Ci sono interviste che non cercano risposte, ma spazio. Spazio per stare, per ascoltare, per non accelerare il racconto. Questa conversazione con Fabio Maria Salvatore nasce così: non come un esercizio di promozione, ma come un atto di verità. Scrittore, autore di Cenere Zero e del progetto Cenere Zero Reborn, Fabio Maria attraversa la parola come si attraversa il dolore: senza scorciatoie, senza estetizzarlo, senza difese. La sua è una voce che non chiede indulgenza né eroismi, ma presenza. Una voce che ha imparato — dopo ventisette anni di malattia, lutti, crolli emotivi e rinascite — che la forza non sta nel resistere a tutto, ma nello smettere di mentire a se stessi. In questa intervista, che esce proprio in occasione del suo compleanno, l’autore racconta cosa resta quando tutto sembra bruciato, perché la rinascita non è uno slogan e come la verità possa diventare un gesto politico, umano, necessario. Un dialogo che tocca gli ospedali e le università, le nuove generazioni e l’idea di cura, l’amore come presenza e la fragilità come linguaggio condiviso. Non è un’intervista da leggere in fretta. È un incontro.

«Il dolore non mi ha distrutto. Mi ha obbligato alla verità»
Che cosa ti ha fatto smettere di mentire a te stesso?
Dire la verità è il gesto più rivoluzionario che conosco. Oggi, 22 dicembre, compio 50 anni. Ventisette li ho vissuti convivendo con il dolore. Ventisette anni segnati dal cancro, dalla perdita di mio padre, un uomo unico, morto in un omicidio stradale, dalla fibromialgia, dalla depressione, da fallimenti sentimentali profondi e, infine, da un divorzio. Ho smesso di voler sembrare forte quando ho capito che reggere tutto era una bugia che mi stava ammalando.
Il dolore non mi ha distrutto. Mi ha obbligato alla verità. Da lì è nato tutto: il romanzo Cenere Zero, il tornare negli ospedali, lo stare accanto agli altri senza maschere. Quando dici la verità su di te non diventi fragile. Diventi reale. E oggi il reale è la cosa più potente che c’è.
Come nasce Cenere Zero Reborn e perché non è solo un libro?
Cenere Zero è il mio nuovo romanzo. È nato quando ho scelto di raccontare il dolore senza filtri, senza renderlo accettabile, senza addomesticarlo. Racconta cosa resta quando tutto sembra bruciato. Cenere Zero Reborn nasce dopo, quando ho capito che quella storia non poteva restare sulla carta. Il libro aveva acceso qualcosa negli altri.
Doveva tornare nei luoghi dove il dolore è reale. Oggi entro negli ospedali non come autore, ma come uomo che la malattia la conosce dall’interno. Entro da paziente, non per essere curato ma per stare.
Mi siedo accanto alle persone, ascolto, racconto. Entro negli ospedali non per essere curato, ma per stare.
A chi parli quando entri negli ospedali e nelle università?
Parlo ai pazienti e agli studenti di medicina. A chi attraversa il dolore e a chi domani lo incontrerà ogni giorno. Ai pazienti dico una cosa semplice: non siete la vostra diagnosi. La malattia non cancella il vostro valore. Anche quando il corpo cede, la vostra umanità resta intatta. Agli studenti di medicina dico: ricordatevi sempre che prima della diagnosi c’è un volto. Prima della terapia c’è una storia. Prima del medico c’è una persona. Se oggi posso stare lì è perché il dolore mi ha insegnato qualcosa che nessun manuale spiega: la cura comincia dall’ascolto. Questo incontro non è una lezione. È uno scambio. Un dono unico e immenso.
Quando la scienza incontra l’umanità nascono medici che curano i corpi e medici che non lasciano mai sole le persone.

«La vera resilienza non è resistere a tutto, ma non indurirsi»
Che messaggio senti di dare alle nuove generazioni?
Voglio dire grazie. Perché avete un coraggio che spesso alla mia generazione è mancato: quello di raccontarvi per quello che siete. Felici quando lo siete. In difficoltà quando state male. Senza vergogna. Senza maschere. La fragilità non è una colpa. È un linguaggio.
Parli spesso di rinascita e resilienza. Sono parole ancora vere oggi?
Sì, ma solo se smettiamo di usarle come slogan. Rinascere non significa tornare come prima.
Significa accettare di essere cambiati e continuare a desiderare la vita. Viviamo in un mondo che chiede performance continue, controllo, forza costante. In questo contesto parlare di limite, di caduta, di lentezza è un atto controcorrente. La vera resilienza non è resistere a tutto, ma non indurirsi.
C’è una storia di rinascita che ti ha fatto compagnia nei momenti più duri?
Sì. Quella di Blanco. L’ho incontrata quando ero caduto anch’io. La sua musica, la sua esposizione fragile, imperfetta, mi hanno travolto. Non racconta la rinascita come qualcosa di ordinato o rassicurante, ma come un processo umano, emotivo, vero. Quando una storia riesce a farti compagnia nel dolore, sta già parlando di rinascita.
Dici che possiamo “vestire il dolore di eleganza e bellezza”. Cosa intendi davvero?
Non significa rendere il dolore bello o negarlo. Significa non lasciarlo muto, sporco, isolato. Quando il dolore viene raccontato con verità smette di distruggere e diventa relazione, incontro, ponte. La bellezza non cancella il dolore. Lo rende abitabile.

«Oggi l’amore, per me, è tutt’altra cosa. È presenza, non possesso. È verità, non fuga. È restare, anche quando non conviene»
In questo percorso emerge una riflessione molto forte sull’amore. Cosa significa oggi per te amare?
Vengo da una sesso-dipendenza che mi ha annientato. Per anni ho confuso il desiderio con il vuoto e l’intensità con l’amore. Dopo il divorzio mi sono annientato. Non solo per la fine di una relazione, ma per la caduta dell’illusione di sapere amare. Ho capito di stare cercando l’amore come una prestazione, una conferma, un anestetico. In quel modo non si ama. Si consuma. Oggi l’amore, per me, è tutt’altra cosa. È presenza, non possesso.
È verità, non fuga. È restare, anche quando non conviene. L’amore non è prestazione. È presenza. Sto rinascendo stando accanto alle nuove generazioni. Ed è una menzogna dire che non conoscono l’amore. Se oggi faccio fatica a riconoscerlo è anche perché sono il frutto del nostro fallimento, di una generazione che ha insegnato a desiderare tutto e a custodire poco.
Loro, invece, hanno una fecondità emotiva e affettiva straordinaria. Sanno parlare di sé, dei loro limiti, delle loro ferite. Senza vergogna. E io oggi non voglio più spiegare l’amore. Voglio esserci.
Che cosa vuoi lasciare come eredità emotiva?
Voglio lasciare una possibilità. La possibilità di non indurirsi. Di non diventare cinici. Di non scegliere una vita recitata al posto della verità. Voglio lasciare l’idea che si può cadere senza sparire. Che si può sbagliare senza perdere valore. La vita vince solo quando scegli di viverla davvero.




Credits
Photographer Valentina Ciampaglia
Location Best Western Premier Hotel Royal Santina