Distopia pop: colonne sonore per mondi che non esistono

Viaggio tra gli artisti che stanno reinventando il paesaggio sonoro italiano, tra nostalgia digitale, R&B futuristico e identità ibride

C’è una nuova corrente musicale che sta attraversando la scena italiana, fatta di suoni metafisici, identità fluide e un’estetica che guarda al futuro senza disdegnare un tuffo nel passato. Una elettronica “emozionale”, spesso intima, che prende in prestito il linguaggio del R&B anni 2000, del soul e della disco, trasformandolo con una spiccata sensibilità contemporanea. Una elettronica che è sorellastra della canzone e partendo da questa costruisce mondi nuovi, spazi sonori in cui rifugiarsi, riconoscersi, sognare.

Elettronica emotiva e visioni ibride

La scena elettronica e progressive R&B nostrana non è più una nicchia sperimentale: è un linguaggio in evoluzione, plasmato da giovani artisti che raccontano se stessi attraverso trame sonore ibride, spesso oniriche, cinematiche. In questa “distopia pop” il confine tra canzone, manifesto estetico e colonna sonora di storie immaginarie è sempre più sottile.

Laila Al Habash, ad esempio, incarna perfettamente questa tendenza. Cantautrice con radici italo-palestinesi, la sua musica è fatta di elettronica soft, ambienti ovattati e melodie che sembrano provenire da un’altra dimensione. In pezzi come Fumantina e Sottobraccio, si sentono le vibrazioni di un indie-rock, filtrato attraverso la lente dell’intimismo e della multiculturalità. Non mancano reference all’R&B anni 2000, infilate come accessori in spazi sonori abitabili.

Anche Ginevra, citata spesso come una delle voci più interessanti della scena, si muove su territori simili. Il suo sound fluttua tra ambient-pop, college rock e una scrittura personale, capace di farsi racconto universale. Rajasthan e My baby ne sono un esempio perfetto. La sua musica non si ascolta soltanto: si attraversa, come un paesaggio astratto. Ogni traccia è una piccola distopia luminosa, dove la malinconia diventa forma di guarigione.

scena musicale italiana
Ginevra. Credit: Giulia Gatti

In questo panorama, che sta vivendo una fase fertile e poliedrica, ci sono anche artisti che riescono a bilanciare sperimentazione e accessibilità. Yakamoto Kotzuga, alias Giacomo Mazzucato, ne è un esempio emblematico. Le sue produzioni (si ascolti la colonna sonora della serie Netflix di successo Baby) sono composizioni strumentali, emotive, stratificate, che trasmettono un senso di spaesamento quasi angosciante.

In direzione ostinata e contraria a questo mondo malinconico si muovono i Nu Genea. Duo napoletano trasferitosi a Berlino, Massimo e Lucio prendono ispirazione dal funk, dal groove, reso grazie alle percussioni tipiche della world music, dalla dance music napoletana degli anni settanta e ottanta. Non manca il buon cantautorato della vecchia Napoli, quello di Troisi, Pino Daniele e Tullio De Piscopo, ai quali i due si rifanno con ammirazione.

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Yakamoto Kotzuga. Credit: Valentina Angeli

Estetica del suono, politica del corpo

Altri artisti, come Heir – nome d’arte di Patricia Manfield – uniscono estetica e musica in un progetto coerente e visivamente potentissimo. La sua versione del pop elettronico flirta con il R&B e il soul internazionali (Sentimento) ma resta sempre ancorata a un immaginario postmoderno fatto di icone fashion, vulnerabilità e potenza. È un approccio affine a quello del cosiddetto progressive R&B, definito come un linguaggio fluido che supera i generi e abbraccia influenze jazz, trap, elettroniche e neosoul.

Frah Quintale, pur essendo più mainstream, rientra perfettamente in questa tendenza alla reinterpretazione affettiva del passato. Il suo uso di sample, estetica lo-fi, cultura delle cassette e riferimenti soul-funk crea un legame tra la musica di ieri e quella di oggi. Brani come Missili e Si, ah raccontano la quotidianità con uno sguardo vintage.

C’è poi Venerus, che nella sua ricerca mescola psichedelia, spiritualità urbana e soul elettronico. I suoi brani sembrano essere frutto di un trip allucinogeno, in cui il concetto stesso di canzone viene decostruito e ricostruito attraverso stratificazioni sonore e liriche esoteriche. Cosmo, invece, porta la distopia nel club: la sua elettronica ha come riferimento esplicito la discoteca. L’idea è che i corpi siano soggetti politici, che l’aggregazione libera del ballo sia un’esperienza emancipante e, a suo modo, capace di rivoluzionare un mondo paradossalmente sempre più disconnesso.

Questi artisti non si limitano a fare musica: costruiscono mondi. Mondi che non esistono, ma che parlano profondamente del nostro presente e delle nostre possibilità. C’è una dimensione collettiva, anche se intima, in questa nuova ondata. Una distopia sì, ma dolce, onirica, abitabile.

E forse è proprio qui la forza di questa scena: nel trasformare l’incertezza del presente in sogno condiviso. Una forma di resistenza romantica, non puro escapismo. Un suono che cura, che accoglie, che ci permette di esistere meglio. In fondo, anche la realtà ha bisogno dei suoi mondi immaginari per continuare a muoversi.