«Per me, il cinema è […] un modo per indagare e dare forma alle domande che ci accompagnano ogni giorno». È con queste parole che inizia l’intervista insieme a Filippo Savoia, giovane regista che ha saputo costruirsi un percorso professionale ricco di collaborazioni tra Milano, New York, Los Angeles e Portland. Nel 2019 firma la regia del suo primo cortometraggio dal titolo Modern Animals, esplorando il tema delle scelte umane sospese tra autocoscienza e condizionamenti esterni, «interrogativo universale – ha spiegato – che si riflette nelle piccole e grandi decisioni che prendiamo ogni giorno».
Nel corso degli anni, la direzione di diversi progetti legati al mondo della moda, approfondendo il genere dei fashion film come strumento per amplificare l’identità creativa dei brand. Tra i suoi lavori più importanti, il video per Moncler Grenoble in occasione del lancio della collezione Autunno Inverno 2024, il fashion film The Casting per il debutto di Grossi alla Milano Fashion Week Autunno Inverno 2025, e la direzione di Feronia’s Paradox per il brand emergente Florania. A queste collaborazioni si aggiunge anche la regia del video promozionale di Tropico del Capricorno del rapper Guè, un racconto visivo perfettamente integrato con l’estetica scelta per il lancio del nuovo album.
Parlando invece di futuro, sono diversi i progetti in cantiere, «ma per scaramanzia preferisco aspettare che le cose siano confermate prima di parlarne» ha spiegato Filippo durante l’intervista a NEXT GEN!


«Sul palco ho scoperto un luogo trascendentale, dove ci si può trasformare e vivere molteplici vite»
Come sei arrivato a scoprire il mondo del cinema e del teatro? Cosa ti ha spinto invece a trasferirti a Los Angeles?
La mia passione per l’arte nasce grazie a mio nonno, un pittore affermato di quadri astratti, che mi ha trasmesso le prime nozioni artistiche e un profondo amore per la creatività. In seguito, mi sono avvicinato al teatro, un mondo mistico capace di stimolare l’inconscio. Sul palco ho scoperto un luogo trascendentale, dove ci si può trasformare e vivere molteplici vite. Da questa esperienza nasce il mio amore per lo storytelling, i personaggi e il cinema. Ho cominciato a scrivere e girare i miei primi cortometraggi con gli amici, fino a quando ho deciso di trasferirmi a Los Angeles per approfondire i miei studi nel settore.
Nel cortometraggio Modern Animals – il tuo esordio come regista – rifletti sul tema della natura degli esseri umani. A cosa ti sei ispirato per raccontare questa storia e quale messaggio volevi trasmettere?
Modern Animals è stato il mio primo cortometraggio realizzato a Los Angeles, un progetto ispirato a No Country for Old Men. Ciò che mi affascinava era l’idea di esplorare il tema della scelta umana: quanto siamo davvero padroni del nostro destino e quanto, invece, le nostre vite sono guidate da forze al di fuori del nostro controllo? È un interrogativo universale, che si riflette nelle piccole e grandi decisioni che prendiamo ogni giorno. I personaggi del film sono provocatori, caratterizzati da un’estetica lynchiana, onirica e disturbante, ma il loro contesto rimane applicabile a chiunque.
L’obiettivo era quello di creare una narrazione che mettesse lo spettatore di fronte a un dilemma esistenziale, spingendolo a riflettere sul proprio ruolo nella vita. Penso di aver scelto questo tema anche per una ricerca personale: volevo analizzarmi meglio e capire, prima di tutto, quanto fosse importante assumersi la responsabilità delle proprie scelte, piuttosto che vivere passivamente, lasciandosi trasportare dagli eventi. Per me, il cinema è anche questo: un modo per indagare e dare forma alle domande che ci accompagnano ogni giorno.


