Un viaggio verso il sogno: L’arca di Giorgio Caporali arriva al cinema

Un esordio toccante che celebra il valore del viaggio interiore più di quello fisico. Attraverso la storia di Ryan, il film dà voce a sogni infranti e rinascite possibili

Con L’arca, il suo film d’esordio alla regia, Giorgio Caporali conferma una verità incontrovertibile: il viaggio è più importante della destinazione. Sono le persone che incontri lungo il tragitto, gli immancabili imprevisti che si frappongono tra te e il tuo obiettivo, le lezioni che impari sbagliando, cadendo e fallendo a dare tutte le risposte alle tue domande.

Ryan (interpretato da Malich Cissé) è uno degli innumerevoli ragazzi africani che arriva in Italia in modo clandestino con una valigia carica di false aspettative. Quel “sogno europeo” di cui gli hanno parlato sin da quando era bambino si rivela in realtà un incubo, un luogo difficile da abitare. Il giovane persegue l’obiettivo di lasciare l’Italia e tornare dalla sua famiglia per seguire le orme di suo padre e costruire il più grande peschereccio che l’Africa abbia mai visto. Per farlo vuole rimettere in sesto una vecchia barca abbandonata sulla spiaggia che gli permetterebbe di affrontare nuovamente la traversata, questa volta verso il punto di partenza. Un piano folle che solo un altro folle come Luca (interpretato da Francesco Venerando) può appoggiare. Detto Martin in onore del celebre capitano William Martin, Luca ha l’anima ribelle di chi vuole vivere la vita al di fuori degli schemi imposti dalla società. Martin sostiene pienamente il progetto di Ryan, nel quale viene coinvolta anche la sua vecchia amica d’infanzia Beatrice (Sabrina Martina).

Al termine di questo “viaggio” nessuno dei tre protagonisti sarà lo stesso di come è partito. Ne L’arca, nelle sale dallo scorso 21 luglio, Giorgio Caporali ha investito non soltanto la sua arte ma anche il suo io più profondo. Le storie dei personaggi sono racconti veri di vita vissuta. Scrivendo la sceneggiatura Giorgio ha scoperto che il ‘desiderio al contrario’ di Ryan è in realtà molto più comune di quanto ci si possa aspettare e ha deciso di dare voce a chi, spesso, una voce non ce l’ha. In ognuno dei protagonisti ha lasciato una piccola parte di lui che lo lega ancora di più al racconto. Abbiamo incontrato Caporali a pochi giorni di distanza dal suo debutto al cinema.

Giorgio Caporali
Giorgio Caporali, foto di Elena Lippiello

«Il viaggio di Ryan è quello di superare le sue paure e scoprire che non è solo in questo mondo»

Di solito, anche nella filmografia, siamo abituati a conoscere di chi dall’Africa scappa in cerca di un futuro migliore, mi viene in mente Io Capitano nel passato recente. Invece in questo caso Ryan vuole tornare nel suo paese per realizzare il sogno del padre, costruire il più grande peschereccio dell’Africa. Come è nata questa idea? 

Questa idea mi è nata perché durante una vacanza in Tanzania conobbi un ragazzo che faceva il pescatore. Parlava italiano e mi raccontò che insieme al fratello e ad altri amici era venuto in Italia alla ricerca di quel fantomatico mondo migliore di cui tutti gli parlavano. Una volta arrivato però si è scontrato con la realtà, totalmente opposta a quella che gli avevano descritto. Erano rifiutati, non avevano possibilità di lavoro, non erano presi mai sul serio. Lui era finito a vendere fazzoletti ai semafori. Dopo un po’ si è domandato perché aveva fatto questa scelta e ha deciso di rientrare. Ora passa la sua giornata tra la pesca, gli amici e le escursioni con i turisti per guadagnare qualcosa in più. Quando ho iniziato a scrivere questa storia mi sono domandato se ci fossero altri ragazzi come lui. Sono andato al Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI), dove mi hanno accolto a braccia aperte e mi hanno fatto parlare con tantissimi ragazzi. Tra di loro ce n’era uno che da una settimana faceva lo sciopero della fame perché voleva essere rimpatriato. È pieno di questi ragazzi che vengono in Europa, a volte mandati dalle loro famiglie, e che quando sono qui non si riconoscono in questa società. Scoprire questo mi ha fatto capire ancora di più di voler raccontare questa storia.

