DADA’ e la fiaba come codice esistenziale

Un percorso autonomo e stratificato, tra singoli che attingono alla tradizione partenopea e produzioni più ibride. Oggi l’artista torna con “CORE IN FABULA”, un album articolato in tre capitoli tra elementi grotteschi, infanzia, corpi e margini

Classe 1995, nata e cresciuta a Napoli, Gaia Eleonora Cipollaro – in arte DADA’ – si è imposta nel panorama musicale italiano per un approccio che sfugge alle etichette: radici popolari e sguardo contemporaneo, elettronica e narrazione orale, performance e ricerca visiva. Dopo l’esordio nel 2021 con una trilogia di brani in dialetto, ha proseguito un percorso autonomo e stratificato, tra singoli che attingono alla tradizione partenopea e produzioni più ibride, passando per un’esperienza a X Factor che ne ha amplificato la visibilità ma non ha alterato la direzione.

Nel 2023 pubblica Mammarella, un EP rilasciato a tappe e accompagnato da un tour fitto di date. Lo stesso anno riceve il Premio Carosone e il San Gennaro World, firmando anche la sigla dell’evento con il brano San Gennaro Groove. Il 2024 si apre con Doce Doce, presentato in un evento-performance al Museo Madre di Napoli, e con Smorfiosa, progetto multidisciplinare che rilegge la cultura della smorfia napoletana attraverso estetiche teatrali e simbolismo numerico.

Ora torna con CORE IN FABULA, album articolato in tre capitoli pubblicati tra aprile e maggio. Un lavoro che integra musica, video e costumi, con una regia autoriale che va ben oltre il suono. Sedici brani come racconti di una mitologia personale e collettiva, tra elementi grotteschi, infanzia, corpi e margini. Al centro, la fiaba: non come evasione, ma come struttura simbolica che permette di nominare, sopportare e reinventare il reale.

Un’opera costruita con cura artigianale e visione corale, che DADA’ porterà per la prima volta dal vivo il 22 maggio al Teatro Bolivar di Napoli, in un evento che fonde musica e racconto scenico.

Dada'
Photographer Danijel Cvijic, editing Francesco Catalano

«La dimensione della fiabazione è un mondo potente: sicuramente ha un forte potere simbolico e terapeutico nell’immediato senza troppe spiegazioni»

Core in Fabula è un titolo che suona come un incantesimo. Qual è la favola che più ti somiglia e perché?

In questo album ci sono fiabe, non fiabe e semi-favole. Ho esplorato la morfologia di queste combinazioni (che hanno caratteristiche diverse tra loro) popolari e narrative per raccontare quello che c’è al centro del cuore, in maniera personale ma anche collettiva. Per il mondo favola, mi rifarei a Fedro ed Esopo. Se fossi una fiaba sarei Cappuccetto Rosso, ma dal punto di vista di Angela Carter, per la quale questa famosissima fiaba si presenta subito come trasgressione al potere, all’estetica e all’eros della vita.

L’Eros è la parte selvaggia e creatrice di tutti noi. Ancor più delle donne, dialoganti arcaiche con la terra, la ciclicità, la fame, il corpo, la sessualità, la vita e la morte. Questa Cappuccetto prende la strada del bosco perché i “fiori del bosco sono più belli” e diventa protagonista, vittima e carnefice, in un racconto sensuale ed eroticamente vitale. Nella casa della nonna sente la forte presenza maschile del lupo con tutti i sensi: lo sguardo, il tatto, la vista, il gusto e l’olfatto. Dopo aver fatto l’amore, dorme fra le braccia del suo lupo, mentre le ossa della nonna scricchiolano sotto il letto “macabra colonna sonora della notte d’amore”.

Scelgo questa versione perché solitamente le fanciulle delle fiabe sono sempre altamente desiderabili, ma assolutamente inaccessibili, quasi intercambiabili, imbottigliate in un atteggiamento identitario e sociale “vedo non vedo”, porcellanato ma succoso. Vivono ai confini del non detto, dell’osceno, ma ne sono salvaguardate seppur condannate. E preferisco essere la Cappuccetto della Carter che ha piena libertà e facoltà di farne della sua vita un brivido, anche folk horror, partendo dalla tensione erotica con il lupo.

