A più di trent’anni dalla seminale mostra Post Human, curata da Jeffrey Deitch e presentata in Italia al Castello di Rivoli nel 1992, le tematiche da essa affrontate – la rappresentazione idealizzata della realtà e della corporeità restituite dai mass media, il miglioramento della tecnologia applicata all’ambito chirurgico nella costante ricerca della perfezione del corpo, le manipolazioni genetiche e gli interventi chirurgici, la preminenza della virtualità – si dimostrano ancora di scottante attualità. Per quanto oggi lo spettro della ricerca artistica si sia inevitabilmente ampliato, tenendo conto di nuove urgenze e istanze della contemporaneità. Tra queste: la messa in discussione di una prospettiva prettamente antropocentrica, il confronto con la sempre più bulimica produzione e consumo di immagini; poi, le nuove possibilità in ambito creativo e non solo, offerte dall’IA – con il conseguente, paventato, rischio di perdita di autorialità – le riflessioni su genere e identità, sempre più fluidi e mutanti, le nuove paure e fragilità a fronte di guerre, pandemie o, ancora, delle conseguenze del cambiamento climatico. Il tema del corpo è quindi sempre centrale in tanta pratica contemporanea, ma, in numerosi casi, è evocato nella sua assenza. Questo approccio, seppur con esiti differenti, accomuna i lavori di Davide Allieri (Bergamo, 1982) e di Anna Franceschini (Pavia, 1979). Tanto Allieri quanto Franceschini portano la loro attenzione su elementi presi dal reale per decontestualizzarli e risemantizzarli, alterandone la forma e privandoli delle funzioni originarie. Entrambi gli artisti attingono a immaginari cinematografici e alla storia del cinema, lavorano, o hanno lavorato, con video e performance, si muovono con disinvoltura tra diversi mezzi espressivi.


Photo Andrea Rossetti @Triennale Milano
Nelle opere di Allieri, esposte nella sua personale After All in Triennale Milano nel 2024 – intrise di riferimenti che spaziano dal cinema, appunto, al teatro e alla letteratura di fantascienza –, si riconoscono tanti elementi caratterizzanti la sua pratica e poetica, dalla sperimentazione sui materiali alla riflessione sulle coordinate di spazio e tempo all’interno di habitat distopici fino alla presenza di dispositivi-guscio abbandonati che dialogano tra loro all’interno di scenari post-apocalittici.

Allieri propone la visione alterata di un possibile futuro in cui l’uomo, servendosi di gusci, sistemi di contenimento, tecnologie di comunicazione e di sorveglianza tenta, invano, di sopravvivere alle proprie stesse rovine. Le installazioni e sculture dell’artista sono sviluppate a partire da oggetti comuni – tralicci, caschi, droni – che, modificati dall’artista, evocano la loro funzione di dispositivi di protezione e isolamento, ma diventano forme aliene e inquietanti, al confine tra l’organico e l’inorganico. Allieri fa leva sulle più comuni sensazioni umane – il disagio del presente e la paura del futuro – per delineare scenari catastrofici in grado di trasportare lo spettatore in un mondo “altro”, ma al contempo stranamente familiare. Ne risulta un paesaggio dell’abbandono, caratterizzato da resti e tracce di una società ormai estinta, presagio di un avvenire incerto. Attraverso la risemantizzazione del relitto Allieri ragiona sull’ambiguità tra passato e futuro, abbandono e recupero, distruzione e invenzione, per condurre lo spettatore all’interno di un’inquietante pellicola di fantascienza.

Le dicotomie realtà e finzione, naturale e artificiale, organico e inorganico si ritrovano nelle opere di Anna Franceschini. L’installazione All Those Stuffed Shirts, appositamente ideata e realizzata dall’artista per Triennale nel 2023, è composta da sette macchine per la stiratura automatica chiamate dressmen. Una volta modificati nella loro meccanica profonda e rieducati grazie a un algoritmo, i dressmen eseguono, ciclicamente, una partitura, attraverso il loro unico mezzo espressivo: l’aria.

Photo Andrea Rossetti @Triennale Milano
Il titolo dell’installazione allude a un modo di dire anglosassone impiegato per indicare una persona piena di sé, presuntuosa, conservatrice e reazionaria: “un pallone gonfiato”. L’espressione pone l’accento sull’abito per denigrare chi lo indossa, che a sua volta diventa semplice riempimento. “Ma chi sono i veri palloni gonfiati?”, si domanda l’artista. In realtà i marchingegni sono docili e condannati alla sostituzione. Sono diventati una minoranza, nel gioco delle parti del progresso. Sono quasi-corpi che reclamano presenza, riuniti in una danza senza fine.

Photo Andrea Rossetti @Triennale Milano
Con All Those Stuffed Shirts Anna Franceschini mette in mostra un apparato ibrido e complesso, situato tra il balletto meccanico, la macchina celibe, o come lei stessa suggerisce “nubile”, e il concerto per strumenti “preparati”. L’installazione invita a riflettere sul rapporto tra la macchina e i suoi creatori, tra l’umano e l’artificiale, sui dispositivi di visione e la loro qualità tattile, sul corpo – qualsiasi corpo – come dispositivo desiderante. Le opere di Anna Franceschini diventano così un film senza il film, una screenless animation: sculture cinetiche e performance sono un cinema fatto “con altri mezzi” e l’animazione, accidentale o indotta, suscita stupore, turbamento o semplicemente empatia. Elettrizzando la scultura attraverso l’immaginario cinematografico, l’artista restituisce la contemporaneità come panorama di oggetti spettacolari.

Photo Andrea Rossetti @Triennale Milano
Se si mettono a confronto i due interventi installativi di Allieri e Franceschini colpiscono, in particolare, nel primo, la staticità e il silenzio avvolgente mentre, nella seconda, l’incessante dinamismo delle macchine e il paesaggio sonoro da esse generato. Due diverse modalità per restituire lo spirito di questi tempi difficili e complessi.