Giacomo Maiolini ha passato una vita a inseguire il futuro. A immaginare scenari possibili prima che diventassero evidenti, a spostare continuamente il punto di arrivo, a vivere ogni risultato come l’inizio di qualcosa di nuovo. È forse questo il filo che attraversa tutta la sua storia: quella di un uomo che ha costruito una delle realtà discografiche indipendenti italiane che hanno saputo costruire un percorso internazionale, ma che continua a raccontarsi come qualcuno ancora alla ricerca del prossimo suono, del prossimo progetto, della prossima intuizione.
Il tempo, per lui, non è mai stato una misura. È sempre stato una corsa. Una distanza da colmare. E forse non è un caso che il titolo del suo primo libro, Mai avuto tempo, sembri quasi una dichiarazione d’identità. Un libro nato in modo quasi casuale, come accade spesso nelle storie di Maiolini. Per anni gli amici gli avevano ripetuto la stessa frase: devi scrivere un libro. Poi, durante la festa per i quarant’anni di Time Records, alle quattro di notte, quella richiesta torna ancora una volta. Lui risponde sì, senza immaginare davvero cosa sarebbe successo dopo.
Nei giorni successivi quell’idea aveva già preso forma: un incontro con il direttore editoriale di Feltrinelli e la decisione di trasformare una vita trascorsa dentro la musica in un racconto. Rileggendosi oggi, però, Maiolini ha una sensazione particolare. «Vado a leggere delle parti, l’inizio, poi in mezzo, poi alla fine. È sempre un bell’effetto. Ci sono delle cose che non sembrano mai successe». È una frase che racconta molto del suo rapporto con il passato. Perché Maiolini sembra vivere sempre un momento più avanti rispetto a quello che sta attraversando. Lo racconta lui stesso parlando del tempo: quando desidera qualcosa, quando immagina un progetto, nella sua testa lo ha già vissuto prima ancora che accada. «Quando succedono le cose, io le ho già vissute. E già penso ad altro». È probabilmente questa la caratteristica più evidente del suo percorso: una continua tensione verso ciò che viene dopo. Una condizione comune a chi vive una passione in modo totalizzante, che sia musica, arte o cinema. La sensazione che il tempo non sia mai abbastanza, anche quando sembra esserci tutto il tempo del mondo.
La sua storia parte da lì: dall’urgenza di capire la musica. Prima ancora dell’imprenditore, prima ancora del produttore, c’è stato un ragazzo che ascoltava dischi nelle discoteche e prendeva appunti. In quegli anni le discoteche erano le biblioteche di chi cercava nuovi suoni. «Non c’era alternativa. La musica la sentivi lì. Quando mi piaceva un disco andavo dal dj a chiedere il nome dell’artista e titolo del brani». Quel gesto semplice racconta un’epoca completamente diversa. Non c’erano algoritmi, playlist o piattaforme capaci di suggerire cosa ascoltare. C’erano l’ascolto diretto, la curiosità, la memoria. Maiolini aveva un metodo: osservare tutto. Dopo le giornate in studio passava ore a parlare con distributori e operatori del settore, cercando di capire non soltanto i dischi, ma anche il sistema che li circondava. «Volevo non solo conoscere ma imparare il mondo in cui stavo entrando». Da quella curiosità nasce Time Records, una realtà costruita partendo da zero. Un progetto che negli anni ha saputo attraversare trasformazioni profonde del mercato musicale, adattandosi a epoche completamente diverse. Nel suo percorso c’è anche la nascita e lo sviluppo dell’Eurobeat, un fenomeno che ha trovato, soprattutto in Giappone, il suo pubblico più importante e che ha contribuito a rendere Time Records una realtà riconosciuta a livello internazionale.

Costruire un’identità, non solo un successo
Ma il punto centrale della carriera di Maiolini non sembra essere soltanto il successo dei singoli progetti. È la capacità di rimanere dentro il cambiamento. «Quando ho iniziato c’erano vinili e cassette. Poi sono arrivati i CD, il download, lo streaming. Oggi l’intelligenza artificiale. Le ho viste tutte. Ci siamo sempre adeguati». Un cambiamento continuo che ha modificato il modo di produrre, distribuire e ascoltare musica. E secondo Maiolini anche il modo in cui si riconosce il valore di un artista. «Oggi, il rischio è che i numeri prendano il posto dell’identità. Su Spotify ci sono artisti che vendono per milioni di dollari e non sai chi sono, non sai nemmeno che faccia abbiano». È una delle sue osservazioni più dure sul presente della musica: gli ascolti possono crescere enormemente, ma non sempre cresce anche un’identità riconoscibile.