Core in Fabula è un viaggio in tre capitoli, tra fiaba, memoria e realtà. Come hai deciso di suddividere i brani e cosa racconta ciascun capitolo del tuo mondo interiore?

Sì, tre portali magici in cui accompagno l’ascoltatore come se fosse un viaggio verso una dimensione. Si entra grazie ad un’invocazione all’anima; si passa tra tante storie; si esce con una dedica a Jorge, un amico romaní che non c’è più e che meritava una sua fiaba o una sua favola, una pagina in più nel libro della vita sicuramente. La dimensione della fiabazione è un mondo potente: sicuramente ha un forte potere simbolico e terapeutico nell’immediato senza troppe spiegazioni, poiché arriva prima del razionale il simbolo, l’allegoria, l’immaginario che sa solleticare in chiunque i visceri per produrre una risposta emotiva o un sostegno anche all’emotività. Le fiabe sono luogo di conforto, ma anche di turbamento e ci servono esattamente così come sono state inventate da altri esseri umani, perché soltanto in quella maniera lì si può giungere all’epifania dialogica tra aneddoto fantasioso e bisogni interni pratici.

Hai detto che l’uomo senza fiaba è più perso di un uomo senza Dio. Da cosa nasce questa visione quasi mitologica della narrazione?

È ben più pratica, non c’è nulla di mitologico. Al massimo è antropologica, basti guardare i testi di Marie Louise Von Franz sul potere terapeutico della fiaba in psicoanalisi o i lavori fatti da Ernesto De Martino sul Sud e sull’atteggiamento magico e ritualistico in cui l’essere umano, in tutto il mondo, ricerca linfa vitale, spirito, carne… tracciando nel tempo delle impronte socioculturali di sé e anche narrative, proprio per orientarsi, definirsi, ritualizzare l’esistenza per viverla con presenza; è un esserci che vuole diventare esistere.

La fiaba è una di queste impronte, all’apparenza sempliciotta, ma profondamente dotta perché parte dalla fantasia, dalla paura e dalla praticità creativa del ghetto contadino, che è sempre stata una realtà in cui si era capace di aggrapparsi alle radici, toccare il nero e il bianco della vita insieme, trasformando più o meno inconsciamente (o saggiamente) tutto in un grande miracolo.

Photographer Danijel Cvijic, editing Francesco Catalano

«Parlo del popolo perché mi piace definirmi una popolana»

Il tuo stile fonde elettronica, folk, cantautorato e tradizione napoletana: quando componi, chi guida il viaggio – l’intuizione, la memoria o il corpo?

Il viaggio lo guida questa fiammella tanto eccitata quanto vivida che ho dentro. Concentro molto il mio sentire creativo nella pancia; mi tocco spesso l’ombelico in automatico durante le sessioni di scrittura e composizione e seguo un richiamo ipnotico, smanioso, che ho imparato a riconoscere e assecondare nel tempo. Non c’è nulla di pensato. Il pensiero lo devo abbassare. E devo far salire dal basso quello che di solito giace sul fondo delle mie esperienze; non c’è tema deciso a monte, non c’è strategia. Devo arrivare nuda, pulita, inconsapevole e ignorante di quello che accadrà in studio.

È un rito con il mio inconscio, un patto. Sotto il nome di DADA’ compio preziosi incontri con me stessa, provo a conoscermi, ad aspettarmi. Non c’è guida, si va a caccia; sono giovane segugio delle mie pulsioni, mi accollo fiducia e seguo le tracce che ho accumulato dentro vivendo.

Parli spesso del “popolo” come ispirazione. Come riesci a trasformare il vissuto collettivo in un’opera personale e universale allo stesso tempo?

Parlo del popolo perché mi piace definirmi una popolana; nella mia fiaba personale sono sicuramente la figlia del contadino che grazie alle sue abilità personali divergenti è riuscita a fare fortuna e diventare regina… ma del suo cuore, ad assomigliare ad esso. Sono nata col culo nel paniere napoletano, e quello penso mi rimarrà incastrato lì a vita. Con le mani però sto imparando ad accarezzare il mondo: ogni esperienza diventa un anello in più, quindi mi sento ingioiellata di vita. Qualche carezza inizio a farla anche a me stessa. Fa bene. Il personale e il collettivo sono lame delle stesse forbici, lavorano insieme per permettere il taglio, per dare forma e intagliare la società, le cose, tutto. Vien da sé che il personale e il collettivo sono in un rapporto di vicendevolezza.