Il vero viaggio di Ryan non è quello di ritorno verso il suo paese. Il suo vero viaggio inizia quando comincia a costruire quella barca insieme ai suoi amici. Non è così?

Assolutamente. Per raggiungere i nostri più grandi sogni dobbiamo affrontare le nostre più grandi paure. Il viaggio di Ryan è quello di superare le sue paure e scoprire che non è solo in questo mondo. Beatrice mette in discussione tutte le sue certezze e si rende conto che la vita scelta dagli altri sin da quando è piccola non è quella che vuole. Martin vuole lasciare il segno nella vita degli altri. 

Giorgio Caporali
Giorgio Caporali, foto di Elena Lippiello

«Secondo me questo è un film sull’amore, nel senso più autentico»

A proposito di amicizia, che è uno dei temi più importanti trattati in questo film, Martin a un certo punto dice “Solo quando stavo con voi mi sentivo bene”. È un po’ questo il senso più profondo del film e, in generale, della vita?

Sì, assolutamente. Alcune persone mi hanno detto che questo è un film in cui manca l’amore, inteso come quello tra uomo e donna. In realtà secondo me questo è un film sull’amore, nel senso più autentico. C’è una battuta nel film che è stata tagliata in cui Martin dice che in inglese non esiste una distinzione tra ‘ti voglio bene’ e ‘ti amo’, si dice ‘I love you’ in entrambi i casi. Sulla barca c’è un versetto del Vangelo di Giovanni che dice “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”.

È un film che sembra quasi diviso in due. Nella prima parte Ryan e la sua storia sono al centro, nel finale sono Martin e il suo vissuto a prendere la scena. Come hai costruito il tutto? È stata una scelta voluta?

Sì, è una scelta voluta. Io penso che ogni viaggio che si rispetti sia pieno di imprevisti. Quanti grandi navigatori nella storia puntavano una rotta e poi si sono ritrovati da tutt’altra parte (Cristoforo Colombo, Ulisse, ecc.). L’arca nasce dalla storia di un mio caro amico (a cui è dedicato il film,ndr) che ha scoperto di avere una malattia. La malattia nella vita delle persone non arriva con preavviso. Arriva esattamente come ho voluto farla arrivare nel film, come un fulmine a ciel sereno. Oggi va tutto bene e domani è finita. Non puoi prevederla e ti cambia completamente la vita. Nella narrazione del film ho voluto fare esattamente questo. C’è una storia, siamo tutti concentrati sul viaggio di Ryan e improvvisamente tutto cambia.

Hai seminato nei tre protagonisti qualcosa di te? C’è qualche elemento autobiografico in ognuno di loro?

Certamente. Beatrice è forse il personaggio più autobiografico. Lei è una ragazza che ha finito il liceo, ha iniziato l’università ma inizia a domandarsi se è giusto il percorso che ha intrapreso. Beatrice all’inizio sembra un personaggio succube della vita ma è una ragazza che ha tanto coraggio. Chiunque scapperebbe di fronte a delle persone come Ryan e Martin che mettono in dubbio la sua intera esistenza. Lei li va a cercare continuamente. A me è successa la stessa cosa. Finito il liceo mi sono domandato ‘ma veramente voglio fare economia, fare quello che fanno i miei amici?’. Mi sono risposto di no, mi sono iscritto all’università ma a quella di cinema per inseguire il mio sogno. Per fare questo passaggio ho fatto quello che ha fatto Ryan: ho superato la mia più grande paura, che è il confronto con il fallimento. Siamo circondati da persone con dei sogni che scelgono poi di fare la cosa più sicura perché hanno paura di fallire.
Per quanto riguarda Martin, la storia de L’arca è nata tutta da lui. Quando ho scoperto la malattia del mio amico mi sono domandato come avrei reagito se fosse accaduto a me. È una cosa che non puoi sapere finché non ti capita. Da sceneggiatore mi sono dato una risposta: reagirei come Martin. Mi creerei un alter ego e vivrei quel che mi rimane prodigandomi per qualcun altro. Allo stesso tempo il mio sogno è di prendere una barca e andarmene senza rispondere a niente o a nessuno, senza una meta precisa. 

