Giovanni Boldini (1842-1931) non fu solo il “Maestro del ritratto della Belle Époque“; fu il suo precursore, il suo interprete più dinamico e, in ultima analisi, l’artista che con la sua pennellata vibrante e sferzante ha traghettato la ritrattistica nell’età moderna. La mostra, prodotta da Contemplazioni e curata da Tiziano Panconi, è un viaggio in sei sezioni e oltre 100 opere che non solo celebra l’eleganza, ma ne svela la profonda indagine psicologica e la sorprendente attualità. Esposta al Cavallerizza a Lucca, è visitabile fino al 2 giugno 2026.

Il percorso espositivo: dal Macchiaiolo al Fin de Siècle
Il percorso alla Cavallerizza di Lucca segue l’evoluzione del genio, dimostrando come Boldini, pur integrandosi nei salotti più esclusivi, abbia costantemente sovvertito gli schemi. La mostra parte dalle fondamenta luministiche toscane. Boldini partecipa ai moti di rinnovamento artistico, assorbendo la luce potente della “macchia” e i forti contrasti chiaroscurali che forniranno l’ossatura compositiva alla sua successiva cifra francese. In questa sezione troviamo il rarissimo Ritratto di Vittorio Emanuele II (mai esposto prima) e il dialogo con l’amico Cristiano Banti e i capisaldi macchiaioli come l’Antico ingresso a Porta Pinti di Odoardo Borrani.
Trasferitosi a Parigi, Boldini collabora con la potente Maison Goupil. Qui, pur non aderendo formalmente all’Impressionismo, ne assorbe il dinamismo. La sua produzione si concentra su scene d’interno in stile Settecentesco o Impero che Boldini rende però “leggerissime” con tessiture pittoriche “eccitatissime”,
anticipando già una personale ricerca sul movimento. Dopo essersi affrancato da Goupil, l’artista entra in contatto con l’alta società e stringe amicizia con Degas (di cui è in mostra un ritratto magistrale). Sospendendo la compostezza ottocentesca, intensifica i ritratti a pastello e le indagini estetiche originali. È in questa fase che dipinge la celebre scena del Café de la Nouvelle Athènes (In conversazione), un’affascinante messa in scena in cui la compagna Berthe e l’amante Gabrielle de Rasty si trovano sedute l’una accanto
all’altra.

L’apice del successo: il gusto Fin de Siècle (1892-1924). Boldini si consacra al ritratto a grandezza naturale, coniando nuove silhouettes e posizioni serpentine assunte da corpi femminili seducenti e vibranti. In questa sezione si ammirano figure iconiche come La contessa Speranza e i ritratti di Alice Regnault e della Principessa Eulalia di Spagna, testimonianza del respiro internazionale delle sue committenze. Il percorso continua con le Opere su carta: una sezione cruciale per capire la contemporaneità di Boldini. Nei suoi preziosi fogli (con ritratti di Whistler, Degas, Helleu) emergono «vortici di segni graffianti, linee parallele o convergenti, traiettorie». Boldini è lo “Spadaccino del segno” che non completa, ma suggerisce, cogliendo l’istante emotivo e transitorio, proprio come il bozzetto o il frammento della comunicazione visiva odierna. Infine, la mostra include opere di coevi (De Nittis, Corcos, Zandomeneghi) per contestualizzare la diffusione della Belle Époque, che toccò anche i salotti lucchesi (Gelli, De Servi), e mette in luce il profilo di figure femminili brillanti come la pittrice Juana Romani.

Commenta Massimo Marsili, Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca: «Il profilo della seduzione, particolare tratto dell’investigazione del progetto riveste un ruolo centrale nell’estetica di Giovanni Boldini. Le sue donne, dai ritratti mondani di Parigi alle figure più intime e vibranti, non sono semplici muse, ma presenze vive ed enigmatiche. La seduzione diventa linguaggio, gesto, movimento: il fruscio delle sete, la torsione improvvisa del busto, lo sguardo obliquo che si sottrae e insieme invita. Eppure, non sfugge talvolta il lineamento emaciato e perso della dissoluzione malinconica e della solitudine dell’Ottocento».
La contemporaneità di Boldini: velocità, psicologia e autodeterminazione
Ciò che rende Boldini perennemente contemporaneo è la sua capacità di catturare l’attimo fuggente, la stessa ossessione che definisce l’arte e la comunicazione del nostro tempo. La sua pittura è l’equivalente visivo della velocità. Le sue celebri pennellate lunghe, veloci, quasi sciabolate sulla tela, non erano solo un virtuosismo stilistico; erano il tentativo di imprigionare il movimento in un’epoca ossessionata dal progresso e dalla velocità. L’energia dei suoi ritratti preannuncia, decenni prima, il dinamismo e la scomposizione formale che saranno centrali nel Futurismo italiano. L’artista si è anche distinto per la sua indagine psicologica, trattando temi pionieristici come l’emancipazione femminile: Boldini ha saputo leggere oltre l’abito. Le sue “divine” (come chiamava le sue muse) non sono passive icone di mondanità, ma individui pienamente consapevoli della propria forza. «Le donne di Boldini sono nature flessuose e disinibite… e, spogliandosi, affermano la loro autodeterminazione di individui maturi ed emancipati…» ha dichiarato il curatore Tiziano Panconi. In un’epoca di rigide convenzioni, Boldini ritrae l’audacia, la sensualità disinibita e la coscienza di sé, temi centrali nell’arte e nella cultura attuali.


Il valore istituzionale e la rigenerazione culturale
Questa produzione di Contemplazioni, patrocinata da Ministero della Cultura, Regione Toscana e Città di Lucca, è riconosciuta come un’iniziativa fondamentale. «Un evento di rilievo culturale che rende omaggio alla poetica di Giovanni Boldini, maestro indiscusso dell’eleganza che ha saputo immortalare il gusto dell’epoca più frizzante, affascinante e coinvolgente del XIX Secolo: la Belle Époque.» ha dichiarato Eugenio Giani, Presidente della Regione Toscana.

L’esposizione, ospitata nella Cavallerizza e arricchita dallo scenografico allestimento di Contemplazioni, è un invito non solo a custodire, ma a rigenerare la cultura.
«L’opera di Boldini – ricorda Mario Pardini, Sindaco di Lucca – ci invita a riscoprire il valore del gesto, dello sguardo, del dettaglio che non sfugge ma resta impresso. È questa la seduzione della sua pittura, ed è questa la sfida che la cultura pone oggi alle istituzioni: non solo custodire, ma rigenerare.»