«Per me, è essenziale ascoltare gli attori, percepire cosa provano e seguire l’istinto per catturare qualcosa di autentico e spontaneo»
Quando iniziano le riprese sul set, segui alla lettera la sceneggiatura oppure lasci spazio anche all’improvvisazione?
Quando sono sul set, mi assicuro sempre di coprire tutte le scene fondamentali per garantire una linearità solida in fase di montaggio. Questo mi permette di avere una base sicura su cui lavorare. Tuttavia, sento anche il bisogno di vivere il momento e lasciare spazio all’improvvisazione. Per me, è essenziale ascoltare gli attori, percepire cosa provano e seguire l’istinto per catturare qualcosa di autentico e spontaneo. Il set è un ambiente vivo, in cui molte cose possono cambiare all’ultimo secondo. Essere pronti a prendere le redini, ribaltare la situazione e adattarsi all’imprevisto può spesso portare a risultati inaspettati e straordinari.
Alcune delle scene migliori nascono proprio da questo equilibrio tra controllo e libertà creative. Un esempio perfetto è la scena finale di Modern Animals, che non era prevista nel piano iniziale. È nata negli ultimi 30 minuti di riprese dell’ultimo giorno, quasi per istinto, come risposta naturale all’energia del momento. Eppure, quella scelta improvvisata ha dato vita a quella che credo sia la scena più potente dell’intero film.
Hai collaborato alla realizzazione di diversi Fashion film, vedi Moncler Grenoble a St. Moritz e Feronia’s Paradox per il marchio Florania. Cosa significa per te lavorare al fianco di designer sia emergenti che più affermati?
Dopo sette anni a Los Angeles, sono rientrato a Milano, dove il mio amico Mattia Benetti mi ha introdotto al mondo della moda, delle campagne e dei fashion film, un settore che fino a quel momento non avevo mai esplorato. Ho iniziato lavorando al suo fianco per il fashion film di Moncler Grenoble, realizzato in occasione del fashion show di St. Moritz per la collezione Autunno Inverno 2024. È stata un’esperienza straordinaria, che mi ha permesso di scoprire un nuovo linguaggio visivo e di apprezzare la libertà espressiva che i fashion film possono offrire.


«In questo progetto ho trovato un margine di espressione più autentico, senza vincoli rigidi o direttive troppo definite»
Tuttavia, ho sperimentato la vera libertà creativa con Feronia’s Paradox, il fashion film realizzato per Florania. Questa collaborazione mi ha dato l’opportunità di immergermi nell’universo di Flora Rabitti, comprendere i temi e i messaggi alla base del suo lavoro e tradurli in immagini. In questo progetto ho trovato un margine di espressione più autentico, senza vincoli rigidi o direttive troppo definite. Con Moncler, per quanto l’esperienza sia stata incredibile, esiste sempre una direzione chiara da seguire, con paletti precisi e poco margine di rischio. Invece, con Feronia’s Paradox ho potuto sperimentare senza limitazioni, lasciando spazio all’istinto e all’interpretazione artistica pura. Ed è proprio questa libertà che, per me, rappresenta l’essenza più autentica della creatività.


«[…] in questo equilibrio tra aderenza all’identità del brand e libertà espressiva che si gioca la vera sfida creativa di un fashion film e di un advertisement»
Parlando invece di advertising e moda, esistono delle regole per comunicare al meglio non solo il prodotto, ma anche il marchio?
Per me, il mondo dei fashion film è un elemento che arricchisce e amplifica l’identità creativa di un brand. Ogni aspetto, dalla scelta dei personaggi alla scenografia, dalla musica alla performance, contribuisce a elevare e dare nuova profondità a ciò che il brand già esprime attraverso la collezione. I limiti creativi, a mio parere, non sono necessariamente imposti dall’esterno, ma spesso nascono da una consapevolezza interna: saper rimanere fedeli alla traiettoria del brand, rispettandone l’essenza, mentre si lavora per esaltare il tema e il messaggio attraverso la forma visiva. È proprio in questo equilibrio tra aderenza all’identità del brand e libertà espressiva che si gioca la vera sfida creativa di un fashion film e di un advertisement.
Hai firmato la regia dell’installazione video The Casting in occasione del debutto di Grossi alla Milano Fashion Week Autunno Inverno 2025. Come nasce l’idea di accendere i riflettori sull’esperienza del casting, rappresentando dei modelli sospesi tra il desiderio di trasformazione e l’imbarazzo di essere osservati?
Lavorare su The Casting per Grossi mi ha dato l’opportunità di esplorare a fondo l’identità e la personalità dei personaggi. Ogni modello portava con sé un’esigenza, uno stile e una presenza unica. Il casting, in questo caso, non era solo una selezione, ma un processo di scoperta: l’obiettivo era mettere a nudo il vero carattere di ciascun modello di fronte alla telecamera, permettendogli di esprimere liberamente se stesso. Ogni capo era stato pensato per una persona specifica, creando fin da subito un legame naturale tra il personaggio e l’abito che indossava. L’improvvisazione in questo progetto nasceva dall’autenticità: un incontro tra il modello e il proprio riflesso, chi più disinibito e sicuro di sé, chi più timido, chi più provocatorio. Non c’erano imposizioni rigide, ma piuttosto carta bianca per lasciare emergere la personalità di ognuno.

