peso reale della stoffa, della resistenza delle cuciture, della pressione delle scarpe. Perché i movimenti di Michael Jackson non nascono dal nulla: nascono da un corpo che impara a convivere con ciò che indossa.
Rodgers ha dovuto modificare le calzature perché i piedi di Jaafar sanguinavano, alleggerire alcune giacche e irrigidire altre. E a un certo punto, sul set, è successo qualcosa. Jaafar ha fatto un passo, una rotazione, una pausa. E Rodgers ha pensato: «Quello non è Jaafar. È lui». Non serviva un effetto speciale. Bastava una giacca tagliata nel modo giusto.

Il servizio del 2007
C’è un capitolo che il film non racconta, ma che aiuta a capire perché l’ossessione per i costumi di Jackson non è mai stata solo estetica. Nel settembre 2007, per il venticinquesimo anniversario di Thriller, il fotografo Bruce Weber e la fashion editor Rushka Bergman organizzarono un servizio per L’Uomo Vogue al Four Season Hotel di New York. Avevano accumulato trecento look da sessanta designer, centosettantotto paia di scarpe, due milioni di dollari in diamanti. Ma la vera magia non era nei numeri. Bergman raccontò che sul set qualcuno mise su Thriller. Tutti cominciarono a ballare. Poi Michael entrò nella stanza. Disse «Hello», si sedette davanti alla macchina fotografica, fece alzare il volume e iniziò a muovere le gambe esattamente come nel videoclip. Weber scattò senza fermarsi.
Quel servizio è la prova che l’immagine di Michael, quando è autentica, non ha bisogno di scandali per emozionare. Basta la luce giusta. E Rodgers, nel suo lavoro per il film, sembra essersi mossa sulla stessa linea: restituire la verità che sta nei tessuti, non inventarne una nuova.
Quella stessa alchimia tra immagine e suono, del resto, si ripete anche oggi. In Italia il film è approdato nelle sale mercoledì 22 aprile. Due giorni dopo, il 24, arriva la colonna sonora ufficiale: Michael: Songs from the Motion Picture.Tredici brani che seguono lo stesso identico percorso dei costumi. Dai Jackson 5, che ancora non sapevano di essere leggenda, fino al Michael solista di Thriller e Bad. Niente inediti, i classici di sempre. Ma forse è giusto così. La musica, qui, serve solo a ricordarci chi era prima ancora che indossasse la prima giacca, e chi è diventato dopo.

Vestire senza tradire
Alla fine, Michael è un film a tratti troppo prudente. Ma Marci Rodgers e la sua squadra hanno fatto qualcosa di più che disegnare costumi: hanno restituito un’eredità. E lo hanno fatto distinguendo una perlina da una paillette, rispettando un capo intoccabile come quello dello spot Pepsi. I critici, forse, hanno ragione quando dicono che il film evita le domande scomode. Ma hanno torto quando pensano che quelle domande non siano comunque presenti, solo spostate altrove.
Qualcuno ha detto che questo film non è un film, ma «una playlist filmata in cerca di una storia». Può darsi. Ma ogni playlist, se sai ascoltarla, ha la sua verità. Qui la verità è quella che il copione non ha voluto dire, ma che i vestiti, come spesso accade, hanno raccontato lo stesso.
E forse, alla fine, è sufficiente. Perché a volte, per capire un uomo, non serve la sua biografia. Basta guardare cosa ha scelto di indossare.