Napoli è un luogo che ha mille anime, come te. In che modo la tua città ti ha insegnato a essere DADA’?

Eludo molte tradizioni, mi ossessiono con molte altre e le mescolo con quelle del mondo; mi incuriosisce l’Umano. Napoli per direttissima ha battezzato il mio personaggio artistico per osmosi… con l’ironia, la filosofia popolare, quell’anticivile di cui parlava Carmelo Bene, che non ha nulla a che vedere con il casco sul motorino, ma con il carattere poetico, sovvertitore, ritmico di questa città. Napoli è soggetta ad omeostasi, ovvero la capacità di un organismo di autoregolarsi mantenendo costante l’ambiente interno pur nel variare delle condizioni che riguardano l’ambiente esterno; va immaginata come una spirale al cui centro c’è un nodo di radici e poi intorno si snodano mille diversità, contaminazioni, contraddizioni. Pure io sono così, volo ai venti, ma in equilibrio sulle radici.

Da Napoli a X Factor, passando per la moda, il teatro, l’arte contemporanea: come riesci a mantenere coerenza in tutta questa molteplicità?

Proprio perché non ho coerenza, mi permetto di dialogare con tutta questa roba, di giocare come una bambina con le cose e mi piace che siano gli altri a descrivermi. Da adolescente avrei sputato fuoco dalle narici nel concedere questa curiosità e libertà agli altri su me stessa, oggi lascio ciò che è mio anche in mano alla gente; ma attenzione, non intendo che sono ciò quel che gli altri dicono o vedono di me, ma sono talmente sicura di aver agito con semplice carnalità nelle cose che il mio modo e mondo non possono non essere intuiti, seppur misti di simboli. Ma come ho detto prima il simbolo precede, e prevede anche il pensiero .

Con un vestito, con una gestualità, con una parola, con un’immagine tutto si può dire. La coerenza è qualcosa che non mi piace molto. Il mio punto nevralgico creativo è più che incoerente, è ambiguo, è ingordo e tanto furbo quanto abbandonato. Ho un mio modo personale di vivermi le cose, anche la spiritualità. Infilo madonne e angeli ovunque, ma li tratto come miserabili; più volte mi sono raffigurata come la Madonna. Di queste figure mi interessano i dolori e i piaceri, le rinunce e i desideri, non il ruolo. Sempre Carmelo Bene una volta ha detto sulla coerenza «Qui c’è puzza di Dio», suscitando il boato della platea. Per me Dio puzza qualche giorno e qualche altro giorno profuma, come tutti e come tutte le cose.

Dada'
Photographer Danijel Cvijic, editing Francesco Catalano

«Il mio album non ha verità. Ognuno ci troverà quello che può»

In Core in Fabula curi anche la direzione creativa e i videoclip. Che tipo di relazione hai con l’immagine e il corpo?

Si, mi sporco le mani e tutto deve essere sporco di me. Lascio che anche gli altri sporchino le mie cose, non sono gelosa, ma devo cominciare io, insomma, ognuno decide le regole di casa propria: se metto le scarpe sul divano, le puoi mettere pure tu; se parlo a voce bassa, dovrai farlo pure tu. Per me tutto è idea, che è il bocciolo dell’immagine fiorita. Vivo per immagine e immaginazione, che sono un’esperienza tanto bestiale quanto filosofica. Lascio che l’immagine guidi anche la mia vita: immagino intensamente visivamente tutto, e aspetto che accada o faccio in modo che accada, come nel caso dei videoclip, in cui è sempre molto difficile per tanti motivi rappresentare quello che ho in testa, dentro.