«Il rosso evocava un’energia più arrogante, intensa e lussuriosa; il giallo, invece, rappresentava una dimensione più docile, tranquilla e timida»
A rendere il tutto ancora più interessante è stata la scelta di assegnare un colore specifico a ogni video, basandosi sulle emozioni trasmesse dai modelli. Il rosso evocava un’energia più arrogante, intensa e lussuriosa; il giallo, invece, rappresentava una dimensione più docile, tranquilla e timida. Questo linguaggio cromatico ha aggiunto un ulteriore livello di lettura all’intero progetto. Un aspetto che ha reso The Casting ancora più significativo è stato il suo formato espositivo: il progetto è diventato una video-installazione presentata in Fondazione Sozzani durante l’evento di debutto. Vedere le immagini proiettate in gigantografie sulle pareti ha amplificato il senso di immersione, trasformando ogni modello in una presenza imponente e dando al pubblico l’impressione di trovarsi faccia a faccia con le loro espressioni più intime e autentiche. Un progetto intenso e visivamente potente, che ha ridefinito il rapporto tra moda, identità e performance.
«Durante il photoshoot, però, ho deciso di fare delle riprese extra, […]. Ho realizzato così un video di circa 30 secondi, che ha suscitato l’apprezzamento di Cosimo (Gue)»
Ti sei occupato del video promozionale per l’uscita dell’album di Guè Tropico del Capricorno. Quali sono state le richieste del cantante e come sei riuscito a tradurle in un racconto visivo di impatto?
L’opportunità di realizzare il video promozionale per Tropico del Capricorno di Gue è arrivata quasi per caso. Il mio amico Federico Hurth, direttore creativo e fotografo della copertina dell’album, mi ha invitato a girare dei video backstage con la mia Super 8. Durante il photoshoot, però, ho deciso di fare delle riprese extra, con l’idea di creare un piccolo racconto visivo che si integrasse perfettamente con l’estetica della copertina. Ho realizzato così un video di circa 30 secondi, che ha suscitato l’apprezzamento di Cosimo (Gue) e del suo management, che hanno scelto di pubblicarlo e utilizzarlo.
«Per me, il rosso è una continua dialettica tra opposti: è energia e calma, è forza e vulnerabilità, è il caldo e il freddo che coesistono in una sola sfumatura»
Esiste una inquadratura, piuttosto che un movimento di camera, che ami particolarmente includere nei tuoi lavori?
Non credo di avere inquadrature particolarmente definibili come mie, piuttosto posso dire che c’è una costante nel mio lavoro: un cromatismo che tende al rosso. Questo colore, per me, è molto più di una semplice scelta estetica, è una sorta di linguaggio visivo che trasmette un ampio spettro di emozioni e significati, alcuni dei quali, talvolta, possono anche risultare contrastanti. Il rosso è un colore che non ha una sola definizione: può rappresentare la rabbia e dominio, quella forza incontrollabile che esplode come una fiamma, ma allo stesso tempo può simboleggiare l’amore, quella passione travolgente che accende ogni cosa. È il colore della lussuria, del desiderio intenso e proibito, ma anche della solitudine e angoscia, di quella fiamma che brucia in silenzio, senza essere vista dagli altri. Per me, il rosso è una continua dialettica tra opposti: è energia e calma, è forza e vulnerabilità, è il caldo e il freddo che coesistono in una sola sfumatura.
La tua formazione è ricca di Paesi e incontri. Hai notato delle differenze di approccio nel mondo del cinema?
Dopo aver lavorato tra Los Angeles, Portland, New York e Milano, ho avuto modo di notare alcune differenze significative negli approcci professionali. In particolare, l’approccio americano mi sembra molto più schematico, con una struttura gerarchica ben definita che trovo particolarmente funzionale, soprattutto in contesti dove è fondamentale una divisione chiara dei ruoli e delle responsabilità. Questo tipo di organizzazione permette una gestione molto fluida e mirata, che risponde in modo preciso alle esigenze del progetto.
In Italia, invece, l’approccio è più fluido e misto. I dipartimenti tendono a collaborare più strettamente, creando un’atmosfera di scambio continuo, ma questo può portare anche a una certa dose di caos. La mancanza di una gerarchia così rigida può risultare disorientante, ma è anche uno dei punti di forza del sistema creativo italiano: c’è una volontà genuina di lavorare insieme, di mettere in gioco tutte le competenze per arrivare a un risultato condiviso. Quello che più apprezzo di questo approccio è l’intenzione autentica di creare qualcosa insieme, senza sacrificare la creatività per il business.

«C’è sicuramente un film che spero di poter girare, un progetto che mi entusiasma molto»
Progetti futuri che vorresti condividere con il pubblico?
Ho diversi progetti in cantiere, ma per scaramanzia preferisco aspettare che le cose siano confermate prima di parlarne. C’è sicuramente un film che spero di poter girare, un progetto che mi entusiasma molto. Nel frattempo, continuerò a mantenere la direzione dei fashion film, che per me sono un campo davvero stimolante e divertente.
Per concludere, tre aggettivi per descriverti come regista.
Sperimentale, meticoloso e punk.
Immagine in apertura: crediti foto Marta Ferrarini, crediti styling Mariachiara Guizzardi.