Sul set di L’arca, foto di Simone Marte

«Penso che sognare sia l’istinto più naturale del mondo e ce lo stanno soffocando per paura di quello che verrà»

Il film inizia con una frase molto bella: “In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”. Da cosa fuggi tu Giorgio grazie al cinema?

Io fuggo dalla realtà perché, come dice Paolo Sorrentino, ‘la realtà è scadente’. Fuggo dall’obiettivo imposto. Quando ho confessato ai miei genitori e ai miei amici quello che volevo fare nella vita mi sentivo quasi in colpa, come se stessi facendo qualcosa di sbagliato. Invece penso che sognare sia l’istinto più naturale del mondo e ce lo stanno soffocando per paura di quello che verrà. Ma visto che si prospetta comunque un futuro non roseo, tanto vale rischiare tutto inseguendo un sogno.

In un post che hai pubblicato a fine riprese hai scritto che sognare è faticoso. Quale è stata la difficoltà più grande che hai trovato in questo viaggio, il primo per te da regista di un film?

All’inizio la difficoltà più grande è stata farsi prendere sul serio dai produttori e dalla squadra, perché ero il più giovane di tutti. Non è stato facile ma devo dire che sono stato anche fortunato. Ho trovato produttori che, dopo che gli ho presentato la storia, hanno creduto in me ciecamente e una squadra che, appena ha capito che avevo le idee chiare, mi ha seguito in tutto e per tutto. È stata un’avventura. Quando ho scritto quel post mi riferivo anche al fatto che avevo 26 anni quando ho girato il film. A quell’età fatichi perché iniziavo a vedere i miei amici con i primi stipendi e un’indipendenza economica che io non avevo. Ti metti in dubbio di continuo, è difficile continuare a crederci sempre. Io però non volevo mezze misure. Anche perché se nella vita ti fai un piano B non seguirai mai veramente il piano A.

C’è un regista in particolare che ti ha fatto capire che questo è il mestiere che vuoi fare nella vita?

Assolutamente sì ed è Martin Scorsese. In realtà il personaggio di Martin si chiama così sia per il capitano William Martin ma anche per omaggiare lui. Lo so che non c’entra niente con il genere che ho raccontato io ma Quei bravi ragazzi è il mio suo film preferito.

Giorgio Caporali
Giorgio Caporali, foto di Elena Lippiello

Un attore e un’attrice che sogni di dirigere?

Tra i giovani ti direi Barry Keoghan. Se devo farti un nome un po’ più adulto ti direi Robert De Niro. Tra le donne dico Sharon Stone. Ha interpretato uno dei personaggi più drammatici della storia del cinema, che è Ginger di Casinò

Mentre L’arca è appena uscito nelle sale, hai da poco terminato un nuovo progetto con un cast importante. Di cosa si tratta?

Si tratta dell’opera prima di Bianca Marcelli dove ho fatto una consulenza sulla regia e sulla sceneggiatura. È stato veramente un viaggio. Abbiamo girato nelle Marche, a Roma, in Tunisia. Siamo arrivati fino alle porte del Sahara e poi siamo andati a Bratislava. È la storia di un ragazzo che insegue il suo sogno andando contro la famiglia. È un film incentrato sul mondo della danza classica. C’è un cast fantastico. C’è di nuovo Francesco Venerando, che interpreta Martin ne L’arca, con un ruolo più piccolo ma incisivo. Ci sono Valentina Romani, Riccardo De Rinaldis, Giorgio Belli. C’è la partecipazione straordinaria di Jenny De Nucci. 

E un tuo progetto futuro da sceneggiatore o regista?

Sto lavorando a un film che è molto più simile al mio film feticcio, che è Quei bravi ragazzi. Racconta la realtà del quartiere da cui provengo, Bravetta. Anche questo è un film su un sogno che questa volta si scontra con una realtà più cruda.

Sul set di L’arca, foto di Simone Marte