Ed è curioso pensare che proprio su questo aspetto Maiolini abbia lavorato molto nella sua carriera. Non soltanto sulla canzone, ma su tutto ciò che la circonda: immagine, percezione, racconto. Soprattutto nei mercati internazionali, ha utilizzato un approccio che oggi appare quasi naturale: costruire un immaginario attorno alla musica, trasformare un progetto in qualcosa di più grande del semplice brano. Una visione nata dalla consapevolezza che una canzone non vive soltanto attraverso il suono, ma anche attraverso il mondo che riesce a creare.
Quando parla di talento, però, Maiolini evita qualsiasi formula magica. Nel corso della sua carriera ha visto nascere grandi successi internazionali, ma anche percorsi interrompersi dopo un primo risultato importante. Il caso di Dennis Lloyd è uno degli esempi che cita. Un successo enorme, oltre un miliardo di ascolti su Spotify, e poi la difficoltà di costruire un seguito. «Gli artisti sono strani. Se il disco non va è colpa tua. Se invece va bene è merito loro». Dietro l’ironia c’è, però, una riflessione più ampia: il successo non appartiene mai a una sola persona. «È l’insieme di tante cose, di tante persone, di tante situazioni. Non è mai merito di uno solo». Una convinzione maturata anche attraverso gli errori e le delusioni. La lezione più importante della sua carriera? Imparare a non fidarsi troppo delle rassicurazioni degli altri. «Quando qualcuno ti dice: non c’è problema, stai tranquillo, spesso il problema è dietro l’angolo». Una frase che racconta anche il suo modo di lavorare. Maiolini parla spesso di squadra, ma rivendica la necessità di mantenere l’ultima parola, soprattutto quando si tratta della parte artistica. «Delegare sì, perdere la visione no».
È probabilmente questo equilibrio ad avergli permesso di attraversare decenni di cambiamenti senza perdere la direzione. Anche il suo rapporto con l’esposizione pubblica è cambiato. Per molti anni è rimasto dietro le quinte. Poi ha scelto di mostrarsi maggiormente, anche attraverso esperienze televisive. Non per una ricerca di popolarità, ma per curiosità. «Ho detto: proviamoci e capiamo come funziona quel mondo lì».
Una scelta legata ancora una volta al tema del tempo. A un certo punto, racconta Maiolini, si è chiesto come potesse essere credibile parlando ai giovani e ai dj se lui stesso rimaneva fuori da quel mondo. «Mi vedevo vecchio e pensavo: come posso fare musica per i giovani se non sono presente?» Un pensiero che spiega molto della sua mentalità: non difendere ciò che è stato, ma trovare un modo per stare dentro ciò che cambia.

I giovani, la musica e il futuro
E proprio guardando ai giovani arriva una delle sue riflessioni più critiche. Secondo Maiolini oggi manca un vero ricambio generazionale nel mondo dei dj italiani. Non perché manchino le capacità, ma perché è cambiato il rapporto con la musica e con i luoghi in cui nasceva. Le discoteche, che per la sua generazione erano luoghi di scoperta e aggregazione, oggi attraversano una fase diversa. «Una volta erano un luogo dove stare insieme. Oggi è più difficile creare aggregazione. I ragazzi vivono molto nei loro mondi, nei social». È un cambiamento che riguarda la musica, ma anche il modo in cui le persone si incontrano.
Eppure, nonostante le difficoltà e le trasformazioni, Maiolini continua a guardare avanti. Perché forse la sua vera caratteristica non è soltanto aver costruito un passato importante. È il fatto di non essersi mai fermato lì.
Giacomo Maiolini non ha mai avuto tempo. Non perché gli sia mancato. Perché il suo sguardo è sempre stato rivolto a quello che sarebbe arrivato dopo.