Paolo Roversi, l’impiegato del Sole: una galleria permanente al MAR di Ravenna

Un fotografo che ha imparato a guardare la luce nei mosaici bizantini e nella nebbia adriatica. A partire dal 20 maggio, il suo mondo fatto di sfumature e Polaroid avrà una dimora fissa in una città che non aveva mai davvero lasciato

Paolo Roversi si definisce un semplice impiegato del Sole. Non un artista che domina la luce, non un mago che la manipola a suo piacimento. Qualcuno che si alza ogni giorno e si mette al servizio di qualcosa di più grande, accettando di essere uno strumento, non il padrone. Perché con la luce, ripete da anni, non si contratta. Ci si abbandona. Ci si fa l’amore, senza calcoli né strategie.

Questa umiltà di fondo è la chiave per capire tutto il suo lavoro. Nato a Ravenna nel 1947, Roversi ha imparato a guardare il mondo nei luoghi sbagliati: non nelle linee nitide dei manuali di fotografia, ma nelle incertezze della nebbia adriatica, nei riflessi frantumati dei mosaici bizantini, nelle ombre che danzavano sul soffitto della sua cameretta. A nove anni, una macchinetta ricevuta in regalo gli ha acceso una scintilla. Da allora, ogni scatto è stato un tentativo di restituire qualcosa di sfuggente. Una vibrazione, un fremito, un momento in cui la realtà smette di essere solida e diventa sogno.

La sua strada comincia nei primi anni Settanta, con qualche servizio per l’Associated Press. Poi, nel 1973, un trasferimento a Parigi che cambierà tutto. Lì, dopo un apprendistato nello studio di Lawrence Sackman, Roversi entra nel mondo della moda. Ma è nel 1980 che arriva la svolta: una campagna per Dior Beauté gli regala la ribalta internazionale. Da quel momento, le collaborazioni si susseguono: Romeo GigliComme des GarçonsYohji Yamamoto. Per quest’ultimo, realizza una serie di immagini ispirate al circo e alla Giulietta degli Spiriti di Fellini, un mondo onirico che anticipa la sua cifra stilistica più riconoscibile.

La poetica dell’imperfezione

Roversi scatta con una macchina Deardorff 8×10 e pellicola Polaroid. Ha scelto questi strumenti proprio perché sono imprevedibili. La Polaroid grande formato non restituisce mai due volte lo stesso risultato: ogni scatto è un unicum, con le sue sbavature, i suoi aloni, le sue macchie di luce che nessun software saprebbe replicare. Roversi non corregge questi “difetti”. Li aspetta, li cerca, li ama. Per lui la bellezza non sta nella nitidezza chirurgica, ma in ciò che sfugge al controllo. I suoi ritratti hanno contorni morbidi, quasi dissolti. I volti emergono dall’oscurità come apparizioni, avvolti in una luce lattiginosa che qualcuno ha paragonato ai dipinti di Giorgio Morandi. Non stupisce che molti lo chiamino ormai il pittore della luce.

Roversi ha sempre citato tra i suoi maestri August SanderRobert Frank e Diane Arbus – fotografi che cercavano l’anima delle persone, non la perfezione formale. Ma accanto a loro, c’è sempre stata Ravenna. I mosaici di San Vitale e Galla Placidia non gli hanno insegnato soltanto a guardare l’oro: gli hanno insegnato che la luce può essere al tempo stesso materia e sentimento, presenza e assenza. E la nebbia della sua città natale gli ha mostrato che i confini sono ingannevoli: ciò che sembra sparire è in realtà più vero di prima.

Galleria Paolo Roversi
Galleria Paolo Roversi – MAR @ Alessandro Levati

Il ritorno a casa: la Galleria di Paolo Roversi

Dal 20 maggio 2026, questo universo visivo trova una dimora stabile al MAR, Museo d’Arte della Città di Ravenna. La Galleria Paolo Roversi è stata affidata a Chiara Bardelli Nonino. La sua mano si riconosce nella decisione di evitare la trappola della retrospettiva cronologica, optando invece per un percorso per affinità che restituisce l’atmosfera dello studio parigino di Roversi più di quanto farebbe qualsiasi ricostruzione filologica. Non è un caso che fosse già stata lei, nel 2020, a curare la grande mostra Studio Luce al MAR, gettando le basi per questo nuovo spazio permanente.

L’allestimento è firmato dalla scenografa Ania Martchenko. Si entra attraversando una sequenza di grandi ritratti – Kate MossStella TennantNatalia Vodianova – che accolgono il pubblico come presenze familiari e al tempo stesso enigmatiche. Poi si arriva al cuore dello spazio: una stanza che evoca l’atelier parigino, dove le immagini di Roversi – ritratti, nature morte, nudi, doppie esposizioni – dialogano per affinità, non per cronologia. Si prosegue verso l’Archivio, con i suoi materiali di lavoro, e infine verso una sala dedicata alle muse dell’artista: Naomi CampbellRihannaGolshifteh Farahani e la figlia Stella, i cui volti emergono da tessuti e trasparenze.

C’è una poesia che Roversi porta con sé da sempre, scritta da Giuseppe Ungaretti. Parla della sorpresa di scoprire, dopo tanto tempo, che un amore non era stato disperso per il mondo come si credeva, ma era sempre lì, intatto, ad aspettare. La galleria del MAR è esattamente questo: la prova che Ravenna non aveva mai perso il suo fotografo, e che lui non aveva mai smesso di cercare la sua città. Ogni volta che scattava una fotografia a Parigi, in fondo stava ricostruendo un pezzo di Ravenna. E ora Ravenna glielo restituisce, trasformato in spazio permanente.

Una luce che non si spegne

Eppure, nonostante i successi internazionali, Roversi è sempre rimasto fedele alla stessa ossessione: restituire alla luce ciò che la luce gli ha insegnato. E Ravenna, che non ha mai smesso di abitare i suoi scatti, anche quando era a Parigi, anche quando fotografava le modelle più celebri del mondo, oggi gli offre una casa. Non una tappa, non una celebrazione. Una presenza stabile. Quell’impiegato del Sole può finalmente appendere la divisa, in attesa del prossimo visitatore che, varcando la soglia, si lascerà catturare da una luce che non finisce mai di sorprendere.

In copertina: Galleria Paolo Roversi – MAR @ Alessandro Levati