Sicuramente stavolta mi sono avvicinata tanto, seppur ho deciso di testimoniare odori, abitudini, storture del corpo folk del popolare e del collettivo sempre grazie all’aiuto di abiti con forme particolari, realizzati da Daria D’Ambrosio; ancora una volta ho optato per abiti vistosi e performanti, molto strutturati, che per restare alzati hanno bisogno di un corpo che sappia anche sacrificarsi sotto il peso delle stoffe sapientemente lavorate, tra le morse dei bustini e sotto strutture storiche… ma ho cominciato anche ad ammorbidire tutto, ad avvicinarmi di più al corpo in senso di spazio, ad avvolgerlo, perché il mio scopo è anche mostrarlo, ma in questo progetto parla molto la maschera ancora, che difatti è corpo, perché per me siamo tutti maschere, costumi (in senso assolutamente positivo) in un metateatro infinito.

Collabori con figure come Daria D’Ambrosio e Byron Rosero: quanto è importante per te costruire una comunità creativa attorno alla tua musica?

Come dicevo, non sono gelosa della mia stanza dei giochi. È chiaro che entrando si trovino in maggioranza i miei giocattoli, ma sono felice se qualcuno ne porta di suoi, a patto che si possano staccare le teste alle mie bambole e provare a vedere come rendono montate sui giochi altrui, e a patto che si proceda tutti per un unico scopo: cavare dal buco delle idee quell’immagine che ho coccolato dentro e realizzarla nel pratico fuori. Come da piccola stanavo i granchi negli scogli aspettando ore sotto il sole e incoraggiandoli ad uscire con schizzi di acqua fresca di mare, soltanto per guardarli tutti strani nelle loro cose, so aspettare che i miei lavori vengano fuori dallo scoglio delle mie idee. Ho pazienza.

Ogni fiaba ha una morale. Se Core in Fabula avesse una sua verità nascosta, quale sarebbe?

In verità no. La favola ha spesso una morale, la fiaba non necessariamente, quasi mai. Il mio album non ha verità. Ognuno ci troverà quello che può. Se c’è qualche lezione appresa, è talmente cucita in mezzo al resto che per riconoscerla devi averla almeno già imparata o la stai imparando nel mentre. Le cose ci parlano per quello che sappiamo vivere o che stiamo vivendo, di più è difficile che si possa fare. Una voce riecheggia sulle pareti che sanno rimbalzarla indietro. Tutti possiamo crescere e cambiare, dobbiamo, e ognuno ha i suoi momenti per farlo.

Hai detto che questo progetto è una difesa personale e corale. Difesa da cosa? E per cosa?

L’ho detto riferendomi sempre all’antropologo De Martino quando parla dei rituali, delle storielle e degli atteggiamenti magici e fortemente caratteristici del Sud Italia (come la taranta o il pianto ritualistico). Beh, i rituali, la religione, la cultura… è tutto un insieme di fatti immaginati e fatti tangibili che rappresentano inevitabilmente un modo per esistere, per supportarsi, per darsi un ruolo, per difendersi da quelle che Ernesto De Martino chiamava “miserie psicologiche”, che sono tante… la povertà, il dolore, le incongruenze della vita, concetti importanti come la libertà, la vita, la morte, la malattia, la felicità. Nel mio album c’è un villaggio immaginario con il suo motore, che va, produce, esiste, sentenzia… che è la società sempre in dialogo e al contempo contrapposto con una persona e la sua intimità, che assorbe, sovverte, mitiga, trasforma.

Dada'
Photographer Danijel Cvijic, editing Francesco Catalano

«Vivo io e appresso a me, con me vivono le mie cose. […] Per me è sempre tutto e niente»

Nel tuo percorso, cosa è rimasto sempre uguale e cosa è cambiato radicalmente?

Tutto e niente. Vivo io e appresso a me, con me vivono le mie cose. Me lo diranno poi le persone, me lo dirà il tempo, me lo dirà lo specchio. Per me è sempre tutto e niente.

Se potessi raccontare te stessa solo con una voce narrante – reale o immaginaria – chi sceglieresti?
 
L’ho già fatto nel trailer per annunciare il mio album scegliendo la voce di Sypario, drag artist dalle abbaglianti libertà: sicuramente per narrarmi c’è bisogno di scorrevolezza, nell’essere proprio… e chi meglio di questa voce.